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La “maschia gioventù” che asserviva le donne ai suoi scopi e disprezzava la femminilità: una sottocultura dalla quale non siamo affatto sicure di esserci liberati.

Mentre il nazionalismo suprematista tenta ancora oggi di riproporre il ruolo delle donne come garanti della forza demografica della nazione a difesa di una sua fantomatica integrità territoriale, etnica e culturale, (ne ho parlato  nell’articolo articoloKKK: un acronimo double face”), i tanti atteggiamenti e comportamenti misogini che emergono in molti strati della nostra società inducono a ripensare anche a quel machismo che Umberto Eco individuava come una delle caratteristiche del “fascismo eterno” e che fu un tratto distintivo non solo dei comportamenti degli uomini che realizzarono in Italia il fascismo storico, ma anche, e in forme ancor più estreme, di molta produzione intellettuale, sia letteraria che saggistica, attorno al ventennio.

Al fascismo non bastava relegare le donne al ruolo di “madri di eroi”, tanto più benemerite quanto più prolifiche, o di “riposo del guerriero” e suo meritato conforto: la concessione alle donne di un valore puramente strumentale si accompagnava al disprezzo della femminilità in quanto tale, non solo in tutte le manifestazioni realmente connesse alla sua fisiologia, ma anche in quelle ad essa attribuite dall’immaginario maschile.

Mentre alla madre prolifica o alla vedova di guerra si tributavano premi ed onori, alla femminilità in quanto differenza e distanza dall’ideale virile del fascismo si riservava un disprezzo che assumeva diverse forme, anche le più esplicite e dichiaratamente razziste.

 

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Era alla “maschia gioventù” che si rivolgeva l’inno dei giovani fascisti, e la retorica fascista invocava una “maschia” azione politica, una nazione “maschia”. E’ già evidente in questo linguaggio una sessualizzazione spinta dell’ideale virile fascista, nel quale la volontà di conquista, la durezza degli atteggiamenti e la rapidità nel decidere e nell’agire,  anche col ricorso alla violenza, hanno come modello abbastanza esplicito e consapevole dei comportamenti sessuali. O viceversa: il piano dell’agire politico si confonde nell’immaginario con quello dell’agire sessuale, della relazione con l’altro sesso. Così, nel giustificare presso l'Assemblea del Fascio milanese l'alleanza coi liberali, Mussolini si esprimeva in questi termini:

«Noi non apparteniamo alla turba delle vergini inciprignite e zitellone, che temono sempre di perdere la loro verginità (privilegio) ( e- nell'intimo- lo desidererebbero tanto!)»

Un passaggio, questo, citato da Antonio Scurati nel suo recente "M. Il figlio del secolo"vincitore del Premio Strega, notevole non solo per l'uso di metafore sessiste, ma anche per la mescolanza fra preziosità linguistiche di stampo dannunziano e volgarità da taverna. All'origine di questo linguaggio vi è una fantasia più volte rivelata dalla psicologia di massa: la folla è per il capo una femmina da sedurre e dominare, la femmina sedotta un trofeo che testimonia e garantisce al maschio la sua natura di vincitore. D’altra parte, la relazione tra il potere, soprattutto economico, e il “consumo” di schiere di donne più o meno compiacenti, quasi esso fosse un irrinunciabile status symbol, è un fatto che appartiene anche al nostro tempo, e non occorre certo ricordarne gli esempi.

La folla è per il capo una femmina da sedurre e dominare, la femmina sedotta un trofeo che testimonia e garantisce al maschio la sua natura di vincitore.

Ma nel fascismo questa connessione assumeva forme più pervasive: non è un caso, né tanto meno un oggetto di pettegolezzo, se le storie personali di Mussolini e dei più facinorosi esponenti dello squadrismo fascista, come le racconta Antonio Scurati  sono storie di impenitenti donnaioli, seduttori di minorenni e frequentatori di bordelli. Prima di Scurati, a indagare questo aspetto del fascismo era stato Giancarlo Fusco, con il suoMussolini e le donne, pubblicato nel 2006 da Sellerio, un capitolo del quale è dedicato a quelli che lui chiama “i play boy del regime”: da Italo Balbo a Ettore Muti, a Cesare Rossi e Amerigo Dùmini, assassini di Matteotti. Per quanto il tono del libro sia scanzonato e leggero, il quadro che ne risulta è quello di una accolita di viziosi vitelloni (così, in dialetto romagnolo, li chiamava lo stesso Mussolini, che cercò di emarginarli o controllarli quando il consolidamento del regime richiedeva una maschera di rispettabilità): vitelloni dediti alla débauche, che cercavano di accreditarsi come “veri uomini” non solo con la protervia e la violenza, ma anche usando le donne come “orinali di carne”. Riportata anche da Scurati, questa terribile espressione, che “piacque moltissimo a Mussolini”, è attribuita da Fusco a Giovanni Papini. Quanto in questa immagine ci sia di degradante non solo per la sessualità femminile, ma anche per quella maschile, ridotta ad una funzione escretoria, è fin troppo evidente, e il fatto che non lo fosse per chi la usava compiacendosene ci dice fin troppo della miseria di quell’ideale virile. Non sono riuscita a trovare il testo in questione di Papini, (“una delle sue sgangherate filippiche giovanili”, secondo Fusco), ma altri suoi testi più noti la dicono lunga sulla sua considerazione delle donne. Lo scrittore toscano, insieme a Marinetti e D’Annunzio, fu fra gli intellettuali che contribuirono, in modo diverso ma complementare, a costruire la retorica del regime, ad alimentare il disprezzo per i valori “borghesi” prima ancora che per quelli socialisti, la democrazia, l’uguaglianza, la fratellanza, il neutralismo, l’avversione alla guerra. Quest’ultima, soprattutto, bollata come atteggiamento tipicamente femminile. Fu Papini a salutare con irrefrenabile entusiasmo l’inizio della prima guerra mondiale con il famigerato articolo sulla rivista “Lacerba”:

“Ci voleva, alla fine, il caldo bagno di sangue nero dopo tanti umidicci e tiepidumi di lacrime materne e di lacrime fraterne… Non si rinfaccino, ad uso di perorazione, le lacrime delle mamme. A cosa possono servire le madri, dopo una certa età, se non a piangere. E quando furono ingravidate non piansero: bisogna pagare anche il piacere… Amiamo la guerra ed assaporiamola da buongustai. La guerra è spaventosa - e appunto perché spaventosa e tremenda e terribile e distruggitrice dobbiamo amarla con tutto il nostro cuore di maschi”.

Bando alla spregevole e femminea debolezza delle lacrime! Altro che gli eroi omerici, che, come ricorda Matteo Nucci, nel suo bellissimo libro “Le lacrime degli eroi”, non ritenevano disdicevole il pianto, ma vi si abbandonavano senza remore quando il dolore dell’anima li opprimeva: la loro umanità veniva esaltata, non sminuita, dalle lacrime. Ma vuoi mettere Achille o Ulisse con Ettore Muti o Farinacci?

 

20191001 case chiuse

 

Sorvolo su altri passaggi della retorica di Papini, che volendo essere iconoclasta scadeva nella più ignobile volgarità, inneggiando anche ai grassi cavoli e alle grasse patate che sarebbero cresciuti nei campi concimati “senza spesa” dai cadaveri dei soldati. Letteratura canagliesca, secondo la definizione di Piero Gobetti, ma tant’è: se lo scrittore toscano si chiede “a cosa possono servire le madri, dopo una certa età”, sottintendendo comunque la destinazione delle donne ad un “uso” diverso a seconda dell’età, altri scrittori dell’epoca, molto più raffinati e influenti di lui, indulgono nella rappresentazione negativa della femminilità: così D’Annunzio con le sue “vergini” dei paesi della Pescara dilaniate dall’inutile sforzo di reprimere una sensualità animalesca, (per altro condivisa in questo caso con gli uomini, accomunati ad esse dalla stessa natura primitiva e bestiale di plebei), e le sue donne fatali, dalla rovinosa forza di seduzione, fonte di ossessione e perdizione per i suoi eroi o aspiranti tali.

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Tanta ambivalente diffidenza nei confronti della femminilità è forse patrimonio di ogni società patriarcale, ma essa si accentua e viene quasi teorizzata nei primi decenni del Novecento, diffondendosi anche nella cultura popolare con canzonette allusive o spesso fin troppo esplicite come  "Vipera"  (vedi foto sopra)  e in altre piene di "lucciole vagabonde", di tabarin che inghiottono“nel ventre dorato i soldi di papà”, di signorine da marito, accalappiatrici da cui guardarsi (non per niente si sentì il bisogno di una tassa sul celibato…), di madri snaturate che comprano “soltanto profumi per sé”, anziché balocchi per la propria bambina…

Tanta ambivalente diffidenza nei confronti della femminilità è forse patrimonio di ogni società patriarcale, ma essa si accentua e viene quasi teorizzata nei primi decenni del Novecento.

Non c’è da meravigliarsi se disprezzo e diffidenza approdavano fino al disgusto fisico: è il caso di Cèline, che nel suo “Viaggio al termine della notte” rappresentava come ripugnante la corporeità femminile.

“Nel testo di Cèline ogni donna è rappresentata come un quarto di bestia abbandonato e destinato alla putrefazione. …sempre in lei si annida una infiammazione-decomposizione degli organi sessuali; la donna è portatrice di infezioni purulente in ogni tempo della sua vita, e diventa tanto più ripugnante quanto più avanza nella vecchiaia”

Così osserva Maria Antonietta Macciocchi, che al rapporto tra le donne e il fascismo ha dedicato nel lontano 1976 un libro che non andrebbe dimenticato, “La donna nera. “Consenso” femminile e fascismo”, pubblicato da Feltrinelli. In tutta la prima parte del libro, la storica direttrice di Noi donne e di Vie Nuove, poi passata al Partito Radicale, analizza la mistificazione del regime nei confronti delle donne, alle quali si presentò come garante di protezione e assistenza da parte dello stato, a patto che accettassero i ruoli loro imposti di madri e massaie sul piano sociale, di vergini o prostitute su quello sessuale: ruoli per altro tradizionali in un paese cattolico e privi di alternative in un paese ancora industrialmente arretrato; fatto, questo, che può spiegare in parte, secondo la Macciocchi, il consenso femminile al fascismo.

Nella seconda parte invece, quasi a dare la misura dell’inganno in cui incorsero le masse femminili osannanti e sognanti il Duce o il Führer, l’Autrice raccoglie diversi testi che rappresentano le espressioni più esplicite e impressionanti della misoginia che attraversava la cultura dei primi decenni del Novecento. E’ l’ arco temporale compreso fra i due spaventosi massacri delle guerre mondiali, e questo potrebbe far pensare ad una connessione fra i due fenomeni, quasi si assistesse all’emergere di un irrazionale rancore maschile verso coloro che non portavano il peso di tanta violenza, che pure era scelta e rivendicata con orgoglio come prerogativa di genere. La suddivisione dei ruoli si estremizzava e nello stesso tempo le esigenze della guerra la rovesciavano: con gli uomini al fronte, erano le donne a condurre le famiglie, le fabbriche, la vita produttiva. Era necessaria, dopo il primo dopoguerra e con l’avanzare della “modernizzazione”, una

restaurazione della sudditanza della donna all’uomo…avendo l’esperienza dimostrato che l’apporto dato dalla donna emancipata allo sviluppo della civiltà è negativo nel campo della scienza e delle arti e anzi costituisce il più certo pericolo di distruzione per tutto quanto la civiltà bianca ha finora prodotto.

Così Ferdinando Loffredo, teorico della politica della famiglia messa in atto dal fascismo, che continuò anche nel secondo dopoguerra, fino al 1969, a pubblicare libri, ad insegnare nelle Università e a scrivere su riviste della Confindustria e dell’Università Cattolica. Così come aveva collaborato alla rivista fascista “Difesa della razza”. Il libro di Loffredo “Politica della famiglia” era stato recensito molto positivamente nel 1938 da “La civiltà cattolica”, in quanto proponeva una politica non rivolta ad accrescere comechessia il numero delle nascite, ma direttamente intenta a dare sanità economica e maschio vigore etico alla famiglia, donde la necessaria conseguenza di una prole numerosa”.

 

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Insomma, anche il gesuita autore di questa recensione invocava il “maschio vigore”, stavolta “etico” e nell’ambito della famiglia. “Maschio”, si direbbe, come sinonimo di tutto ciò che è apprezzabile e raccomandabile. Femmina, per carità! Soprattutto se, ottusamente, pretende lavoro, emancipazione, uguaglianza.

La indiscutibilmente minore intelligenza della donna... ha impedito di comprendere che la maggior soddisfazione può essere da essa provata solo nella famiglia, quanto più onestamente intesa, cioè quanto maggiore sia la serietà del marito.”

E meno male! Il cattolico Loffredo invoca la serietà del marito: si suppone che si tratti anche di serietà nel mantenimento della famiglia, visto che il lavoro femminile sarebbe quanto di più rovinoso per entrambi, comportando per lei la diminuzione della fertilità, una “mentalità antigenerativa”, la perdita di fiducia nell’uomo (?), e per lui la diminuzione dell’autorità su mogli e figlie, non più costrette a dipenderne economicamente; e perciò magari tentate di seguire altre perniciose “mode” come la pratica dello sport, responsabile della “perdita del pudore”, o la “dannosissima istruzione della donna”, contro cui il fascismo deve affrontare “un compito colossale”, quello di organizzare… corsi di economia domestica a tutti i livelli, anche universitari!

Quello adottato nei confronti delle donne è lo stesso meccanismo alla base del razzismo: l’esclusione sociale produce una condizione che viene poi additata come stigma di una inferiorità innata.

Non è certo un caso che Loffredo parli di “indiscutibilmente minore intelligenza della donna”. Nell’epoca del trionfo delle teorie razziali, non ci si accorge certo che quello adottato nei confronti delle donne è lo stesso meccanismo alla base del razzismo: l’esclusione sociale produce una condizione che viene poi additata come stigma di una inferiorità innata. D’altra parte, un altro intellettuale dell’epoca, il medico e antropologo Mario Francesco Canella, titolare della cattedra di Biologia delle razze voluta dal fascismo, così si esprimeva a proposito delle donne:

“ Che, per morfologia, struttura e fisiologia l’uomo e la donna possano considerarsi due diversi tipi razziali, non è solo opinione di scienziati, ma credenza e sentimenti diffusi.. Ricordiamo come la potenza creatrice femminile nell’arte e nella scienza, nella tecnica e nella filosofia sia sempre stata nulla. Nella donna mancano, per profonda necessità biologica, quelle doti intellettuali e spirituali che permettono al genio maschile di raggiungere vette eccelse”

E anche:

“Il lobo frontale, sin dagli ultimi mesi della vita intrauterina, è nei maschi più sviluppato, più massiccio. Hütschke giudicava il cervello della donna europea simile a quello dei negri.”

Et voilà! Anche l’embriologia tedesca di fine Ottocento conferma: donne e negri, razze biologicamente inferiori.

L’orrore di Auschwitz ha forse definitivamente azzerato la possibilità di queste teorizzazioni pseudoscientifiche, mentre non sono bastate la Resistenza, l’industrializzazione, un secolo di psicanalisi, il ‘68 e il femminismo a cancellare il disprezzo profondo di tanti uomini verso le donne, quello che ancora li spinge all’insulto sessista per qualsiasi donna non si conformi alle loro pretese e aspettative, e in troppi casi anche a stuprarle e ucciderle. Casi estremi, certo, ma troppo frequenti per poter essere ignorati o visti come manifestazioni di patologie individuali o di coppia, tanto più che ricorrente in questi casi è anche la colpevolizzazione delle vittime. Un altro tentativo di restaurazione della sudditanza della donna all’uomo? Tanto più violento quanto, si spera, ormai impossibile?

Nel corso di queste letture e riflessioni, mi sono chiesta cosa potrebbe rivelare la ricerca sociologica se qualcuno pensasse ad adattare il test di Adorno sulla personalità autoritaria non attorno al tema dell’antisemitismo, ma a quello della misoginia: ovvero se si sottoponessero alla popolazione maschile alcune affermazioni rivelatrici della sottocultura che ho cercato qui di illustrare, per rilevarne il consenso o il dissenso. Temo che ne vedremmo delle belle.

 


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