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20190415 kinder kuche kirche quadrata

Come in un passato che non passa, la cosiddetta “politica per la famiglia” sostenuta dalle destre rappresenta l’altra faccia delle politiche identitarie e razziste.

È certamente un caso se le tre K non sono solo la sigla della più nota organizzazione del suprematismo bianco, il famigerato Ku Klux Klan, ma anche le iniziali delle parole che riassumevano  l’ideale nazista del ruolo della donna: Kinder, Küche, Kirche, ossia bambini, cucina, chiesa. Ma per nulla casuale è la complementarietà tra la “difesa della nazione” intesa come popolo stretto dai legami di cultura e religione  o di “sangue e suolo”,  e l’esaltazione del ruolo delle donne come procreatrici, madri di famiglia fedeli ai dettami di un cristianesimo identitario e garante della conservazione.

 Oggi la destra più estrema organizza convegni internazionali per imputare all’affermazione dei diritti delle donne e dei gay  il “declino demografico” dell’Occidente, mentre a partire dagli USA viene agitato in tutto il mondo il fantasma di un’invasione da parte di popolazioni non autoctone e incivili, ma altamente prolifiche,  contro cui ergere barriere anche attraverso l’incremento demografico.

Tra passato e presente, vorremmo indagare su questi legami e sui miti che hanno alimentato e alimentano le politiche identitarie fino alle loro estreme conseguenze.

 20190415 c0nvegno verona

Razzismo, demografia e ruolo della donna.

 “Le nostre culle sono vuote! Dall’Europa ci rispondono che dobbiamo usare gli immigrati per riempirle. Siete degli infami! Siete degli infami!  Volete sostituirci!”. Così sbraitava - lo si è visto nella puntata di Piazza Pulita dello scorso 4 Aprile su La7- Andrea Crippa, il segretario della Lega Giovani al congresso dei giovani sovranisti europei svoltosi recentemente a Roma: delfini dei vari Salvini, Le Pen, Farage, Putin, rappresentanti di tutti i partiti dell’estrema destra europea convenuti a chiamare alla riscossa non solo i nuovi nazionalisti e razzisti contro il “globalismo mondialista” che vuole “riempirci di migranti”, che vuole “distruggere le nostre radici cristiane”, ma anche i difensori della funzione procreatrice delle donne e delle famiglie e dei ruoli sessuali “naturali”, già strenuamente  difesi a porte chiuse dal quasi contemporaneo Congresso  internazionale delle Famiglie di Verona e dai vari  Family Day con relative marce. Molto si è detto e pubblicato su questo evento, sui suoi organizzatori e finanziatori, su come questo revanchismo non sia alimentato solo da convinzioni religiose e ideologiche, ma da precisi e organizzati interessi che vedono in primo piano l’attivismo di personaggi legati alla Russia di Putin da un lato e all’America di Trump dall’altro. Nella confusione del presente, val sempre la pena di rivolgersi alla storia per trovare delle chiavi di lettura dei fenomeni politici e culturali, ed è questo il proposito di questo scritto: mostrare che il legame tra le posizioni del nazionalismo e suprematismo bianco e la difesa della famiglia che si pretende naturale ha una lunga e dimostrata tradizione, rinverdita oggi da quella teoria cospirazionista che va sotto il nome di piano Kalergi.

l’accoglienza è vista come un tradimento delle proprie radici e identità di fronte a una minaccia di estinzione

È dagli inizi del 2015, quando viene pubblicato da una piccola casa editrice il libro di un tal Matteo Simonetti, intitolato “Il piano Kalergi. Europa, inganno, immigrazione”,  che in Italia comincia a circolare l’idea, basata sullo stravolgimento delle idee di un antesignano dell’idea europeista, il conte di Cavenough-Kalergi,  che l’immigrazione sia il prodotto di un piano organizzato dalle solite misteriose élites finanziarie al fine di infiltrare  e infine sostituire la superiore civiltà europea, bianca e cristiana, con popolazioni nere e musulmane,  per poter più facilmente dominare e sfruttare il territorio europeo: nel dicembre del 2017 il Simonetti ritorna sull’argomento in modo ancor più esplicito con un nuovo libro dal titolo “Kalergi. La  scomparsa degli Europei”. Quella del  leader dei giovani leghisti citata all’inizio di questo articolo non è certo la prima affermazione che dimostra come quel partito condivida e sostenga questa idea, ma è la più recente e insidiosa  per quella accusa di infamia rivolta alle forze favorevoli all’accoglienza degli immigrati: in questa “visione” l’accoglienza è un tradimento delle proprie radici e identità di fronte a una minaccia di estinzione, o, come si è espresso l’attuale ministro degli interni, di “genocidio”! Singolare rovesciamento di prospettiva, questo paventare l’estinzione della popolazione europea quando l’Africa è desertificata e svuotata dalle guerre, dalle carestie e dai naufragi mentre  noi viviamo “sicuri nelle nostre tiepide case” . Ma tant’è.. Questa estremizzazione della contrapposizione “noi-loro” viene alimentata, come sempre, attraverso il fantasma di un complotto mondiale da parte di forze occulte e soverchianti, ebrei e massoni sempre in primo piano: il cospirazionismo è lo strumento più adatto alla creazione del nemico, a compattare la comunità alla quale ci si rivolge attraverso il sentimento di un pericolo e la percezione di se stessi come vittime, sentimento rafforzato dalla convinzione di condividere la scoperta di trame segrete, ovvero un sapere che ad altri sfugge. Quali siano i precedenti di questo genere di propaganda è cosa ben nota a chi non dimentica il contributo fornito all’antisemitismo dal famigerato Protocollo dei Savi di Sion (anch’esso, per altro, ancora accreditato in certi ambienti).

 20190415 kkk migranti

per resistere alla minacciata sostituzione etnica non basta respingere i migranti, ma occorre ripristinare i  cosiddetti valori cristian

 

Cos’abbia a che fare  tutto questo con la cosiddetta “politica della famiglia”  è anche  un fatto intuitivo: per “resistere” alla minacciata sostituzione etnica non basta respingere i migranti, ma occorre ripristinare i  cosiddetti “valori cristiani” - tra i quali sembra non sia compresa l’accoglienza dello straniero! - e combattere omosessualità e aborto che svuotano “le nostre culle”.

Come mostra il maggiore studioso delle origini culturali del nazismo, il tedesco George L. Mosse,  nel suo libro “Sessualità e nazionalismo” (Laterza, 1984), l’alleanza tra morale “cristiana” e politiche nazionaliste, che Mosse riassume nel termine ”rispettabilità”,  risale alla fine del Settecento e si rafforza agli inizi dell’Ottocento, soprattutto nei paesi di tradizione protestante, in primo piano la Germania. “I vescovi tedeschi sostennero la lotta contro il declino delle nascite: avere dei figli  era, a un tempo, un dovere cristiano e patriottico”. Respingere ai margini gli “estranei” che attentano con la loro stessa esistenza alla compattezza della Nazione, o alla cosiddetta identità culturale, o alla purezza della razza, è un compito che non lascia alcun margine di tolleranza: l’estraneo non è solo lo straniero, ma chi non si conforma alla morale utile alla saldezza e alla sopravvivenza di questi idoli del diciannovesimo e del ventesimo secolo. L’insicurezza indotta dall’avanzare dell’industrializzazione produceva i fantasmi della decadenza morale, causa di debolezza politica, e la devianza sessuale veniva collegata alla segretezza e alla cospirazione. “La città era il ricettacolo degli estranei- ebrei, criminali, malati di mente, omosessuali- mentre la campagna era la dimora di chi era nato sul proprio suolo”. Idee consuete alla metà dell’Ottocento, riprese quasi alla lettera da Himmler nel secolo successivo. La medicina  fece la sua parte rinforzando  i concetti di “normale-anormale”, ovvero di conformità  alle norme sociali, con quelli di “salute- malattia” e affermando una concezione “economica” della sessualità, per la quale non finalizzarla alla procreazione era considerato uno spreco a danno della società: il sessuologo Richard von Kraft-Ebbing sosteneva che “i periodi di decadenza morale nella vita di una nazione si erano sempre accompagnati all’effeminatezza, alla sensualità e al lusso”, mentre la rivista medica The Lancet si opponeva alla contraccezione “perché una nazione prolifica in organismi sani può facilmente soppiantare e sommergere, nella lotta per l’esistenza, una nazione che si è abbandonata all’onanismo coniugale”.

20190415 NaziPoliciesTowardWomen

 

Incidentalmente, si potrebbe osservare che questa idea sopravvive nella odierna  paura della forte e “prolifica” gente africana, così come nell’antico timore  delle classi superiori nei confronti del proletariato, ricco, per l’appunto, solo della propria prole, e  molti degli attuali nemici del diritto delle donne alla contraccezione e all’aborto usano come argomentazione “di sinistra” l’accusa al capitalismo di aver privato con questi mezzi i poveri della loro unica forza e ricchezza! Ma quel che qui importa osservare è che questo miscuglio ideologico e queste fantasie di sopraffazione finiscono per assegnare alle donne la principale responsabilità nei confronti dei destini demografici della nazione, confinandole nella funzione riproduttiva e domestica, sostenuta dalla devozione religiosa.

Queste fantasie di sopraffazione finiscono per assegnare alle donne la principale responsabilità nei confronti dei destini demografici della nazione

 Il modello di questa visione  del ruolo delle donne nella società era l’ideale tedesco tradizionalmente espresso dalle parole Kirche, Küche, Kinder, documentate fin dal Settecento e divenute famose quando l’ultimo  Kaiser, Guglielmo II,  le citò attribuendole alla moglie Vittoria Augusta: in effetti i due regnanti ebbero sette figli… Per la verità, il quadro completo degli interessi consentiti  alla donna ideale comprendeva altre due K, quelle di kammer (camera da letto) e kleider (vestiti, abbigliamento), ma questi aspetti più frivoli o ambigui non convenivano al moralismo più rigido, che anche il primo movimento femminista, quello volto ad ottenere il diritto di voto, condivideva. Così le prime tre k divennero in seguito patrimonio  della politica nazista rivolta alle donne,  interessata però soprattutto alla definizione di “normalità”,  tanto che, mentre i difensori della morale e della rispettabilità che dovevano compattare e difendere la società condannavano  anche la pornografia e la prostituzione, i fascisti ( e i loro epigoni odierni) promuovevano i bordelli come mezzi per preservare la asserita normalità sessuale (ovviamente, maschile). Quella stessa politica, infatti,  aveva in orrore l’omosessualità, sebbene molti aspetti della società nazista, fondata sul legame virile tra camerati, comportassero il rischio di promuoverla;  ben presto l’accusa di omosessualità all’interno delle organizzazioni naziste divenne uno strumento di lotta politica: l’omosessuale, come l’ebreo, era un “degenerato”, che viveva i suoi vizi in segreto e come tale costituiva un potenziale di cospirazione contro l’ordine costituito ( anche oggi si paventa l’esistenza di una potente “lobby mondiale degli omosessuali”!). L’epurazione delle SA e l’assassinio del loro comandante Ernst Röhm, notoriamente omosessuale come altri massimi comandanti, furono giustificati con la lotta contro l’omosessualità, e finalizzati non solo ad eliminare una formazione rivale dell’esercito e a consolidare la stessa supremazia di Hitler,  ma anche a rafforzare l’immagine di rispettabilità del partito. Già nel 1930 il deputato Wilhelm Frick, futuro ministro degli interni nazista, aveva presentato un disegno di legge che prevedeva la castrazione degli omosessuali, “vera pestilenza giudea”. La maggiore preoccupazione era quella di combattere ogni possibile confusione dei ruoli e delle identità sessuali, definite come rispondenti alle leggi di natura: preoccupazione espressa con forza oggi in Italia dagli ambienti ultracattolici e leghisti che inorridiscono di fronte a ogni possibile diffusione di quella che essi chiamano la “teoria gender”, ovvero di fronte a chi si batte contro un’educazione basata sulla rigidità dei ruoli. L’idea che l’omosessualità sia una malattia contagiosa e curabile ha origine in Europa proprio nel clima culturale del nazionalismo novecentesco, come mostra G.Mosse,  e in una scienza al servizio della definizione e della difesa della “normalità”. Ciò che è “naturale” appare come immutabile e inappellabile, e richiamarsi alla natura è un modo per rigettare come anormali ed estranei i comportamenti socialmente  indesiderati. La psichiatria e la medicina vengono in aiuto ai difensori della moralità pubblica: oggi l’ultracattolica dottoressa Silvana De Mari analizza l’omosessualità come una questione di  fisiologia e di igiene e salute.. anale, riportandola  su queste basi all’anatema biblico, come “abominevole pratica contro natura”. Allo stesso modo, si fa appello alla natura per la definizione del modello accettabile di famiglia, quella funzionale agli interessi della specie: che ha sempre tollerato una parte di individui che sfuggono ai compiti riproduttivi nel corso della loro vita per i motivi più vari, mentre intollerabile appare oggi ai suprematisti bianchi, che in Europa come negli Stati Uniti si sentono minacciati dalla vitalità di altre genti, l’esistenza di famiglie bianche che non possono o non vogliono procreare.

 

 20190415 contro il gender

Ciò che è “naturale” appare come immutabile e inappellabile, e richiamarsi alla natura è un modo per rigettare come anormali ed estranei i comportamenti socialmente  indesiderati

 

Anche la crociata contro l’aborto ha avuto nel passato una connotazione politica: alla stessa polizia che nel 1937 in Germania era stata  incaricata di perseguire l’omosessualità fu poi assegnato il compito di perseguire l’aborto come reato capitale, e nel 1939 un illustre ginecologo parlava dello “stock nazionale di ovaie” come di un patrimonio statale da proteggere! Le donne che superavano l’età fertile erano pertanto considerate come cittadine di serie B. Il fascismo italiano si fece difensore della famiglia anche attraverso una legislazione che puniva l’adulterio ( a meno che non fosse praticato dal Duce, ovviamente) e la convivenza more uxorio, stabiliva una tassazione punitiva per gli scapoli mentre distribuiva premi di natalità alle famiglie numerose;  ma quale fosse lo scopo ultimo di questa politica era dichiarato nello slogan “Il numero è potenza”: i  figli come beni da offrire  alla patria per combattere nell’ora segnata dal destino. Anche il matrimonio, santificato attraverso il Concordato con la Chiesa cattolica, venne chiamato a sostenere i destini della patria, colpita dalle sanzioni delle odiate nazioni democratiche,  con la campagna di raccolta delle fedi d’oro per sostenere lo sforzo bellico durante la guerra d’Etiopia: campagna il cui effettivo contributo economico fu, come si dimostra nell’interessante libro di Petra Terhoeven : Oro alla patria. Donne, guerra e propaganda nella giornata della Fede fascista (Il Mulino, 2005), “una goccia nel mare, nel contesto complessivo delle spese di guerra” , mentre rilevantissimo fu il suo valore simbolico e propagandistico, rivolto soprattutto alle donne. L’autrice analizza l’immagine della donna proposta in quelle circostanze dall’iconografia del regime, dalle vignette ai collages fotografici fino ai manifesti di Sironi e alle copertine di Beltrame, un’immagine improntata ai valori di “fede” (matrimoniale e fascista  insieme) e “sacrificio”, di austerità estetica e morale: donne che esibiscono come gioielli le ricevute della loro donazione alla patria contrapposte alle frivole donne dei paesi “sanzionisti” che non sanno cosa sia la fede matrimoniale perché sono inclini al divorzio.

 

conferimento premi natalit

 

Certo, analoghi ideali di austerità femminile e di solidità familiare furono adottati dalla propaganda comunista nel dopoguerra, dopo la grande stagione delle donne combattenti per la Liberazione: la rispettabilità era necessaria anche alla lotta del proletariato, e come sempre se ne affidava alle donne la custodia. Le campagne per il diritto al divorzio e per la legalizzazione dell’aborto rappresentarono una svolta, sospinta dalle conquiste del boom economico, dalla rivolta generazionale e dalla rivoluzione culturale del ’68, dal femminismo e dal liberalismo del  Partito Radicale. In tempi più vicini a noi,  tempi di crisi economica e demografica, anche ministri dei governi dem, come Beatrice Lorenzin, o sindaci del PD, si sono preoccupati delle “culle vuote” proponendo Fertility Day o intervenendo nel 2017 al Meeting di Comunione e Liberazione per proporre misure utili ad aumentare “l’indice di fertilità” delle donne italiane: misure di carattere sociale, per fortuna, interventi  sulle difficoltà delle donne e delle famiglie a mettere al mondo figli anche in tempi complicati come il nostro, non certo campagne a carattere ideologico sulla natura, la moralità, la difesa della “italianità”. Si imputa a tutta una stagione politica successiva al ’68 di aver privilegiato  la lotta per i diritti civili delle minoranze tralasciando e anzi tradendo quella per i diritti dei lavoratori, ma questa  giusta critica viene cavalcata a destra per criminalizzare quella stagione come punto di origine  della decadenza morale dell’Occidente e perfino della Chiesa Cattolica.

Se questa controrivoluzione  è condotta da sovranisti e razzisti di mezzo mondo, se ai convegni in difesa della famiglia si presenta in prima fila Casa Pound, se uno come Steve Bannon decide di istituire in Italia una scuola di formazione per attivisti, vale forse la pena di ricordare la stretta parentela ideale tra le tre K razziste e quelle antifemministe, parentela che non ha nulla a che fare con un lontano Medioevo, ma che ha visto i suoi cupi trionfi nei momenti più bui del Novecento.

 


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