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Il pamphlet di Umberto Eco, una guida agli archetipi del “fascismo eterno”

“Ilfascismo è morto”, sentenziavano inesorabili prima del 4 marzo scorso ministri e parlamentari d’ogni parte, preoccupati che si chiedesse loro conto in vario modo di una rinascita sostenuta dall’attivismo elettorale di diversi gruppi neofascisti: intendendo con quella sentenza negare la necessità di un contrasto immediato, o sospettando anche che la contrapposizione fascismo-antifascismo fosse, in quanto inattuale, addirittura un diversivo artificiosamente costruito per distogliere l’attenzione dai sempre incombenti e irrisolti “problemi reali del paese”.

A me quella sentenza richiamava irresistibilmente alla mente, per contrasto, il titolo di uno spettacolo scritto e diretto da Renato Sarti e interpretato da Bebo Storti, la cui ultima rappresentazione risale a circa due anni fa: parlo di quel Mai morti che metteva in scena non solo le nostalgie di un ex gerarca per i peggiori misfatti del regime, ma soprattutto l’orgoglio per la sopravvivenza della sopraffazione antidemocratica che si perpetuava nelle stragi e nella violenza poliziesca, anche nel cuore della Repubblica nata da una lotta antifascista evidentemente non pienamente e definitivamente vittoriosa. Che questa sopravvivenza abbia precise motivazioni storiche è un fatto che potrebbe confermare la tesi del definitivo superamento del fascismo nel nostro tempo: caduto il muro di Berlino e la “minaccia” comunista, che bisogno ci sarebbe più del fascismo? Eppure...

Libertà e liberazione sono un compito che non finisce mai”: questo richiamo alla necessità di una vigilanza continua contro quello che Umberto Eco volle chiamare “Ur-fascismo”, è contenuto in un suo articolo uscito sulla “New York Review of Books”, il 22 Giugno 1995, leggibile in traduzione italiana qui.

Si trattava del testo di un discorso pensato "per un pubblico di studenti americani ed era stato pronunciato nei giorni in cui l'America era scossa per l'attentato di Oklahoma City, e la scoperta del fatto (per nulla segreto) che esistevano negli Stati Uniti organizzazioni militari di estrema destra". Fu poi pubblicato in Italia in prima edizione da Bompiani nel 1997 nella raccolta di saggi brevi Cinque scritti morali, ma è ritornato in libreria l'11 gennaio scorso per La Nave di Teseo, in un volumetto di 50 pagine dal titolo Fascismo eterno. Non a caso Elisabetta Sgarbi ha voluto riprendere l’iniziativa delle edizioni Grasset durante le ultime elezioni presidenziali in Francia, quando il pamphlet pubblicato col titolo Reconnaître le fascisme assumeva quasi un valore di avvertimento contro l’avanzata di Marine Le Pen. Un titolo che in Italia suonerebbe malauguratamente ambiguo, essendo l’attuale clima politico più favorevole al “riconoscimento” come tributo d’onore che come operazione cognitiva.

20180316 eco grassetNon è del fascismo storicamente determinato come regime con precise connotazioni istituzionali che Eco si occupa in questo saggio, ma del fascismo come fenomeno eminentemente culturale, prepolitico, che non si ripresenta certo con le caratteristiche formali del ventennio in cui raggiunse il potere, ma al contrario, corrispondendo principalmente ad una serie di presupposti che attengono all’etica e alla psicologia, può essere riconosciuto e riassunto nei suoi archetipi profondi, negli atteggiamenti e orientamenti che ne hanno fatto e sempre ne faranno un nemico mortale per la democrazia e i suoi valori.

Riguardo al fascismo italiano del Ventennio, dopo averlo messo a confronto con gli altri regimi epigoni e alleati, Eco ne individua la peculiarità nella debolezza e confusione del suo impianto culturale (al quale attribuisce le apparente tolleranza del regime nei confronti della produzione artistica, in contrasto con la feroce repressione dell’opposizione politica), il suo essere un coacervo di contraddizioni, “un esempio di sgangheratezza politica e ideologica. Ma era una "sgangheratezza ordinata", una confusione strutturata. Il fascismo era filosoficamente scardinato, ma dal punto di vista emotivo era fermamente incernierato ad alcuni archetipi.”

“..dietro un regime e la sua ideologia c'è sempre un modo di pensare e di sentire, una serie di abitudini culturali, una nebulosa di istinti oscuri e di insondabili pulsioni.

È questa natura archetipica che ha fatto del termine fascismo una sineddoche, nota Eco, quella che usiamo quando definiamo come fascista ogni atteggiamento di sopraffazione. Dei quattordici caratteri “eterni” che il semiologo individua nel fascismo così inteso, ricorderei in particolare quelli che mi sembra abbiano sempre più cittadinanza nella attuale avanzata delle destre: a cominciare da tradizionalismo, irrazionalismo, culto dell’azione e disprezzo dell’attività intellettuale: “L’azione è bella di per sé, e dunque deve essere attuata prima di e senza una qualunque riflessione. Pensare è una forma di evirazione.”

Si tratta di atteggiamenti connessi fra loro inestricabilmente: il disprezzo per gli intellettuali ha a che fare anche con la critica della tradizione conseguente alla libera attività del pensiero e con le sue istanze di rigore che si oppongono alle mistiche irrazionalistiche. D’altra parte il culto dell’azione implica una concezione della vita come lotta, un “ideale” eroico ed elitario che si associa al disprezzo per i deboli e al machismo (interpretato da Eco come una trasposizione sul piano sessuale della tensione alla sopraffazione, della volontà di potenza). A tutto questo si aggiunge un’idea di popolo come “un’entità monolitica che esprime la “volontà comune”. Dal momento che nessuna quantità di esseri umani può possedere una volontà comune, il leader pretende di essere il loro interprete.” Al “popolo” così inteso viene estesa la pretesa elitaria: “Ogni cittadino appartiene al popolo migliore del mondo, i membri del partito sono i cittadini migliori, ogni cittadino può (o dovrebbe) diventare un membro del partito.”

 

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Ma soprattutto il fascismo primitivo, archetipico, è fatto di rifiuto del diverso e di rancore: L'Ur-Fascismo cresce e cerca il consenso sfruttando ed esacerbando la naturale paura della differenza. Il primo appello di un movimento fascista o prematuramente fascista è contro gli intrusi. L'Ur-Fascismo è dunque razzista per definizione.E poi:L'Ur-Fascismo scaturisce dalla frustrazione individuale o sociale. Il che spiega perché una delle caratteristiche tipiche dei fascismi storici è stato l'appello alle classi medie frustrate, a disagio per qualche crisi economica o umiliazione politica, spaventate dalla pressione dei gruppi sociali subalterni.” Alla frustrazione sociale il fascismo offre una via d’uscita estremamente facile: “A coloro che sono privi di una qualunque identità sociale, l'Ur-Fascismo dice che il loro unico privilegio è il più comune di tutti, quello di essere nati nello stesso paese. E questa l'origine del nazionalismo. Inoltre, gli unici che possono fornire una identità alla nazione sono i nemici.” Un nemico da disprezzare e da temere al tempo stesso, tanto che spregevole appare in quest’ottica la rinuncia a combatterlo, quel nemico, reale o paventato che sia: rinuncia bollata come pacifismo ieri, quando il nemico erano le demoplutocrazie e il complotto giudaico-massonico; disprezzata come “buonismo” oggi, quando al vecchio nemico si aggiunge il clandestino descritto come invasore e profittatore. Tornando così al disprezzo per ogni presunta debolezza, e semplificando ogni questione di temibile complessità in slogan e parole d’ordine che facciano argine al pensiero: “Tutti i testi scolastici nazisti o fascisti si basavano su un lessico povero e su una sintassi elementare, al fine di limitare gli strumenti per il ragionamento complesso e critico.” Così conclude Eco la sua analisi dell’Ur-fascismo.

“A coloro che sono privi di una qualunque identità sociale, l'Ur-Fascismo dice che il loro unico privilegio è il più comune di tutti, quello di essere nati nello stesso paese.”

È questo il fascismo che vediamo oggi assumere una malaugurata egemonia culturale, come diffusione presso strati sempre più larghi della popolazione di parole d’ordine nazionaliste e razziste e di sentimenti di rancore indiscriminati soprattutto nei confronti degli “intrusi”, i più emarginati e sfortunati, ai quali si imputa ogni male e pericolo e a cui si arriva perfino ad invidiare gli spiccioli concessi dai programmi di accoglienza. Non sono tanto i gruppuscoli più o meno violenti che si moltiplicano e pretendono di insinuarsi nelle istituzioni democratiche a preoccupare, non solo, ma soprattutto il fatto che le sirene dell’estrema destra suonino sempre più suadenti.

Il nazionalismo becero di “America first” o “Prima gli italiani” trascina con sé un razzismo sempre più privo di remore. Rancore e disprezzo per l’altro si manifestano anche nei discorsi più quotidiani o nei gesti incivili di persone comuni, prima ancora che nei gesti violenti degli esaltati, che non trovano unanime condanna. Per non parlare del machismo che si traduce in violenza contro le donne, che sembra non avere connotazioni politiche e culturali, ma che forse, a ben guardare, appartiene anch’esso a questa galassia confusa e inestricabile di atteggiamenti di intolleranza e sopraffazione che sfiorano la psicopatologia.

Il fascismo usa “un lessico povero e una sintassi elementare, al fine di limitare gli strumenti per il ragionamento complesso.”

Certamente l’opposizione a questa avanzata va costruita sul terreno delle scelte politico-economiche che rimuovano i motivi di frustrazione e rancore su cui lucrano i Trump o i Salvini, ma il lavoro sul piano culturale e sociale è altrettanto urgente e decisivo, proprio perchè il sostrato del fascismo è in questa mescolanza di idee rozze e sentimenti corrivi. È questo l’antifascismo a cui siamo chiamati, oggi e sempre, se crediamo in valori esattamente opposti e vogliamo realizzarli e trasmetterli alle nuove generazioni.