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Vorrei | Rivista non profit

Dal 2008 rivista non profit di cultura, ambiente e politica. Senza pubblicità.

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Luigi Dionisio racconta dei suoi viaggi di lavoro nella Cina contemporanea

 

Sicuramente i nostri lettori si saranno accorti che il nostro collaboratore, nonché socio dell'Associazione Culturale Vorrei, nell'ultimo anno ha diradato le pubblicazioni nella rivista. Il motivo è presto detto: Luigi ha avuto l'opportunità di praticare un nuovo lavoro, andando più volte a organizzare conferenze in Cina. Di questa esperienza abbiamo voluto scriverne una narrazione, strutturandola in un'intervista che gli ho fatto a Monza. Come fosse una foto monocromatica, è divisa in due distinte parti di chiaro e scuro: la prima tratta delle tormentate vicende subite da Luigi per più di un lustro, quando, avendo perduto il lavoro, si è trovato a vagare nella galassia del precariato lavorativo italiano; nella seconda parte andiamo insieme a visitare la Cina, attraverso il racconto delle sue impressioni. Due mondi assai differenti: il primo si trova nella fase del declino lavorativo, il secondo è nel pieno fulgore dello sviluppo economico. Il tema porterebbe con sé svariati argomenti interessanti. Uno, tra i più importanti, sarebbe l'inquinamento prodotto dalla rivoluzione industriale asiatica. Ma abbiamo voluto limitare la già lunga esposizione, concentrandoci a mettere a fuoco alcune differenze e assonanze di ordine culturale e relazionale esistenti tra i due paesi.

 

Il precariato italiano

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Luigi Dionisio - Foto di Pino Timpani

 

Qual'è stata la tua prima attività lavorativa?
Ho iniziato la gavetta, tra la fine degli anni '80 e l'inizio '90, come aiuto magazziniere, poi sono diventato magazziniere e dopo ancora, responsabile logistico. Sempre nell'ambito della logistica ho proseguito con altri lavori e infine sono stato assunto dalla 3Com che allora era una società pioniere nelle telecomunicazioni. La 3Com è nota per avere inventato la scheda di rete Ethernet, cioè l'infrastruttura basilare per interfacciare i computer e server tra loro.

Alla 3Com che mansione avevi?
Mi hanno assunto come responsabile logistico, forte dell'esperienza acquisita nell'azienda precedente. Tempo dopo, siccome avevano necessita di un sistemista, ho cambiato ancora mansione compiendo un ulteriore salto. Una sfida, considerando che non avevo nessuna esperienza nel campo informatico e delle telecomunicazioni.

Di quale mansione si trattava esattamente?
Installazione e configurazione dei primi apparati di rete: Hub, Switch e Router, cioè i dispositivi che ancora oggi sono la struttura portante delle reti di telecomunicazione. Questo incarico mi ha portato a viaggiare in Europa e nel mondo, essendo divenuto un esperto di queste tecnologie, a cui tempo dopo si sono aggiunti il Wireless, la Fibra Ottica e altro ancora. Ho lavorato per dieci anni in 3Com. E' stato il periodo lavorativo più continuato che abbia mai svolto. Poi sono approdato alla Cisco, la società più blasonata del settore: la maggior parte dei dati viaggiano attualmente con i dispositivi della Cisco. L'amara sorpresa fu che proprio in quest'ultima azienda, non mi era mai capitato prima, mi sono venuto a trovare nel pieno della crisi occupazionale del settore delle telecomunicazioni.

Che anno era?
Il 2001, dopo l'11 settembre, il giorno della distruzione delle torri gemelle a New York: da li è iniziata un’inversione di tendenza a livello mondiale. Per me è stato il primo sintomo di quella che sarebbe divenuta più avanti, nel 2008, la grande crisi economica. Le aziende multinazionali del settore hanno iniziato a tagliare l'occupazione. 

Per quale motivo il settore ha avuto un boom negli anni '90 e subito dopo è andato in crisi?
L'inizio della crisi si è scatenata dopo gli attacchi terroristici. In particolare le multinazionali americane ne hanno approfittato per snellirsi, per ridimensionare il valore dello stock options e diventare nuovamente appetibili per gli analisti finanziari che operano nelle borse. 

Hanno iniziato a svilupparsi altre strutture portanti che oggi chiamiamo Cloud, cioè quello che sta nella rete di internet

Questo era dovuto a una crisi del mercato?
Non solo, per ragioni di mera finanza e perché stavano cambiando rapidamente le tecnologie. Hanno iniziato a svilupparsi altre strutture portanti che oggi chiamiamo Cloud, cioè quello che sta nella rete di internet: le aziende hanno cominciato a utilizzare tecnologie e infrastrutture di cloud computing in hosting e con questo è venuta meno la necessità di avere apparati e dispositivi in casa.

Perché Cloud permette di salvare e conservare i dati direttamente nella rete?
Si, ma non solo. Le aziende li mettono in hosting. Non ha più importanza dove si trovano fisicamente i dati nel mondo, quando si può accedere nel cloud da qualsiasi parte e in qualsiasi momento e utilizzando accessi remoti e strumenti semplicissimi come gli Smartphone. Così le aziende specializzate in dispositivi e macchine da tenere in casa e che avevano grandi dimensioni di fatturato, hanno subito un calo verticale e si sono rapidamente ridimensionate. La prima concorrenza in questo campo è arrivata proprio dalla Cina, con l'azienda che oggi si chiama Huawei. Oggi, come consumatori, noi la conosciamo come azienda di telefonia, ma in realtà ha sempre avuto a disposizione tecnologie del tutti simili, probabilmente in parte copiate e tuttavia performanti allo stesso livello delle aziende occidentali: da Nokia, a Siemens, a IBM, Cisco ecc.

In questi anni è cambiato il mondo delle telecomunicazioni?
Il Wi-Fi ha sostituito il cablaggio. Oggi sempre più raramente negli uffici si usano computer fissi collegati alla rete cablata che a sua volta permette di interfacciarsi in Internet. Si fa tutto attraverso il Wi-Fi e concentrando i passaggi in un unico dispositivo. Avendo intuito quanto stava accadendo, per tentare di mantenere un posto di lavoro, ho provato a specializzarmi nell'ambito dell’audio e della video conferenza. Ma ancora una volta sono rimasto spiazzato dallo sviluppo ulteriore del cloud.

Perché?
Le stesse modalità di comunicazione, prima strutturate con apparati complessi di video-conferenze, ora si possono ottenere con l'uso di semplici smartphone. Ho dovuto cambiare ancora una volta. Finché, intorno al 2010, mi sono prodigato in una ulteriore trasformazione del mio viaggio esperienziale e lavorativo e sono entrato nel campo della telefonia. La telefonia su IP e la tecnologia VoIP. Più del 90% della telefonia viaggia nella stessa rete in cui viaggiano i dati. Quasi tutti i telefoni in uso attualmente hanno il VoIP, non sono più analogici. Ma anche qui, come sempre accaduto in questi tre decenni, sono stato rapidamente superato dallo sviluppo tecnologico. Si può dire che nella mia vita lavorativa nel campo della tecnologia, sono stato sempre un passo avanti per poi ritrovarmi un passo indietro in poco tempo a causa dell'estrema velocità con cui si susseguono i cambiamenti dello sviluppo tecnologico. Ad un certo punto sono stato forzato a lavorare in un’azienda italiana facendo più mansioni. Con questo lavoro è iniziata una crisi degenerativa: non sono più riuscito a lavorare con contratti a tempo indeterminato. Da allora ho lavorato solo con contratti a progetto o similari: tutti contratti carenti di copertura adeguata nella parte pensionistica e senza alcuna garanzia di rinnovo. Ho provato direttamente sulla mia pelle a sperimentare l'involuzione del lavoro, passando in contratti sempre più scadenti, sia come remunerazioni e sia come qualità delle prestazioni. Poco alla volta mi sono adattato alle situazioni e al costante ribasso.

 

A cinquant'anni e con moglie e figlio a carico, una persona pensa di essere all'apice della carriera. Invece la realtà lo catapulta in una condizione di grave difficoltà

Si tratta della forma lavoro chiamata comunemente precarietà?
Quando ho iniziato a lavorare non immaginavo minimamente di potermi ritrovare in questa situazione: guardando le mie buste paga tra gli anni '90 e il 2000, si vede un notevole divario. A cinquant'anni e con moglie e figlio a carico, una persona pensa di essere all'apice della carriera. Invece la realtà lo catapulta in una condizione di grave difficoltà, in cui tutto propende verso la riduzione e il decadimento. Eppure questa non è una sfortuna personale, o frutto di errori e avventatezze, ma una situazione comune a milioni di altre persone. Per cinque anni ho lavorato solo in forma precaria e sono riuscito a sopravvivere economicamente grazie ai risparmi che avevo sapientemente accumulato negli anni di picco. Ho fatto la formica, anche grazie alle mie capacità di resilienza.

 

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Siria 2011 - Lorenzo Locati e a destra Luigi Dionisio - Foto di Giovanni Diffidenti

 

Per i cinquantenni esistono gravi difficoltà nel campo lavorato nelle dinamiche del mercato del lavoro?
Purtroppo si. In più, possedendo un curriculum di tutto rispetto, questo contribuisce a complicare ulteriormente le possibilità di assunzione: siamo in un contesto in cui le aziende tendono ad assumere personale puntando al massimo profitto e a scapito della remunerazione. Piuttosto che assumere un lavoratore già formato, a cui va corrisposto uno stipendio adeguato, le aziende preferiscono personale inesperto, per retribuirlo a minor costo. Inoltre, visto l'alto numero di candidati all'attività lavorativa, le aziende possono anche ottenere professionisti capaci a costo ridotto. Stiamo attraversando un periodo in cui si è arrivati a toccare il fondo: mi è capitato di essere pagato con buoni benzina e/o buoni pasto e non in denaro. Ho provato a fare lavori tra i più disparati, tutti per pochi mesi: dal cameriere alla taglia erbe. Oppure a inventarmene altri per brevi periodi. Quando si sono diffusi i Decoder e le Tv digitali, ho provato ha fare l'installatore porta a porta, a configurare i Decoder e a ritirare i vecchi schermi.

Anche questi ormai sono superati.
Già. L'avvento della rete è stata gioia e dolori, oggi tutti i nuovi televisori sono multimediali e collegati in rete. Nel frattempo mio figlio ha frequentato l'ISA di Monza e, avendo molto tempo libero, mi sono messo a disposizione del Comitato dei Genitori. Per sei anni sono stato Presidente del Consiglio d'Istituto. In questo periodo è avvenuto un mio avvicinamento alle tematiche dell'arte e della cultura. È stata un’esperienza molto utile e interessante: introducendomi in quel mondo, ho scoperto di avere una vocazione artistica e infine ho scritto e pubblicato un libro di poesie e grazie all’iniziativa del professor Locati, ho avuto un’esperienza intensa in Siria dove sono andato nel campo profughi di Atma per portare aiuti umanitari. Nel corso del mandato ho contribuito a gestire le complicate vicende dell'istituto, più volte minacciato da crisi e da un tentativo di spostamento di sede. Alla fine la vicenda si è conclusa bene e l'istituto è rimasto in Villa Reale, trasformandosi in Liceo Artistico intitolato al maestro Nanni Valentini.

 

La Cina 

Quando è avvenuta la svolta?
Durante una manifestazione in piazza a sostegno dell'ISA ho conosciuto Jos Ebbing che tra i suoi interessi in Cina si occupa della vendita di pitture decorative prodotte da Valpaint a Polverigi (AN). Mi ha offerto di aiutarlo a condurre il suo ufficio a Monza.

 

Mi è stato chiesto di partecipare all'inaugurazione di uno show room in Cina, aperto per suggellare la partnership tra la Valpaint e Carpoly

Sono pitture particolari?
Sono pitture plastiche a base di acqua che simulano in forma artistica materiali naturali di ogni genere: dal legno alla pietra, al metallo e possono riprodurre qualsiasi cosa. Lo scopo consiste nel creare ambienti con scenografie di raffinata bellezza. Alla progettazione ci lavorano architetti e designer. Qualche mese dopo mi è stato chiesto di partecipare all'inaugurazione di uno show room in Cina, aperto per suggellare la partnership tra la Valpaint e Carpoly un’azienda leader cinese nel campo delle pitture e delle vernici, organizzato con ovvia collaborazione della società Growth, nostro partner commerciale in Cina. Così ho partecipato a un meeting organizzato in una delle più grandi e lussuose catene di alberghi cinesi e in cui erano presenti personaggi cinesi importanti: un ministro, il governatore della provincia del Guangdong, il responsabile delle Belle Arti cinesi, la televisione cinese e altre personalità. In questa occasione mi sono cimentato a tenere una conferenza sui temi delle pitture artistiche. Conferenza peraltro ben riuscita e apprezzata, tanto da essere successivamente intervistato dalla televisione cinese.

 

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Pubblicità ai meeeting Carpoly - Foto di Luigi Dionisio

 

Ai cinesi piace la pittura italiana?
C'è una forte tendenza, soprattutto a livello governativo, ad avviare collaborazioni con le aziende straniere, non solo nel settore della tecnologia, ma anche nel campo artistico e culturale. Ho scoperto che le pitture decorative fanno parte del loro DNA culturale.

Il prodotto richiede la messa in opera con applicatori specializzati?
Con la commercializzazione in Cina viene fornito un training per la formazione di applicatori. Perché il prodotto ha un contenuto tecnologico e richiede diverse fasi d'intervento. Avendo una gamma vastissima di effetti finali, il risultato dipende molto dall'abilità dell'applicatore. Le pitture, a base di acqua e poco inquinanti, sono prevalentemente usate per i muri interni, ma sono disponibili anche prodotti dedicati per gli ambienti esterni.

Prima di allora non eri mai stato in Cina?
Avevo girato molto, ma li non c'ero mai andato. Questa occasione mi ha dato l'opportunità di scoprire un mondo che mi aspettavo differente: è stato sorprendente vederlo e con questo sfatare tanti luoghi comuni e immagini preconfezionate diffuse comunemente in Italia.

 

Il primo impatto che ho avuto è stato sconvolgente: appena atterrato ho visto una nazione opulenta e con infrastrutture modernissime

Pensavi di trovare ancora la Cina di Mao Tze-tung?
Assolutamente no! Sono sempre stato di sinistra. Conosco la storia della Cina, le vicende della Rivoluzione Culturale, di Lin Biao, di Deng Xiaoping. Certo non pensavo all'immagine dei cinesi vestiti tutti uguali o all'idealizzazione politica fatta da noi, ma immaginavo una società ancora modesta e non ricca. Invece no. Il primo impatto che ho avuto è stato sconvolgente: appena atterrato ho visto una nazione opulenta e con infrastrutture modernissime.

In quale città sei arrivato?
A Canton (Guangzhou in cinese), nel Guangdong, a sud della Cina che è la parte dove sono più intensi i business e le relazioni con l'estero e che ha subito i cambiamenti più radicali. Gli aeroporti e le ferrovie ultramoderne viste nel Guangdong, farebbero pensare che qui ci sia concertata tutta l'attività e il benessere cinese. Ma, avendo lavorato per Carpoly, l'azienda di vernici con il fatturato più elevato della Cina (hanno un fatturato di 600 milioni di euro e 14.000 negozi di cui 300 show-room specializzati nelle pitture decorative) ho avuto l'opportunità di girare in altre province e vedere altrettante città modernissime e grandi come Canton. È impressionante vedere la grandezza e lo splendore delle città, una sensazione simile a quella che ho provato quando ho viaggiato negli Stai Uniti. Appena atterrati si ha la sensazione di essere arrivati in città come San Francisco, Boston o New York. Ma poco dopo si scopre che qui l'apoteosi della modernità ha raggiunto un livello ancora più alto.

È una riproduzione architettonica e spaziale del modello Usa?
I grattaceli lo ricordano, a partire dai loro record di altezza. Ma poi dentro le città si scorge una notevole differenza: le strade sono incredibilmente pulite e ogni cosa è estremante curata, dai viali alberati alle autostrade, agli spazi pubblici, alle piazze e alle vie. Altra sostanziale differenza è l'aspetto dei quartieri delle città: prima di partire pensavo all'esistenza di giganteschi agglomerati degradati e brulicanti di persone, con colori, suoni, immagini e odori di ogni genere. È così solo in parte: i quartieri non sono degradati e si vedono girare ovunque automobili lussuose. Ci sono shopping center e centri commerciali simili e spesso superiori in qualità, rispetto a quelli delle grandi metropoli europee e americane, con la presenza di tutte le grandi firme della moda italiana ed europea. In poco tempo si frantuma il preconcetto standardizzato di un paese comunista: i centri commerciali sono diventati il fulcro vitale della società, esattamente come lo sono in Europa e negli Usa. L'idea di trovare milioni di persone modeste è andata a cozzare con la visione del lusso diffuso.

Gli show room di Carpoly si inseriscono in questo contesto lussuoso?
Come dicevo prima, ne hanno dislocati circa 300. In questi ambienti vengono riprodotti tutti gli spazi abitativi. I clienti cinesi vengono qui e comprano spesso in blocco tutto il complesso dell'arredamento esposto. Una modalità insolita rispetto alla nostra. Ne ho visitato una parte nelle altre grandi città cinesi. Sentiamo parlare di Pechino, Shangai, Canton, Hong Kong, ma in Cina ci sono numerose altre città di enormi dimensioni e ne ho visitate una cinquantina: Changsha, Chengdu, Chongqing, Kunming, Shenzhen, Nanchang, Shanxi ecc. Tutte città molto popolose, impostate sul modello americano e dove viene periodicamente messa in pratica la demolizione di interi quartieri. Poi vengono ricostruiti completamente nuovi, con grattaceli altissimi e autostrade secanti. Qui si può notare uno degli effetti funzionali del sistema comunista: nessuno protesta nel caso in cui un'autostrada, dovendo passare nel centro di un quartiere, comporta la demolizione di interi isolati.

 

Si percepisce pesantemente l'invadenza del controllo, in cui ogni movimento personale viene monitorizzato e registrato

Non c'è la democrazia? Come si regola la popolazione?
Parlo in inglese e ho sempre a disposizione nei meeting e nei viaggi interpreti cinesi. Ho quindi avuto modo di conversare con persone incontrate nelle varie città. Generalmente i cinesi sono timidi e molto orgogliosi dell'appartenenza alla loro nazione. Tuttavia quando si entra un poco in confidenza con loro, diventano più loquaci ed esprimono i loro sentimenti più profondi. La ricchezza presente oggi è stata accumulata negli ultimi 25 anni. Ho utilizzato in alcuni spostamenti modernissimi treni ad alta velocità, al cui confronto i nostri sembrano antiquati. È difficile volare in Cina con aerei di piccole dimensioni: le flotte sono composte quasi esclusivamente da grandi velivoli che utilizzano aeroporti di nuova generazione. Forse questa è una delle ragioni per cui è difficile sentire i cinesi criticare il loro governo o il loro modo di vivere. Probabilmente il confronto tra il livello attuale di benessere con quello di uno o due decenni fa, li spinge a sorvolare e minimizzare i problemi che pure evidentemente esistono. Pensano di vivere in un regime democratico, anche se nel nostro modo di vedere occidentale si palesano limiti ovvi. Per esempio il più vistoso è l'esagerazione del controllo. In Cina per viaggiare bisogna mostrare continuamente l'equivalente della nostra carta d'identità in formato elettronico o il passaporto. Anche per utilizzare un autobus a lunga distanza. Il controllo dei bagagli e alle persone, attraversando i sistemi a raggi x, avviene ovunque, anche in metropolitana. Si percepisce pesantemente l'invadenza del controllo, in cui ogni movimento personale viene monitorizzato e registrato. Un particolare curioso è che in tutte le stazioni, sia ferroviarie che di bus, non si vedono persone girovagare a caso, le banchine e i marciapiedi sono deserti: tutti i passeggeri vengono trattenuti in sale d'attesa confortevoli e poi convogliati tutti insieme in pochi minuti al momento della partenza dei mezzi. Subito dopo le partenze i marciapiedi ritornano a essere deserti.

Non dà un senso di inquietudine?
Al contrario! Non mi sono mai sentito così in sicurezza come in Cina. Persino nei quartieri che corrispondono alle nostre più disastrate periferie e che qui lo sono assai meno. Non si vede la povertà. Non esistono quel genere di negozi, tanto diffusi da noi e gestiti da cinesi, dove vengono vendute merci scadenti e a basso costo, le cosiddette “cineserie”: esistono solo negozi del tutto normali e spesso costosi, bisogna addentrarsi nei meandri delle zone commerciali per scoprirli. Ci sono controlli e presenza di polizia ovunque. A volte nelle vie sono esposti tabelloni con foto segnaletiche di ricercati. Un aspetto che induce a pensare che la microdelinquenza qui sia poco diffusa e oltretutto contrastata con l'aiuto e le segnalazioni della popolazione. In circa 50/60 città che ho visitato, tutte composte da milioni di abitanti, ho visto al massimo tre persone chiedere la carità. Girando per le strade si nota una certa attenzione verso le persone occidentali e nella maggior parte dei casi i cinesi si relazionano con gli stranieri con gentilezza e cortesia.

Anche i sistemi di comunicazione sono sotto controllo?
È stato vietato l'uso dei social come Facebook, Google o WhatsApp e sostituiti con altri applicativi, creati appositamente da software made in Cina e controllati indirettamente dal governo. Ho saputo che prima di arrivare a queste misure, ci sono state trattative con le proprietà americane dei software che non sono andate in porto. Per potere accedere alla rete delle nostre connessioni social, bisogna creare delle apposite connessioni VPN e aggirare così il blocco, connettendosi a reti esterne fuori dalla Cina. Forse oggi la mancanza di app social è l'unico problema di cui può soffrire un visitatore occidentale: tutte le comunicazioni social passano attraverso WeChat, che peraltro è un’applicazione molto potente, con cui è possibile fare qualsiasi operazione: si può prenotare viaggi aerei, alberghi, pagare qualsiasi cosa, anche i venditori ambulanti, utilizzando un sistema Peer-to-Peer legato a una carta di credito. Nelle modalità delle transazioni elettroniche sono molto più avanti di noi. Si può utilizzare il solo Smartphone per qualsiasi cosa in sostituzione del classico portafoglio, utilizzando il QR Code. Attualmente Facebook e Apple stanno cercando di imitarne le caratteristiche funzionali.

 

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Showgirl cinese e Luigi Dionisio - Foto Carpoly

 

La tecnologia sta mutando culturalmente la Cina?
Apparentemente no. Per poter svolgere al meglio il lavoro di cui ho parlato prima, devo assolutamente conoscere, informarmi e avere dati attendibili di cosa piace ai cinesi. Perché il mio lavoro consiste nell'organizzare meeting e conferenze nelle città in cui sono presenti gli show room di Carpoly, il nostro socio commerciale. Qui invitiamo architetti e designer e non trattiamo tanto del prodotto in sé, in quanto alla fine risulterebbe banale, ma piuttosto le modalità da inventare e interpretare affinché il prodotto possa collocarsi in un contesto che renda piacevole la qualità dell'esistenza. Un piacere simile a quanto può offrire l'esposizione di opere d'arte. Le mie conferenze sono diventate degli show, in cui mi adopero in modo tale che gli ospiti si divertano con battute, piccole gag e anche cantando in pubblico. Quindi trattiamo approfonditamente dell'arte, in particolare di quella italiana e in relazione a quella cinese, che peraltro hanno diverse affinità. Parlo dei colori, dell’aspetto psicologico e fisico delle forme e dei colori. Ho scoperto che i cinesi, da nord a sud e da est a ovest, hanno per denominatore comune le stesse modalità di gestire la convivialità in forma aggregante e socializzante, molto simile a quelle in uso nel nostro meridione. Questa si esprime nell'approntare pranzi collettivi, dove si mangia, si beve, si balla e si canta nella massima libertà. Superando a volte i limiti, ma non oltre il puro divertimento conviviale.

Questo avviene perché possiedono un buon libello di benessere economico che li aiuta a dimenticare i limiti della democrazia?
Potremmo definire il concetto con qualcosa di simile. Sicuramente negli ultimi decenni hanno compiuto un salto prodigioso e lo si vede. Eppure in questa situazione si sentono liberi di poter disporre e fare quanto desiderano e pur sempre in una forma mai esagerata. Per quanto ho capito il loro sistema di welfare è più simile a quello statunitense, con le formule assicurative che non a quello europeo. Ci sono per esempio nel settore della salute diverse possibilità per accedere a una gamma con più tipologie qualitative di strutture a pagamento.

Si è creata una differenziazione sociale?
Si, notevole. Chi non ha una copertura di un certo livello, è costretto ad accedere alle strutture pubbliche, in cui però la qualità è inferiore. Si è andata ad allargare, come avvenuto da noi, la forbice tra i ceti ricchi e quelli poveri, tanto che il governo sta tentando di introdurre misure di contenimento.

Possiamo dire che la Cina sia un paese capitalista, pur avendo una struttura politica comunista?
Decisamente e per certi versi iper-capitalista. Con le figure politiche, nei viaggi che ho fatto finora, non ho avuto ancora relazioni. Sono defilati, normalmente non si vedono facilmente. Non solo: quando si conversa con le persone comuni, si intuisce che vogliono evitare di parlare di argomenti politici. E' un po' come avviene in Italia, dove gran parte della popolazione identifica la politica nel potere della “casta” e tende a disinteressarsene. Gli edifici pubblici, corrispondenti ai nostri municipi, o al palazzo della regione, sono strutture perfette e maestose. Ho provato a chiedere come vi si accede per lavorarci, ma ho sempre avuto risposte evasive. C'è' un evidente imbarazzo. Come se il ceto politico vivesse su un altro livello. 

Da quanto ho capito, la Cina è la nazione destinata ad accumulare un'enorme potenza e a prevalere nel mondo

Che futuro ha la Cina a tuo parere?
C'è stata una prima fase in cui i cinesi sono andati in giro nel mondo per imparare o hanno imitato. In Italia si parla del fenomeno “fuga dei cervelli”. In Cina c'è un fenomeno simile, però si compie in una parabola inversa e i cinesi che magari sono andati a studiare nelle migliori università occidentali, poi tornano e riportano in patria la cultura acquisita, sentendosi orgogliosamente appartenenti a una nazione, sentimento che noi europei stiamo perdendo. Ora stanno iniziando una seconda fase, in cui non sono più loro ad andare nel mondo, ma cominciano ad attrarre le intelligenze, i saperi, i ricercatori, gli scienziati, gli ingegneri, a importare conoscenza e cultura. Non hanno significativi problemi sociali interni, se non in alcune ristrette aree periferiche vicino alla Mongolia a nord e a sud nel Tibet; nonostante la vastità del territorio e la presenza di 50 etnie, sono riusciti a uniformare la popolazione partendo dall'unificazione del linguaggio e portando in alto il livello di scolarizzazione; si stanno trasformando in un potente attrattore economico e culturale globale. Da quanto ho capito, la Cina è la nazione destinata ad accumulare un'enorme potenza e a prevalere nel mondo.

 

 

Gli autori di Vorrei
Pino Timpani
Author: Pino TimpaniWebsite: http://blog.libero.it/PinoTimpani/

"Scrivere non ha niente a che vedere con significare, ma con misurare territori, cartografare contrade a venire." (Gilles Deleuze & Felix Guattari: Rizoma, Mille piani - 1980)
Pur essendo nato in Calabria, fui trapiantato a Monza nel 1968 e qui brianzolato nel corso di molti anni. Sono impegnato in politica e nell'associazionismo ambientalista brianzolo, presidente dell'Associazione per i Parchi del Vimercatese. Ho lavorato dal 1979 fino al 2014 alla Delchi di Villasanta, industria manifatturiera fondata nel 1908 e acquistata dalla multinazionale Carrier nel 1984 (Orwell qui non c'entra nulla). Nell'adolescenza, in gioventù e poi nell'età adulta, sono stato appassionato cultore della letteratura di Italo Calvino e di James Ballard.

digilander.libero.it/pinotimpani/

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