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Roberto Conte, fotografo di architetture, dal 26 marzo espone al Libra di Via Buonarroti: dalla Russia agli Usa, passando per la Germania e da numerosi altri paesi, propone gli universi paralleli dell'architettura brutalista e del modernismo socialista, ma non solo

Figlio di genitori venuti ad abitare Monza dalle terre del Sannio, Roberto Conte è un esponente dell'arte della fotografia architettonica, un moderno esploratore dell'archeologia vivente urbana. In vista della sua mostra fotografica al Libra, ci parla del suo percorso di maturazione e della particolare musica collegata a questa arte: partito dal fascino di Piranesi e dall'arte romana abbandonata nelle rovine, si è spinto a esplorare diversi sviluppi del mondo dell'architettura, avvenuti in corrispondenza delle grandi trasformazioni sociali del XX° secolo

Roberto, da dove nasce questa tua passione per il luoghi dell'abbandono?
Sono una persona molto curiosa. Questa caratteristica mi ha spinto, dopo la mia prima permanenza a Roma nel 2006, a esplorare, a vedere e poi fotografare le aree dismesse che ci circondano. Ho iniziato nel più semplice dei modi, con una piccola fotocamera compatta e un cavalletto da 10 euro comprato alla Fiera di Sinigaglia. Con questi strumenti rudimentali ho iniziato ad arrampicarmi sui muri e a infilarmi nelle ex fabbriche attraverso gli squarci delle recinzioni.

Quali?
Tra le prime ricordo una cartiera a Briosco, un complesso chimico a Varedo e la ex Innocenti-Maserati a Milano, in zona Rubattino, dove producevano la Lambretta. Sono i luoghi dove ho ricevuto il battesimo in senso fotografico di quella che si chiama “esplorazione urbana”.

E' una moderna disciplina artistica?
In un certo senso sì e mi sono appassionato subito: le foto mi spingevano ad esplorare e l'esplorazione mi spingeva a scattare altre foto, generando un "circolo vizioso positivo". O meglio: una sorta di spirale di esperienza. Infatti ben presto ho cominciato a espandere la tipologia di strutture abbandonate da fotografare, esplorando ville, scuole, ex ospedali psichiatrici (di questi ultimi ce ne sono tanti in Italia per gli effetti della legge Basaglia) ed altro ancora.

Anche quello a noi vicino di Mombello?
Si. Peraltro è uno dei più degradati.

Cos'altro?
Oltre alla tipologia delle aree, ho ampliato anche l'area geografica di esplorazione: accompagnato da altre persone, ho cominciato a sconfinare visitando inizialmente un luogo in Svizzera, successivamente abbattuto. Fu solo la prima di tante "visite" all'estero per luoghi abbandonati: Belgio, Polonia, e tantissima Germania, ma anche luoghi come un ospedale psichiatrico abbandonato del Connecticut negli Usa, una scuola per pionieri in Georgia o un ospedale in Russia.

 

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Città dello Sport, di Santiago Calatrava (iniziato nel 2005 e mai concluso). Roma, Italia - Foto di Roberto Conte

Non posso dire esattamente dove nasce il desiderio di scoprire ma l'ho sempre avuto e da quando mi occupo di fotografia è come se avessi trovato il modo di focalizzarlo

 

Cosa ti ha spinto ad avventurarti in posti così disparati?
La pura voglia di scoprire, senza particolari velleità artistiche o di "conquista" nel mondo dell'arte fotografica. Non posso dire esattamente dove nasce il desiderio di scoprire ma l'ho sempre avuto e da quando mi occupo di fotografia è come se avessi trovato il modo di focalizzarlo.

Perché proprio nei luoghi abbandonati?
Il mondo della rovina mi ha affascinato da quando ho scoperto Piranesi, in particolare le sue vedute delle rovine romane e le sue suggestive carceri d'invenzione.

Sei un architetto?
No, e la cosa in genere sorprende gli architetti stessi! Sono laureato in tutt'altro, ossia psicologia della comunicazione. Tuttavia ho approfondito molto sia il mondo dell'architettura in generale, sia l'universo di immagini legato alle rovine.

Le rovine narrate da Goethe nel suo viaggio in Italia?
In parte si, ma gli stimoli sono moltissimi, ad esempio accanto alle incisioni di Piranesi, non posso non citare i quadri di Friedrich, oltre naturalmente a molti fotografi che si sono cimentati in questo campo. Inoltre ascoltavo un genere di musica particolare e di grande atmosfera di derivazione underground, il dark ambient, che ha influenzato molto i miei primi passi nel mondo della fotografia

Tipo Bauhaus e Joy Division?
Ho sempre amato tutta la musica dark: diciamo che sono cresciuto a pane e Joy Division. Ma oltre a loro, che però non utilizzavano immagini di luoghi abbandonati, ascoltavo generi musicali di nicchia che mi affascinavano molto proprio per le loro ambientazioni, innanzitutto sonore ma anche iconografiche, molto legate ai luoghi abbandonati. Tra questi il più influente per me è stato il progetto musicale svedese Raison d’être, che ha poi pubblicato due dischi utilizzando delle mie foto nell'artwork.

 

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Edificio residenziale, di  Mario Botta (1997). Novazzano, Svizzera - Foto di Roberto Conte

 

Quando si visita un luogo abbandonato si vive un una dimensione sospesa che induce all'introspezione

Hanno delle particolarità legate all'abbandono?
Quando si visita un luogo abbandonato si vive in una dimensione sospesa che induce all'introspezione. Questo genere musicale, anche se si tratta di gruppi sostanzialmente sconosciuti al grande pubblico e per certi aspetti abbastanza lugubri, esprime secondo me al meglio i determinati stati di coscienza che qui prendono forma. Ma accanto al coinvolgimento emotivo c'è anche quello che dicevo inizialmente, ossia la possibilità di alimentare la curiosità e la voglia di scoprire. Per fare un esempio, nel periodo in cui ho vissuto a Berlino ho avuto modo di esplorare molte basi militari dell'URSS abbandonate nei boschi della ex Germania Est. Entrare in uno di questi luoghi, dove fino a pochi anni prima c'erano i militari sovietici con le loro famiglie, passando accanto alle statue di Lenin e vedendo l'iconografia sovietica che cade letteralmente a pezzi, è come immergersi in un contesto di archeologia del presente.

Hai esplorato solo luoghi abbandonati?
Continuando a scattare foto nei luoghi abbandonati sono stato attratto ben presto dall'architettura in senso stretto, ossia dalla rappresentazione e dall'interpretazione delle linee delle strutture. E continuo a farlo ormai da circa dieci anni, ritraendo sia architetture note e sia quelle con una valenza architettonica più di nicchia. In questo periodo, mi sono avvicinato in sostanza alle strutture che in qualche modo stimolavano il mio interesse e questa esigenza mi ha spinto a viaggiare molto, come è il caso del recente viaggio in solitaria che ho compiuto in Russia.

In quali città sei stato in Russia?
Ho fatto un lungo giro durato un mese. Sono partito da Ekaterinburg, nell'area degli Urali, passando per Čeljabinsk, Magnitogorsk, Ufa, poi sul Volga, a Samara, Togliatti e Volgograd, poi a Mosca e San Pietroburgo.

Chelyabinsk non è la città dove si costruivano i carri armati durante la seconda guerra mondiale, al riparo dal raggio di azione dei tedeschi?
Si, infatti la chiamavano "Tankograd".

 

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Screenshot dei siti visitati a Mosca da Roberto Conte

 

Che stili architettonici ti interessano maggiormente?
Inizialmente l'architettura Liberty, ma presto mi sono avvicinato al razionalismo e al modernismo. In Russia ho fotografato diversi edifici modernisti del secondo dopoguerra e moltissime strutture costruttiviste degli anni '20.

Che stile era?
Il costruttivismo fu un'avanguardia architettonica squisitamente sovietica e davvero interessante.  Ha avuto una vita relativamente breve, dato che cadde in disgrazia già sotto Stalin a partire dal 1932, in occasione del concorso per il Palazzo dei Soviet di Mosca.

Negli ultimi anni mi sono avvicinato a due stili particolari, uno di essi è il brutalismo

Invece in Italia ha avuto influenza anche dopo?
Si, il razionalismo si è ispirato molto al costruttivismo russo (ho partecipato a un recente convegno su queste tematiche al Novocomum di Como). In quel periodo sia le speculazioni teoriche del Bauhaus in Germania, sia i razionalisti in Italia, vivevano indipendentemente dai rispettivi regimi politici. Anche se poi in Germania il Bauhaus ha dovuto chiudere i battenti con l'avvento del nazismo, mentre i razionalisti in Italia erano molto più liberi di sperimentare (pur con i vincoli di un regime) Poi negli ultimi anni mi sono avvicinato a due stili particolari, uno di essi è il brutalismo.

Di cosa si tratta?
E' uno stile nato nella seconda metà del '900, il cui periodo d'oro si colloca tra gli anni '50 e gli anni '70, ma con manifestazioni anche molto più recenti, in alcuni casi contemporanee.

Gli autori chi sono?
Tantissimi. Un nome importante in questo ambito è sicuramente quello del celeberrimo Le Corbusier, anche se non si è mai definito tale ed effettivamente lui è precedente all'affermazione di questo stile, ma ne è sicuramente un importantissimo precursore. In effetti, non è sempre facile riuscire a categorizzare un edificio come brutalista, perché le forme possono essere diverse. Diciamo che più di una stile con regole e dettami ferrei, si può considerare più come una corrente che in qualche modo ha influenzato diverse tipologie di architetti. In genere si tratta di progetti di grande impatto visivo con forme a volte inusuali e superfici prive di decorazioni, oltre ad essere composti da elementi costruttivi di grande valenza materica (in particolar modo cemento e mattoni, a discapito di superfici marmoree o vetrate) generalmente non intonacati.

Perché si chiama brutalismo?
Il termine fu coniato da un architetto svedese, fu subito ripreso nel mondo anglosassone e da qui si è diffuso in tutto il mondo. L'origine, tuttavia, non è collegata semanticamente con l'aspetto brutale degli edifici, ma si riferisce all'ampio utilizzo del cemento a vista, dal francese béton brut (come lo chiamava lo stesso Le Corbusier). Anche in Italia esistono molti esempi di architetture brutaliste: a Milano cito tra tutti l'Istituto Marchiondi, che si trova purtroppo in stato di abbandono, e la Torre Velasca, che in parte si configura in questo stile. Nel mio viaggio in Russia, citato precedentemente, ho esposto alcune mie fotografie di edifici brutalisti nella città di Togliatti.

 

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Il muro di Berlino visto dal disegnatore serbo Enki Bilal

 

Dicevi che c'è un altro stile a cui ti stai interessando recentemente?
E' il fenomeno del modernismo socialista, che peraltro ha molti punti in comune con il brutalismo, tanto che spesso si confondono. In un certo senso è uno stile parallelo che si è sviluppato al di là del Muro, nell'area di influenza socialista dell'Europa. Anche la ex Jugoslavia, pur non facendo parte del blocco sovietico, è stato uno dei paesi dove questo stile ha avuto l'apoteosi, soprattutto a Belgrado, che ho avuto modo di visitare nei miei viaggi. E' sorprendente vedere come venissero implementate soluzioni stilistiche e funzionali affini, nonostante la rigorosa separazione (anche comunicativa) tra i mondi contrapposti dalla Guerra Fredda.

Forse è dovuto al fatto che nello stesso periodo del dopoguerra c'è stata una forte spinta all'urbanizzazione, sia in occidente che a oriente?
Senz'altro. C'è stata quasi ovunque una trasformazione economica e urbanistica rapida, a tratti violenta. Tuttavia si può cogliere nell'architettura di questi stili una concezione, a volte utopica, di realizzare strutture adatte ad accogliere e far relazionare al meglio grandi quantità di persone sradicate dai mondi che lasciavano. Anche se poi, per svariate ragioni, il risultato reale si è dimostrato in molti casi assai distante dai propositi idealistici.

Ci anticipi cosa presenterai alla mostra prevista al Libra di Monza?
Ho deciso di presentare 26 immagini unite dall'utilizzo di un materiale rigoroso e al contempo plastico come il cemento. Le foto esaltano sia le forme massicce e concretamente fisiche delle architetture rappresentate, sia l'effetto di straniamento quasi metafisico che esse stesse provocano. Tutte le immagini, molte delle quali sono esempi di brutalismo o modernismo socialista, presentano questo modo particolare e sicuramente potente di concepire la costruzione stessa. Ci saranno esempi che, pur nello loro diversità, hanno molto in comune: dall'Italia alla Germania, dal Portogallo alla Moldavia, ma anche da Francia, Svizzera, Turchia, Russia, da paesi caucasici come Georgia e Armenia fino a un dialogo a distanza strutture di New York e di Belgrado. Sono molto contento di poter esporre le mie foto al Libra, un posto in cui sono di casa, sia come cliente sia perché ho avuto modo di lavorarci alcuni anni fa. Non solo, una mia foto di una fabbrica italiana abbandonata, fa ora da fondale di ben 12 metri del bancone del Libra, che è stato rinnovato in tempi recentissimi.

 

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Stazione degli autobus abbandonata, di Henrik Arakelyan (1978). Hrazdan, Armenia - Foto di Roberto Conte

Chi è Roberto Conte

 

Roberto Conte è nato nel 1980 a Monza, dove vive, e ha iniziato a fotografare nel 2006 esplorando luoghi abbandonati. Nel corso degli anni si è focalizzato in modo crescente sulla fotografia di architetture del XX secolo, dalle strutture razionaliste al modernismo del dopoguerra, con un particolare interesse per il brutalismo e il modernismo socialista, fino all'architettura contemporanea. Nell'agosto del 2016 ha esposto le sue immagini in una mostra personale a Togliatti, in Russia e nel 2015 ha vinto la seconda edizione dell'Eurostars Berlin Photography Competition. Collabora con enti accademici e studi d'architettura e le sue foto sono state pubblicate su diverse testate online e cartacee tra cui Domus, ArchDaily, AD, Divisare, Repubblica e su libri tra cui i recenti "This Brutal World" (editore Phaidon Press) e "Concrete Concept" (editore Frances Lincoln).

 

Il sito Di Robero Conte

 

Gli autori di Vorrei
Pino Timpani
Author: Pino TimpaniWebsite: http://blog.libero.it/PinoTimpani/

"Scrivere non ha niente a che vedere con significare, ma con misurare territori, cartografare contrade a venire." (Gilles Deleuze & Felix Guattari: Rizoma, Mille piani - 1980)
Pur essendo nato in Calabria, fui trapiantato a Monza nel 1968 e qui brianzolato nel corso di molti anni. Sono impegnato in politica e nell'associazionismo ambientalista brianzolo, presidente dell'Associazione per i Parchi del Vimercatese. Ho lavorato dal 1979 fino al 2014 alla Delchi di Villasanta, industria manifatturiera fondata nel 1908 e acquistata dalla multinazionale Carrier nel 1984 (Orwell qui non c'entra nulla). Nell'adolescenza, in gioventù e poi nell'età adulta, sono stato appassionato cultore della letteratura di Italo Calvino e di James Ballard.

digilander.libero.it/pinotimpani/

Qui la scheda personale e l'elenco di tutti gli articoli.

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