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Vorrei | Rivista non profit


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20180212 sanders Where we go from here 1

 Where We Go from Here.  Contenuti di rilevanza internazionale oltre i temi riguardanti gli Stati Uniti. Ne tentiamo una sintesi attraverso la traduzione di alcuni dei passaggi più universali

I milioni di sostenitori americani di Bernie Sanders che in questi giorni stanno ansiosamente aspettando che il senatore sciolga le ultime riserve sulla sua candidatura alle presidenziali del 2020,  possono nell’attesa intrattenersi con il suo ultimo libro Where We Go from Here - Two Years in the Resistance, uscito martedì 27 novembre, un libro interessante anche per i non-americani già conquistati dal senatore e per quelli che desiderino conoscere da vicino la sua Rivoluzione Politica e i molti temi universali di cui essa  è promotrice. 

Scritto in un inglese chiaro e lineare che, rispecchiando il modo di parlare di Bernie, va direttamente al sodo senza orpelli retorici, il libro è accessibile anche a chi non abbia una conoscenza profonda della lingua.

Due anni e due mesi di avvenimenti, dal giugno 2016 all'agosto 2108, racchiusi in una quarantina  di capitoli che segnano momenti salienti della vita politica americana e delle battaglie sostenute dalla Rivoluzione Politica.

 

Tra un'introduzione ed un capitolo finale intitolato come il libro, ci sono 38 capitoli i cui titoli sono preceduti da una data e che seguono la cronologia di eventi accaduti in un arco temporale compreso tra il 16 giugno 2016 e il  25 agosto 2018. Quelle due date  sono in stretta relazione tra di loro poiché segnano  importanti momenti per il processo elettorale del Partito Democratico americano.
Il 16 giugno coincide con  la conclusione delle  primarie 2016 attestanti la prima parziale vittoria di Hillary Clinton, vittoria che Sanders è disposto a riconoscerle a certi patti, pur essendo perfettamente a conoscenza degli imbrogli messi in atto contro di lui dall’establishment del partito. Alcuni di quegli imbrogli verranno poi incontrovertibilmente provati tre giorni prima dell'inizio della Convention di Filadelfia nel luglio successivo, quando una prima ondata di email rilasciate da Wikileaks dimostrerà le collusioni tra Hillary e la dirigenza democratica per truccare le primarie. L’ argomento, di cui Sanders si occupa nel capitolo dedicato a quella convention, è stato più volte trattato  su Vorrei fin dall'estate del 2016.

 

La necessità di riformare il Partito Democratico

Se il 16 giugno 2016 rappresenta una sconfitta per Bernie, quello è anche il giorno che segna l'inizio di una battaglia indefessa per cambiare alcune delle antidemocratiche regole del Partito Democratico in materia di primarie e della possibilità di accedere al processo politico da parte di tutti, indipendentemente dalla classe sociale di appartenenza.  

Il senatore non è uno che si lascia impressionare o demoralizzare dalle sconfitte. Tutt’altro. E così dopo due anni di lotte sostenute insieme ad altri politici progressisti, il 25 agosto 2018 il Comitato Democratico Nazionale approva definitivamente una riforma che modifica alcune di quelle regole antidemocratiche. Prima fra tutte quella che ha finora consentito a circa 700 superdelegati di determinare il 30% dei risultati delle primarie, grazie alla possibilità di sovvertire il voto popolare scegliendo il candidato di loro preferenza durante la Convention finale. Nel 2016 Hillary Clinton ha beneficiato del 70% dei superdelegati, diversi dei quali a Filadelfia hanno votato per lei a dispetto del voto popolare andato a Sanders.

Al termine delle primarie del 2016 le priorità di Bernie erano impedire "che uno spregevole miliardario autoritario  diventasse presidente" e rendere quanto più progressista possibile l'agenda di Hillary. Lontana da lui l'idea di "dissolversi nel tramonto"

 

Date queste premesse,  viene da chiedersi come mai Bernie nel 2016 non si sia ribellato, e non tanto alla pratica dei superdelegati contro la quale in quel momento non poteva fare nulla, ma alle tante altre irregolarità compiute nei suoi confronti, comprese  accertate cancellazioni di milioni di voti a suo favore. Se non lo ha fatto è  perché non è nella sua natura recriminare a giochi fatti, ma soprattutto perché,  come racconta nei primi capitoli, le sue priorità in quel momento erano ben altre. 

 «Io ero consapevole forse più di chiunque altro delle inadeguatezze politiche del Segretario Clinton. Avevo passato un anno a puntualizzarle. Ma sapevo anche che persino nel suo giorno peggiore lei sarebbe stata un presidente migliore di quanto non lo sarebbe stato Trump nel suo giorno migliore. Non potevamo permetterci il lusso di stare a guardare e lasciare che uno  spregevole miliardario autoritario  diventasse presidente. Inoltre dovevamo proseguire il nostro lavoro sull’onda favorevole che il movimento progressista aveva nella campagna,  dovevamo continuare la rivoluzione politica e portare sempre più persone all’interno del processo politico. A differenza di molti altri candidati presidenziali che avevano perso le elezioni, io non  avevo alcuna intenzione di dissolvermi nel tramonto. 

Bernie racconta che, prima di dare il suo endorsement a Hillary e di cercare di convincere i suoi a votare per lei, voleva portare a casa una piattaforma quanto più progressista possibile. Cosa assai difficile in un partito che negli ultimi 40 anni ha subito un costante processo involutivo ripetto agli interessi e ai bisogni di quelle fasce lavoratrici  che una  una volta costituivano la base del partito, ma che si sono sempre più allontanati  sia come partecipanti attivi sia come elettori.  Almeno fino all'esplosione della Political Revolution.

La grande corsa progressista  del reverendo Jesse Jackon per le presidenziali del 1988  e la sua piattaforma ignorata dall'establishment del Partito Democratico

Altamente responsabile  del disinteresse del partito verso la working class, nonché del suo allontanamento dalla politica con la conseguente  crescita dell'astensionismo, è stata la presidenza Bill Clinton,  che ha continuato le politiche reaganiane volte a favorire la finanza e ad incrementare  politiche impopolari e ingiuste come  l'incarcerazione di massa. Quanto a Barack Obama, in cui molti avevano sperato e per quanto fosse molto migliore di altri, anche lui si è rivelato essere un candidato dell’establishment a pieno titolo. Chi invece aveva entusiasmato Bernie nel 1988  era il reverendo reverendo Jesse Jackson, ed è a quella  corsa presidenziale che paragona la sua:

«Quell’anno il reverendo Jackson fu protagonista di una straordinaria e storica campagna, che non  solo cambiava la natura della politica in America ma contribuiva a creare un movimento progressista multirazziale. Durante la sua campagna Jackson vinse quasi 7 milioni di voti. Io ero orgoglioso di sostenerlo e felice della sua vittoria nelle primarie del Vermont. Sfortunatamente tuttavia pochissime delle sue posizioni progressiste vennero inserite nella piattaforma del Partito Democratico del 1988. Ma adesso non era il 1988. Adesso era il 2016, e qualcosa di straordinario era accaduto - qualcosa che, francamente, io non avevo previsto. Milioni di americani si erano alzati  per chiedere a gran voce cambiamenti fondamentali nella nostra vita politica ed economica. Queste voci non potevano essere ignorate e la dirigenza democratica lo ha capito.» 

Dunque Bernie, che era partito con una previsione del  3%, finisce le primarie vincendo in 23 stati e con 13 milioni di voti e Hilllary, per avere quei voti,  è costretta ad inserire nella sua piattaforma parecchie delle istanze della Political Revolution. E, come si può vedere leggendo quella pittaforma riportata nel libro,  le condizioni che Sanders riesce ad ottenere non sono poche.

Come poi si è visto però, non solo l’avversione di molti sandersiani nei confronti di Hillary era troppo radicata per poter anche immaginare di votare per lei, ma la convinzione della stessa Hillary di battere Trump le ha fatto tralasciare di occuparsi di quegli stati dell'industria automobilistica che si sono poi dimostrati decisivi per la sua sconfitta. Un'industria automobilistica che  nel 2008 Obama, continuando la politica di Bush figlio, aveva salvato dalla crisi con miliardi di dollari federali  senza imporre obblighi e doveri nei confronti del governo; che nel 2016 Trump ha poi  promesso di penalizzare se non si fosse comportata secondo politiche che tutelassero i  lavoratori,  dimenticandosi di quelle promesse  una volta ottenuta la presidenza; e che proprio in questi giorni di novembre 2018 ha annunciato la chiusura di diversi impianti della General Motors. 

I dati hanno dimostrato che negli  stati della cosiddetta rust belt Sanders avrebbe battuto Trump.

 

2016-1028: due anni di lotte per la giustizia sociale

I temi di due anni di battaglie  per la giustizia sociale, nel tentativo di di rendere gli Stati Uniti quella democrazia che millantano di essere ma che non sono.

Come annunciato chiaramente Sanders non si è dissolto nel tramonto né dopo le primarie né tanto meno dopo la vittotia di Trump. Anzi, come le varie tappe del suo libro raccontano, ha sostenuto un'infinità di lotte, alcune vinte, altre perse, altre per le quali non smetterà di combattere. Tra di esse la battaglia per la protezione dei dreamers; per alzare il salario minimo a 15 dollari all'ora; per arrivare ad una regolazione interna dell'uso delle armi;  per opporsi alla nomina del giudice Kavanaugh alla Corte Suprema; per contrastare, da ebreo che in gioventù ha anche vissuto per un periodo nello Stato di Israele,  l'appoggio alla  politica di Benjamin Netanyahu e per difendere i diritti dei palestinesi;  per porre termine alle pietose condizioni di vita imposte dagli Stati Uniti agli abitanti di Porto Rico, che il senatore è andato personalmente a visitare dopo l'uragano Maria;  per riformare il sistema carcerario con le sue abominevoli pratiche dell'incarcerazione di massa di persone di colore ,  delle prigioni private e del lavoro carcerario,  fonte di immensi guadagni per le corporation; per allargare la platea di coloro che sia tra la popolazione del paese sia tra i politici bipartisan del congresso sono favorevoli all’assistenza sanitaria per tutti, all’abolizione del debito studentesco, all’università pubblica gratuita (nella piattaforma concordata con Hillary era per esempio riuscito a inserire la clausola che l’università fosse gratis fino ad un reddito familiare di 125.000 dollari); per togliere il denaro dalla politica; per rendere democratico il processo elettorale eliminando i complicati sistemi di registrazione diversi da stato a stato ed  introducendo una legge federale che preveda di presentarsi alle urna con una semplice  carta di identità;  e soprattutto dell’esigenza di affrontare il tema del cambiamento climatico. 

Insomma Where We Go from Here è una cronistoria americana di questi ultimi due anni, visti in funzione della strada che la Political Revolution deve ancora percorrere per rendere l'America degna di quella democrazia che millanta ma che non le appartiene e non le apparterrà finché, come Bernie dice citando Abraham Lincoln, non sarà ricostituito «un governo fatto dalla gente, della gente e per la gente.»

Un processo che la Political Revolution ha cominciato e compiendo molti passi in avanti,  come la  vittoria di persone quali Alexandria Ocasio Cortez o Rashida Tlaib, impensabili solo due anni fa, ha testimoniato. E la ragione di tutto questo è come, sempre avviene quando nella società si realizzano dei cambiamenti sostanziali, il costituirsi di  un movimento che  parte dal basso.

« Il vero cambiamento si mette in moto quando la gente comune comincia a mettere in discussione lo status quo e si chiede, “Perché no? Perché non possiamo dare il via ad una società migliore? Perché non possiamo vivere in un mondo in cui ci sia giustizia economica, sociale, razziale ed ambientale? E, a un livello senza precedenti nella storia moderna del nostro paese, questo è esattamente quello che sta succedendo.  (…) Questi americani credono, a ragione, che gran parte del establishment politico e mediatico li ha ignorati e li ha bistrattati in diversi modi. I ricchissimi diventano sempre più ricchi, e a nessuno sembra importare. Il nostro lavoro, nei prossimi due mesi, nei prossimi due anni e nel futuro è combattere per una democrazia americana sempre più vitale che ragioni in termini di amore, speranza e   prosperità. »

Tentare una sintesi del libro è un’impresa difficile. Leggendolo si ha l’impressione che ogni pagina, per non dire ogni paragrafo sia ugualmente importante, nonostante le numerose ripetizioni di alcuni temi e concetti basilari. C'è un capitolo però che sembra essere quello più atto a sintetizzare non solo l'intero libro, ma la valenza universale del pensiero  di Bernie Sanders e della Political Revolution ed è con questo che, aspettando Bernie for President 2020,  concludiamo questo excursus in Where We Go from Here.

 

La  politica estera si intreccia con le maggiori istanze della piattaforma progressista 

Westminster College di Fulton, Missouri:
1946 Winston Churchill e la cortina di ferro.  2017 Bernie Sanders e la politica estera

La data del capitolo September 21, 2017 - A Progressive Foreign Policy, particolarmente interessante per i lettori non-americani,  fa riferimento al giorno in cui Bernie ha tenuto un discorso, che lui chiama “speech” ma che è in effetti una lectio magistralis,  al Westminster College di Fulton, Missouri, la piccola  prestigiosa università dove il 5 marzo 1946 Winston Churchill tenne lo storico “discorso della cortina di ferro”.

Invitato per il conferimento di una laurea honoris causa, Bernie tiene a sottolineare come la necessità di rivoluzionare la politica estera  americana faccia parte di una piattaforma più ampia che deve inevitabilmente agire sui fattori con i quali essa è strettamente intrecciata. Come separare la politica estera dall'industria militare? Dall’impoverimento mondiale delle classi lavoratrici e dall’arricchimento sempre più spudorato di quell’1% che domina il mondo attraverso l’economia e la finanza?  Come non considerare le sue attinenze con l’insorgere di regimi sempre più autoritari, persino in Europa, e con la recrudescenza del razzismo? E come non tener conto di quanto essa sia importante per l’improrogabile urgenza di intervenire sul cambiamento climatico? 

« Ineguaglianza, corruzione, oligarchia e autoritarismo sono inseparabili. Devono essere visti come parte dello stesso sistema e combattuti nello stesso modo. (...)  
Non si può giustificare in alcun modo l'incredibile potere e predominio che Wall Street, le gigantesche corporation multinazionali e le istituzioni finanziarie internazionali hanno sugli affari di paesi sovrani in giro per il mondo. In un momento in cui il cambiamento climatico sta causando problemi devastanti qui in America e in tutto il mondo, la politica estera riguarda il lavoro che si deve fare nella comunità internazionale - con Cina, Russia, India e altri paesi del mondo - per trasformare i nostri sistemi energetici passando dai combustibili fossili ad un'energia sostenibile. 

Gli intrecci della politica estera con i temi militari, economici, finanziari e ambientali.

Tra le varie citazioni del discorso di Fulton, che probabilmente verrà annoverato  tra i più memorabili della storia,  e che viene interamente riportato nel capitolo in questione, ce n’è una dal discorso di commiato dalla presidenza di Dwight D. Eisenhower:

« “ (…) Ogni arma che viene prodotta, ogni nave da guerra che viene varata, ogni missile cui si dà fuoco non sono altro che furti ai danni di coloro che hanno fame e che non vengono nutriti, che hanno freddo e non vengono vestiti. Questo mondo pieno di armi non spende solo denaro, spende il sudore dei suoi lavoratori, il genio dei suoi scienziati, le speranze dei suoi bambini.” (...) Quello che Eisenhower disse più di 50 anni fa oggi è ancora più vero di allora.»

Da signore qual è Bernie non dice  una parola sul fatto che la propaganda contro di lui  nella campagna del 2016  è arrivata in alcuni casi a toccare livelli infimi, cosa che Sanders non ha mai voluto fare con Hillary. Tuttavia  nella parte che precede il suo discorso al Westminster College, il senatore riferisce che una delle caratteristiche che  gli venivano insistentemente attribuite  era il disinteresse verso la politica estera. Se si considera che negli anni 60 Bernie venne arrestato durante una protesta contro la guerra in Vietnam e che da allora non solo si è sempre schierato attivamente contro i vari sostegni americani  ai vari  colpi di stato in America Latina e in giro per il mondo, ma che durante la sua carriera congressuale, prima come deputato e poi come senatore, ha sempre fatto di tutto per evitare le guerre mediorentali, che considera responsabili della nascita dell'Isis, la cosa risulta del tutto priva di fondamento. 

Rilevante è il passaggio in cui Sanders fa riferimento al periodo in cui era sindaco di Burlington, Vermont.

Il ricordo di Bernie dei viaggi in Nicaragua e in Russia quando era sindaco di Burlington, Vermont, e il motto "Think globally, act locally." 

 « Fin dai tempi in cui ero sindaco di Burlington, sapevo che sarebbe stato alquanto difficile che gli americani giocassero un ruolo costruttivo nella comunità mondiale. Ecco perché, come sindaco, ho fatto una cosa che pochissimi sindaci fanno: ho sviluppato una politica estera municipale all’insegna del “pensa globalmente, agisci localmente.” Ho fatto un viaggio in Nicaragua per oppormi agli sforzi statunitensi per rovesciare il governo sandinista e ho fatto in modo di costituire un gemellaggio con una cittadina locale di nome Puerto Cabezas. Con una delegazione di cittadini di Burlington ho visitato anche quella che allora era ancora l’Unione Sovietica e ho contribuito a creare un gemellaggio con Yaroslavl. Credevo allora e credo tuttora che i contatti diretti tra le persone e la creazione di legami e connessioni siano l’inizio della reciproca comprensione e della pace. Non dimenticherò mai gli studenti delle scuole superiori di Yaroslavl, abitanti di uno stato che era allora il nostro peggiore nemico, passeggiare in un parco di Burlington con i ragazzi del Vermont. Si divertivano. Era difficile distinguere i ragazzi del paese “nemico” dai ragazzi locali.»

Lungo è l'elenco degli interventi americani che Sanders condanna anche per le loro funeste conseguenze. I passaggi che abbiamo scelto di riportare ne sono solo un esempio: 

Dall'instuarazione in Iran della dittatura dello Shah nel 1953, alle guerre in Iraq, alla guerra saudita nello Yemen, drastico è il giudizio di Sanders sull'interventismo americano.

«Come parte dei nostri interventi nella Guerra Fredda, nel 1953 rovesciammo Mohammad Mossadegh, il Primo Ministro dell'Iran eletto democraticamente  e insediammo lo Shah, un brutale dittatore. Ciò condusse alla Rivoluzione Islamica, all'ascesa dell'Ayatollah Khomeini, alla cattura degli ostaggi nell'ambasciata statunitense e alle nostre odierne relazioni ostili con l'Iran. Allo stesso modo la prima guerra in Iraq ha condotto ad una seconda guerrra in Iraq, che a sua volta ha condotto alla nascita dell'Isis. Le azioni della nostra politica estera hanno coseguenze che si riflettono per decenni sul nostro futuro.»

E  Sanders non è meno critico neppure verso la politicaestera attuale:

 «Sfortunatamente oggi continuiamo ad avere degli esempi di come gli Stati Uniti sostengano politiche che si ritorceranno contro di noi. Una riguarda  la persistente guerra saudita nello Yemen. Mentre giustamente condanniamo il sostegno russo e iraniano allo sterminio di Bashar al-Assad in Siria, gli Usa continuano a sostenere il distruttivo intervento dell’Arabia Saudita in Yemen, che ha ucciso molte migliaia di civili e ha creato una crisi umanitaria in una regione dei paesi più poveri del mondo. Queste politiche compromettono drammaticamente la credibilità degli Stati Uniti di farsi portavoce dei diritti umani nel mondo e rende più potenti quei leader autoritari che rimarcano il fatto che il  nostro impegno per quei diritti e valori non è serio.»

Molti sono gli altri passaggi di questo discorso, così come dell'intero libro, che varrebbe la pena tradurre per intero.  Eccone un ultimo esemplare brano del discorso al Westminster College:

Non si puà essere promotori dei diritti umani del mondo se non si rispettano a casa propria.
La fallimentare politica della guerra al terrorismo.

«Nel momento in cui  cerchiamo di rivitalizzare l'impegno dell'America nel promuovere i diritti umani e la dignità umana nel mondo, dobbiamo esserne un esempio qui a casa nostra. Dobbiamo respingere gli attacchi divisivi basati su religione, razza, genere, orientamento o identità sessuale, paese d'origine o classe sociale. E quando vediamo manifestazioni di neo-nazismo come è capitato di recente a Charlottesville in Virginia, dobbiamo codannarli inequivolcabilmente, cosa che il nostro presidente vergognosamente non ha fatto. E come hanno chiaramente dimostrato i fatti di Saint Louis delle scorse settimane, abbiamo bisogno di attuare serie riforme nella polizia e nel sistema della giustizia criminale,  in modo tale che la vita di tutte le persona sia valutata e protetta nello stesso modo. Non possiamo parlare con la autorità morale di cui il mondo ha bisogno se non combattiamo per raggiungere noi stessi quegli ideali  di cui pretendiamo di essere portavoce.  
Uno dei campi in cui abbiamo in cui abbiamo fallito nel sostenere queste idee è la gerra al terrorismo. E voglio essere chiaro: il terrorismo è una minaccia reale, come abbiamo imparato tragicamente l'11 settembre 2101 e come molti altri paesi hanno sperimentato in simili attacchi. Ma voglio essere chiaro anche su qualcos'altro: in qualità di struttura organizzativa, la nostra guerra globale al terrorismo è stata un disastro per gli americani e per la leadership americana. Focalizzare la strategia della sicurezza nazionale degli Stati Uniti sul terrorismo ha essenzialmente contribuito a far sì che poche migliaia di terroristi violenti dettino legge nella più potente nazione del mondo. E' un modo di rispondere ai terroristi dando loro esattamente ciò che vogliono.

Ed oltre a drenare le nostre risorse e distorcere la nostra visione, la guerra al terrorismo ha compromesso i nostri stessi criteri riguardanti la  tortura, la detenzione a tempo indefinito e l'uso della forza nel mondo, mediante attacchi di droni ed altri attacchi aerei che hanno spesso avuto l'effetto di causare molti morti tra i civili. Un approccio militare pesante con poca trasparenza e senza l'obbligo di doverne rendere conto non rafforza la nostra sicurezza. Al contrario peggiora la situazione.  Dobbiamo ripensare la vecchia mentalità di Washington che giudica la "serietà" sulla base della disponibilità all'uso della forza. Uno dei principali eqiovoci di questa mentalità è l'idea che la forza sia decisiva laddove la diplomazia non lo è.»

I  brani sono stati tratti da: 

Bernie Sanders, Where We Go from Here. St. Martin's Press. Kindle Edition. Traduzione di Elisabetta Raimondi

 

Gli autori di Vorrei
Elisabetta Raimondi
Author: Elisabetta Raimondi
Disegnatrice, decoratrice di mobili e tessuti, pittrice, newdada-collagista, scrittrice e drammaturga, attrice e regista teatrale, ufficio stampa e fotografa di scena nei primi anni del Teatro Binario 7 e, da un anno, redattrice di Vorrei.
Ma soprattutto insegnante. Da quasi quarant’anni docente di inglese nella scuola pubblica. Ho fondato insieme ad ex-alunni di diverse età l’Associazione Culturale Senzaspazio.

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