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I genitori e il figlio si accoccolarono attorno alla stufa. La madre si fece coraggio, congiunse le mani e supplicò: “Tobia non partire. Non partire.”

 

La madre cuciva sotto la finestra, cuciva senza levare lo sguardo dall’ago che andava su e giù nella  stoffa del gilet da sposo di suo figlio Tobia. Ogni gugliata era un barlume di luce finché il gilet da sposo disse: “Bene, bene, sono pronto.” “Bene, bene” disse anche il figlio indossando il gilet nuovo.

“Bene, bene” disse la madre e dischiuse la porta e rimase con la mano stretta sulla maniglia. “Come nevica” disse la madre puntando lo sguardo verso la strada là dove avrebbe dovuto apparire l’Angelo del Signore. Il padre che leggeva accanto alla stufa levò il capo dal libro e disse: “Non si vede ancora?” “C’è molta neve” disse il  figlio che si era accostato all’uscio. “Quanta neve” disse ancora il figlio mentre batteva i piedi per il freddo. “Vieni dentro.” disse la madre ma il figlio fece un passo oltre la soglia. Il mondo gelava nel silenzio. Gli alberi parevano immobili viandanti, le case conigli accucciati, le strade teatri in attesa degli attori in ritardo. Il figlio disse: “Ma che mondo è questo?” Il padre disse: “Vieni dentro.” Prima di chiudere la porta il figlio disse: “Neppure un corvo che vola.” “Chiudi, chiudi” disse il padre. Il figlio chiuse la porta e la casa dondolò sotto il cumulo della neve.

 I genitori e il figlio si accoccolarono attorno alla stufa. La madre si fece coraggio, congiunse le mani e supplicò: “Tobia non partire. Non partire.” Il figlio chinò il capo: ”Con tutta questa neve” “Non partire” bisbigliò ancora la madre. Il padre ruggì e la madre ebbe paura. “Non tormentiamoci” disse il padre “Piuttosto dormiamo finché non sarà arrivato l’Angelo del Signore” “Sì, dormiamo” disse la madre. “Dormiamo” disse il figlio. “Amen…” bisbigliarono e chiusero gli occhi. Era rimasta sveglia la stufa di ghisa. Lei non avrebbe lasciato partire il figlio, l’aveva visto nascere e crescere, l’aveva visto tagliare alberi e costruire muri. Perché mettersi in viaggio nel pieno dell’inverno?  Ma lei era una stufa senza autorità. A chi chiedere consiglio, alle travi del tetto rosicchiate dai tarli? Poiché non poteva nulla la stufa sospirò e spense il suo fuoco lasciando appena un filo di brace.  La famiglia dormiva come una cucciolata di tassi in letargo. Il padre sognava di seminare l’orto, la madre sognava il vento che le gonfiava la gonna. Il figlio non sognava, dormiva per ubbidienza, pur tendendo l’orecchio in attesa del grido dell’Angelo.

Dormirono fin quando la stufa ebbe un sussulto e la casa tremò. L’Angelo del Signore spalancò la porta e gridò: “Dio onnipotente, padrone degli abissi!” Tobia saltò in piedi, i capelli ritti, gli occhi spalancati. Il padre si tirò in testa una coperta. La madre riprese a cucire senza mai sollevare gli occhi dal lavoro. “Andiamo” disse l’Angelo. “Andiamo” disse Tobia e fischiò al cane perché li seguisse e il cane Lampo sorrise. “Fin dove andremo?” chiese il cane. L’Angelo sollevò il braccio e indicò l’orizzonte. “Ah…” disse il cane  “Andremo là?” “Sì, andremo là!” disse Tobia “Lui conosce la strada.”

Camminavano in silenzio, un giorno dopo l’altro, mentre la neve poco per volta diventava pioggia.  Poi non vi fu più né neve né pioggia e la terra cominciò ad asciugarsi. Ora si vedevano bene le pietre segnaletiche ai bordi delle strade. L’Angelo si chinava, leggeva le scritte e guardava le frecce incise. Era agevole andare, bastava seguire i paracarri. Di sera si arrampicavano sugli alberi, costruivano il loro nido con rami e foglie e vi si accucciavano sereni. Il cane Lampo dormiva in braccio a Tobia e al mattino saltava a terra allegramente, senza abbaiare per non disturbare l’Angelo che era in piedi già da prima dell’alba e stava con le braccia conserte rivolto al Cielo.

Riprendevano il cammino fermandosi nelle osterie di campagna. Entravano in punta di piedi. Neppure si sedevano al tavolo. Stavano davanti al banco per un bicchiere di latte caldo. Il cane Lampo aspettava sulla soglia rosicchiando un osso che una ragazza della cucina gli aveva messo sotto il naso. Terminato il cammino nelle terre di pianura presero la strada delle colline. Si arrampicavano sui dossi e quando erano in cima Tobia e il cane restavano incantati scoprendo come il mondo fosse grande. Colline a perdita d’occhio, paesi sulle cime, cascine tra gli alberi, fumate di falò perché ormai era primavera e si bruciavano le foglie vecchie. Ora non dormivano più sugli alberi ma nei solchi asciutti delle vigne. La terra delle vigne era dolce e il suo profumo penetrava nei sogni di Tobia che si svegliava propenso a diventare un albero fiorito.

Dopo le colline viaggiarono con la corriera postale. Pagarono la corsa prestando i loro servizi.  Aiutarono a cambiare un pneumatico che aveva preso un chiodo. Capitò che ad una fermata una gallina si era cacciata sotto la corriera e il cane Lampo la tirò fuori. La corriera si fermava di frequente perché i paesi diventavano sempre più numerosi. Il mezzo sostava agli uffici postali e Tobia si offriva per smistare la posta. C’erano sacchi e sacchi di posta soprattutto lettere filosofiche. Chi chiedeva cosa ci sarà dopo la morte, chi rispondeva che c’era solo nebbia, chi ribatteva che era inutile fare domande.  L’Angelo non aveva bisogno di aprire le lettere, i suoi occhi soprannaturali leggevano attraverso le buste. Egli non leggeva a voce alta ma, per discrezione, parlava con l’alfabeto muto. La gente capiva quel che capiva e si segnava col gomito sperando di aver compreso bene. “Sì, sì, la morte è una fantasia.” C’erano anche lettere con poesie. Lettere con tariffa ridotta perché le poesie erano più leggere degli scrupoli esistenziali. Poesie sul cielo, le stelle, il sole, l’acqua, la sabbia. La sabbia, per l’appunto.

Dopo l’ultimo ufficio postale cominciava il deserto di sabbia dove la corriera non poteva inoltrarsi. Chi voleva procedere doveva andare a piedi. L’Angelo e i suoi viaggiatori si misero in cammino. Faticavano, affondavano nella sabbia, non c’erano pietre segnaletiche. Per fortuna l’Angelo sapeva dove andare. Presto sarebbero giunti nella città dove abitava Gabael, il parente di Tobia. Gabael viveva là con sua moglie Anna e sua figlia Sara.  Sara non sapeva di essere destinata quale moglie di Tobia. Lei non aveva pensieri. Accudiva la casa e cantava. Cucinava e cantava. Dava l’acqua ai fiori e cantava.

Quando i viaggiatori furono in vista della casa di Gabael, l’Angelo tese la mano e fermò Tobia, poi si allontanò di un passo, incrociò le braccia e si volse al Cielo. Sara era in cucina pulendo i legumi per la minestra: ceci, piselli, fave, lenticchie. La donna sollevò lo sguardo alla finestra e vide i viaggiatori:  “Tobia…..ma lo conosco, sì lo conosco, lo sogno ogni notte. Anche il cane conosco.” Il cane Lampo a pancia all’aria si grattava la schiena nella sabbia. Sara scosse la marmitta facendo ballare i legumi. Prima furono i ceci a trasformarsi in perle, poi i piselli diventarono rubini, i fagioli smeraldi, i ceci lapislazzuli. I preziosi si mescolavano formando collane, orecchini, braccialetti, anelli. Sara indossava i bijoux e si guardava lusingata nel vetro della finestra. I genitori di Sara erano accorsi stupefatti e davanti alla figlia ingioiellata erano caduti in ginocchio. “Che dobbiamo fare?” chiedeva la madre Anna “Che dobbiamo fare?” Per fortuna il padre Gabael non si era smarrito, si alzò e levò le braccia al cielo: “Dio sia lodato!” gridava: “E’ arrivato lo sposo di Sara.” Tobia si spazzolava la sabbia di dosso. Il cane Lampo si era ritto sulle zampe posteriori in attesa di un segnale per abbaiare. L’Angelo fece un cenno al Cielo. Il Signore Iddio onnipotente schioccò le dita e nonostante fosse pieno giorno accese miriadi di stelle. I cuori di Tobia e Sara presero fuoco all’unisono.

 

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Gli autori di Vorrei
Adamo Calabrese
Author: Adamo Calabrese

Adamo Calabrese è scrittore, autore di teatro e illustratore. Ha pubblicato con Einaudi il romanzo "Il libro del re", con Albatros i libri di racconti "L'anniversario della neve", "La cenere dei fulmini", "Il passaggio dell'inverno", con Joker "Paese remoto". Ha illustrato i propri libri ed edizioni di Dante, Gibran e Pascutto. Scrive e disegna per il quotidiano "Il cittadinio" di Lodi, per le riviste "Vorrei" di Monza e "Odissea" di Milano. I suoi ultimi lavori teatrali hanno messo in scena opere di Brecht, Joyce, San Francesco e Iacopone. Nel 2012 RAITREha trasmesso un suo testo. Nel 2014 è stato finalista del premio internazionale di grafica satirica "Novello". Insegna letteratura presso le Università della terza età di Sesto san Giovanni e Milano (Università Cardinale Colombo)

Qui la scheda personale e l'elenco di tutti gli articoli.

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