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Vorrei | Rivista non profit

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Un progetto della cooperativa Aeris condotto nelle scuole elementari e medie del Vimercatese e raccolto in un libro da Daniele Biella, con la collaborazione di tre giovani rifugiati africani.

Davvero numeroso e vario il pubblico che ha affollato la sala Attacchi della Cascina Lodovica di Oreno domenica scorsa, 23 settembre, per assistere alla presentazione del libro “Con altri occhi”, un libro destinato alle biblioteche e alle scuole, ai ragazzi, ai genitori e agli insegnanti, che vi troveranno la sintesi più efficace di un’esperienza formativa molto importante ed incisiva, condotta nel corso degli ultimi due anni in tredici scuole, elementari e medie inferiori, del Vimercatese, per iniziativa della cooperativa Aeris: l’esperienza dell’incontro fra i ragazzi, migliaia di ragazzi, e alcuni immigrati richiedenti asilo ospitati nelle strutture della stessa cooperativa, con la mediazione non solo degli insegnanti, ma di un esperto dei problemi dell’immigrazione come Daniele Biella, giornalista e scrittore, ma anche educatore e collaboratore delle attività di Aeris.

 

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Il suo compito è stato quello di proporre agli alunni delle 160 classi coinvolte nel progetto una prima discussione sul tema dell’immigrazione, ponendo loro domande ma soprattutto sollecitando le loro, preparandoli così al secondo incontro, quello coi giovani rifugiati. Incontri di sole due ore, ma così densi di emozioni, di apprendimenti, di confronti “orizzontali”, privi, come ci tiene a sottolinare Biella, di ogni pietismo, da aver dato vita in momenti successivi ad una serie di lavori espressivi e creativi degli stessi alunni. Poesie, brevi testi, disegni, video, che sono stati oggetto di un concorso vinto da alunni della scuola secondaria di Bernareggio col video “Con altri occhi. Una storia significativa”, visibile sul sito.

i bambini sanno fare domande più che dare risposte e sanno modificare il loro punto di vista a seconda della risposta che ricevono

Come dice nell’introduzione al libro la presidente di Aeris, Arianna Ronchi “i bambini sanno fare domande più che dare risposte e sanno modificare il loro punto di vista a seconda della risposta che ricevono”: così il primo incontro, dopo la “scoperta” della normalità, della universalità della migrazione a partire dalla diversa provenienza geografica dei familiari dei bambini stessi, si snoda attorno alle loro domande sulla migrazione forzata, sulle sue diverse cause, sui modi (“perchè scelgono di venire coi barconi, visto che è pericoloso? Perchè allora non li andiamo a prendere?”). Le domande rivolte ai migranti sono più personali e dirette:” Non ti manca il tuo paese? Vorresti tornare? Perchè sei partito? Dove abiti ora? Cosa fai dalla mattina alla sera? E’ vero che ti danno 35 euro al giorno?”; ma anche, ed è il segno di una raggiunta confidenza, di una comunicazione tra pari, resa possibile anche dalla giovane età degli interlocutori: “ A che squadra tieni? Qual è il tuo sogno? Ti piace la pasta? Hai la fidanzata?”

 

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Il libro si propone non solo di non disperdere i momenti più significativi di un percorso così ampio e complesso, ma anche di offrirsi come strumento per continuare un lavoro sempre più necessario di educazione al rispetto dell’altro, alla verifica della realtà attraverso l’esperienza diretta e la corretta informazione. Anche questo aspetto è sottolineato e apprezzato dai ragazzi: «Il problema è che quando guardi la televisione non puoi chiedere “ non ho capito, mi spieghi meglio?”». Questa riflessione di una bambina di prima media ha lo spessore di una scoperta semplice, ma decisiva. La sensazione, suggerita anche dalla presenza di tante famiglie alla presentazione del libro, è che davvero questo lavoro abbia spostato qualcosa nell’atteggiamento della collettività locale, abbia creato un clima positivo nei confronti dell’immigrazione. E per di più, si è rivelato anche un modo efficace, tra quelli adottati dalla cooperativa, per migliorare l’integrazione degli stessi immigrati. Alla fine degli incontri raccontati nel libro, a guardare con altri occhi la realtà di una convivenza apparentemente difficile non saranno più, infatti, solo i ragazzi e le loro famiglie, ma, come hanno testimoniato Mamadou, Harris e Bourama, i giovani africani protagonisti di questo “viaggio”, saranno anche gli stessi immigrati, che, potendosi raccontare a persone disponibili ad ascoltarli, curiose di conoscerne la realtà umana, quella che li rende simili a loro al di là della straordinaria e drammatica distanza dei vissuti, si sono sentiti riconosciuti e rassicurati, fiduciosi di poter uscire dal ghetto della diffidenza e della diversità.

 

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Nella capacità dei bambini di guardare all’altro con occhi nuovi è riposta anche la nostra fiducia in un futuro migliore di quel che il presente minacci: ma occorre che progetti come questo possano proseguire e diffondersi.

Nella capacità dei bambini di guardare all’altro con occhi nuovi è riposta anche la nostra fiducia in un futuro migliore di quel che il presente minacci

Aeris è una cooperativa sociale che impiega 400 persone in progetti di educazione e di accoglienza e integrazione estesi a diverse categorie protette e operanti anche oltre i confini della provincia: dal 2011, all’inizio di quella che veniva definita “emergenza Nord Africa”, invitati dalla Prefettura , a mettere a disposizione per i richiedenti asilo alcuni posti di cohausing sociale, hanno cominciato ad occuparsi di accoglienza e integrazione di migranti, confidando anche nella loro esperienza “di fragilità adulte e di tematiche legate all’abitare condiviso”. La scelta che hanno fatto è quella dell’accoglienza diffusa, quella che non solo “supera l’approccio delle grandi strutture isolate in cui concentrare un problema sociale”, puntando su piccoli appartamenti, ma cura l’integrazione attraverso l’apprendimento della lingua italiana e la formazione professionale, e fornisce agli immigrati gli strumenti di conoscenza che permettono loro di rendersi autonomi nella società che li accoglie, coinvolgendo le altre agenzie del territorio e impegnandoli in attività di volontariato.

Sottrarre indiscriminatamente risorse anche alle cooperative che operano correttamente e generosamente nell’interesse dell’accoglienza e della convivenza più civili è la peggiore delle prospettive.

Tutte modalità di accoglienza che dove attuate possono dare i risultati bellissimi che abbiamo potuto constatare, ma che rischiano di essere cancellate dalle disposizioni che il nuovo governo va preparando: tornare ai grandi centri di detenzione (chè di accoglienza nei CARA non si può certo parlare), sottrarre indiscriminatamente risorse anche alle cooperative che operano correttamente e generosamente nell’interesse dell’accoglienza e della convivenza più civili è la peggiore delle prospettive. Nell’essere grata a tutti coloro che hanno realizzato queste bellissime esperienze, condividendo con noi, nella bella cornice della Cascina Lodovica, anche momenti poetici e conviviali per celebrare ancora una volta la gioia di incontrare la diversità delle persone e delle culture, non potevo nascondere a me stessa la tristezza e la preoccupazione per l’incombente minaccia a questo modo di vivere e vedere la realtà con gli occhi della solidarietà e dell’amicizia.

 

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