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Era sopraggiunta la pioggia estesa, senza più tuoni, una adunata di acque sulla collina, una raccolta di rigagnoli da ogni fessura, giù dagli scoscesi verso il mare che lambisce la costa.

 

Dove si racconta il garbuglio mai disticrato tra i cugini Annabella Puntaccesi e Lorenzo Triboli. Lei sposata Vitello, lui rappresentante di commercio della Acqua Gas-Pompe Idrauliche, sempre in viaggio con la borsa piena di depliants e un cambio di biancheria pulita.

Un conto è scrivere: “Cara Annabella, cadono le foglie.” Liturgia del cattivo tempo quando gli alberi si spogliano restando neri e derelitti per far da contorno agli infelici che vorrebbero dar di testa contro le mura, o peggio lasciarsi morire come le mosche d’inverno. Altro è scrivere:  “Cara Annabella! Latet anguis in herba.” (Il serpe si cela nell’erba.) Virgilio, Egloghe. Dove la biscia è indizio di inquieta notte, quando Lorenzo Triboli crede di toccar con mano la speranza umiliata dal troppo tempo trascorso dopo l’ultima lettera della cugina. Essendo lui in trasferta ad Ancona, il capoluogo non è più raggiunto dalla “Posta” a causa della ferrovia franata dopo Pesaro, in località “Ginestra”. Sui tetti gracchiano le cornacchie: “Mai più, mai più, tulilem blem blu. Mai più una lettera sarà tuo viatico!”

 Se mai vi sia stato un alcunché di più, un saluto di straforo, intanto che lui sale sul treno  diretto chissà dove  e lei torna a casa con i piedi gelati ed il nodo in gola. Nel fondo dell’inverno, pochi battiti di cuore tra gli sguardi illanguiditi e il chinare la testa come fa chi porta pena. E ancora si noti la differenza tra i saluti, a fondo epistola, dei comuni mortali: “Buona Pasqua. Un bacio alla zia Giuseppina.” invece vergati dal Triboli con tremante mano: “Pulchra, Pulcherrima…” dove  il latino è reliquia di antica fiamma, appiccatasi al primo spulciare il dizionario, gomito contro gomito, nell’imperversare del compito in classe, con la compagna di banco, la cugina Annabella, irrequieta a tirar su la calzetta e piluccarsi con puntigliosa unghia gli acni juvenili, disperazione mattutina quando a guardarsi nello specchio scopre che un altro brufolo ha preso campo sulla punta del naso.

“Non nascondere la tua faccia da me, nel giorno che io sono in distretta, inclina a me il tuo orecchio, nel giorno che io grido affrettati a rispondermi.” Davide, Salmo 102. Il versetto biblico epigrafa la lettera del Lorenzo Triboli spedita da Ancona, segno della sua impazienza per la ritardata riattivazione della Ferrovia Adriatica, in seguito al maltempo di agosto, invano preannunciato dal locale casellante alla Amministrazione Centrale delle Ferrovie di Roma (Via dei Tassi, numero  100). Il funzionario aveva presunto il disastro risorgendo la sua antica lombaggine,    nunzia del mutare della stagione, unitamente agli altri segni naturali: l’alba velata dalla nebbia, funghi sulla collina. Il casellante aveva telegrafato: “ Tic, tic, tic…già piove forte. Stop. Urge rincalzo della massicciata in località Ginestra. Stop.”

L’Amministrazione aveva subito risposto: “Dove sono i tuoi figli?” Stop. “Odo suon d’armi E di carri e di voci e di timballi.” Stop. Lasciando l’impiegato periferico incerto sulla natura dei timballi. Incertezza frequente nelle interrelazioni tra uffici  troppo lontani, specialmente in questioni capitali, quali ad esempio: ”Morirò presto. Stop. Il casellante della Ginestra.”

 Risposta della Amministrazione: “Oh venturose e care e benedette l’antiche età, che a morte / Per la patria correan le genti a squadre. Stop.”

Comunque sia il tuono era scoppiato una sera tardi rotolando dentro la cucina  del casellante, nel tumulto dei bicchieri belli da crepare le coppe dello spumante. Dopo il tuono altri brontoli e bagliori riflessi sulla tovaglia a quadretti bianchi e blu, sulla quale i coniugi casellanti cenavano con un cucchiaio di minestra.  Lampi senza fiamma, vampe frigide, pigre a ritirarsi dalla cucina come se rifiutassero di essere scacciate da quel guscio domestico quietamente presieduto dalla foto della figlia lontana, sposata a Cecina. Quanto umor nero nel lento transitare dei notturni treni merci, uno a mezzanotte sulla soglia del sonno, un altro alle due, con magico procedere dei vagoni sui binari: “Quo vadis?” “Non lo sappiamo, Seguiamo la ferrovia e basta…”  Toc, toc, toc…

 Era sopraggiunta la pioggia estesa, senza più tuoni, una adunata di acque sulla collina, una raccolta di rigagnoli da ogni fessura, giù dagli scoscesi verso il mare che lambisce la costa. Giorni e notti di diluvio finché era smottato l’olmo in cima al dosso, venuto giù senza fracasso, afflosciando i rami, come richiuse stecche di ombrelli. La collina era scivolata come un’ombra che passa quando annuvola nel vento. La gente aveva gridato esterrefatta a veder mutato il coltivo, le siepi inghiottite, le lepri fischianti. La ferrovia era finita in mare assieme ai pali del telegrafo, alle stanghe del passaggio a livello, all’orto folto di rosmarino. Il casellante si era arrampicato fin sul ciglio del disastro, dove era impallidito con le braccia penzoloni, fradicio fino al cuore, scuotendo la testa nel barbugliare: “L’avevo detto!”

Perciò la ”posta” non perviene più. Le lettere della Puntaccesi sono bloccate a Rimini dove si fermano i convogli provenienti dal nord. Ma il Triboli continua ad imbucare le sue epistole ad Ancona per la testardaggine che lo assiste in ogni scrupolo della vita: mescolare il caffè con la coda del cucchiaino, bruciare le zanzare con gli zolfanelli  svedesi, guardare la luna col fondo dei bicchieri.

Scrive ogni sera, nella camera della pensione dove alloggia, dopo essere tornato dalla   spiaggia deserta. Laggiù vede passare pigre motonavi: il Titanic? Un granchio sale la riva, un cane lo perseguita abbaiando. L’uomo si ferma e scava con la punta del piede un nome sulla sabbia, subito cancellato dall’onda  sopravvenente. Il rappresentante di commercio resta immobile nella notte. C’è un silenzio esteso, un deserto fantastico che sale dappertutto, anche nell’animo del Triboli, come una gramigna radicata  in età remote, una giovinezza persa in randagie trasferte, è il più bravo venditore della Acqua Gas - Pompe Idrauliche.

Mezza adolescenza immusonita sui libri di latino, l’altra metà divampante nelle corse in bicicletta con l’Annabella che finivano in gloriosi capitomboli nell’erba. Finalmente l’insonne va a dormire, accucciandosi nel letto in senso opposto alla usanza: i piedi sul cuscino, la testa di piedi, per rivolta contro il suo destino.

 

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Gli autori di Vorrei
Adamo Calabrese
Author: Adamo Calabrese

Adamo Calabrese è scrittore, autore di teatro e illustratore. Ha pubblicato con Einaudi il romanzo "Il libro del re", con Albatros i libri di racconti "L'anniversario della neve", "La cenere dei fulmini", "Il passaggio dell'inverno", con Joker "Paese remoto". Ha illustrato i propri libri ed edizioni di Dante, Gibran e Pascutto. Scrive e disegna per il quotidiano "Il cittadinio" di Lodi, per le riviste "Vorrei" di Monza e "Odissea" di Milano. I suoi ultimi lavori teatrali hanno messo in scena opere di Brecht, Joyce, San Francesco e Iacopone. Nel 2012 RAITREha trasmesso un suo testo. Nel 2014 è stato finalista del premio internazionale di grafica satirica "Novello". Insegna letteratura presso le Università della terza età di Sesto san Giovanni e Milano (Università Cardinale Colombo)

Qui la scheda personale e l'elenco di tutti gli articoli.

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