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Matteo Colombo, referente ed educatore della cooperativa Fraternità Capitanio di Monza,  intervistato da LabRedazioneMondo. L’ospitalità agli stranieri e i servizi per i minori, italiani e non

Drin, drin! È sera, squilla il telefono, sono i servizi sociali, cercano posto per una ragazza in difficoltà. Un gruppetto di suore attraversa il cortile, in pigiama e spazzolino, dal collegio Bianconi verso via Torneamento 9. È la casa di quella che sarebbe poi diventata la Fraternità Capitanio, “comunità educativa e di accoglienza per giovani” in difficoltà  che vogliano “fare un percorso di rieducazione e di recupero della loro dignità personale e diventare costruttrici di vita per sé e per gli altri”. A ricordarlo è Matteo Colombo, responsabile del servizio ed educatore, con laurea in statistica e breve docenza alle spalle. Inizia così, nel 1977, l'avventura di accoglienza in Fraternità, una cooperativa che ha visto molti cambiamenti senza tralasciare mai la passione per l’educazione e la crescita delle persone affidate. Una comunità, la “Frate” — come è affettuosamente chiamata da chi la abita — che in 38 anni si è presa cura di persone con fragilità diverse: dalle dipendenze ai percorsi  di reinserimento e tutela della giustizia minorile e dei servizi sociali, fino ai giovani migranti.

Nell'ultimo anno è emerso il bisogno di prendersi cura di persone di paesi lontani, che lasciano la propria casa per raggiungere qualcosa di grande, non per un capriccio!

Perchè avete deciso di accogliere anche minori dell'ultimo flusso migratorio?
Sempre una telefonata, una voce che chiede accoglienza, una persona in difficoltà. Questo è un passaggio importante, fino ad ora abbiamo ricevuto solo ragazze o giovani donne anche per la presenza continuativa delle suore nello staff educativo. Adesso che la cooperativa sta passando in mano ai laici, si sperimenta un’accoglienza più allargata. Non per un calcolo o un piano a tavolino, quando qualcuno ha chiamato la nostra comunità, a partire dagli operatori fino ai ragazzi presenti, si è messa in gioco ed ha aperto le porte. L'accoglienza al maschile è cominciata proprio, si può dire, con una telefonata, come spesso è successo nella storia di questa realtà.
Quello che muta è il vissuto individuale segnato da fragilità e ferite, l'accoglienza resta l’anima della Fraternità declinata secondo le esigenze del territorio che si trasforma. Nell'ultimo anno è emerso il bisogno di prendersi cura di persone di paesi lontani, che lasciano la propria casa per raggiungere qualcosa di grande, non per un capriccio!

Come si vive e lavora in una comunità multietnica?
Il servizio centrale della cooperativa è, da sempre, la comunità residenziale. La composizione attuale si tinge di colori e presenze variegate. Vi alloggiano circa 10 ragazzi, di cui quattro maschi di origine albanese ed egiziana, e 6 ragazze con una rilevante componente di provenienza dal Sud America. Nell'ultimo anno sono arrivati circa 6 minori stranieri.
Solo fino a poco tempo fa, a tavola, parlavamo solo italiano mentre, in questo periodo, si intrecciano dialoghi in molte lingue: spagnolo, arabo, lingue dell’Est Europa, inglese, francese…e sono solo alcune!
Nella vita quotidiana l'accoglienza richiede integrazione reciproca a partire dalle piccole cose: la cosa difficile è dedicare la giusta attenzione a tutti nel rispetto delle differenze. Una peculiarità degli egiziani, per esempio, è un forte sentimento di orgoglio nazionale e questo, a volte, è un po' delicato.
Nel concreto, ad esempio, per i musulmani è prassi pregare almeno cinque volte al giorno; nell'era tecnologica smartphone con app dedicate aiutano a scandire i momenti di culto: noi apprezziamo in loro la giornata vissuta come preghiera e ringraziamento continui. Nel contempo chiediamo loro di superare alcuni modelli culturali e, ad esempio, relazionarsi con gli operatori indipendentemente dal fatto che siano donne o uomini.

La sfida enorme del fidarsi di qualcuno non è esclusiva di qualche nazionalità, è propria di tutti gli esseri umani.


Uno dei ragazzi che ci è stato affidato si è allontanato due volte, la seconda volta non è più tornato. La sfida enorme del fidarsi di qualcuno non è esclusiva di qualche nazionalità, è propria di tutti gli esseri umani. Certo, i migranti che giungono hanno spesso uno svantaggio, un’idea ingenua del nostro paese alimentata da informazioni parziali dei media.
Nel caso del minorenne fuggito lui credeva di trovare i parenti cercando in centro a Milano con un fogliettino di carta in mano su cui erano annotati indirizzo e nome dello zio di cui tanto si è sentito parlare.
A noi può, forse, far sorridere ma ad un sedicenne cresciuto in una sperduta località africana appare, invece, scontato.
Capiamo, d’altra parte, uno sguardo esterno di cautela, è normale verso ciò che è straniero e sconosciuto, poi tutto si scioglie quando ci si conosce. È più facile accontentarsi dell'immagine stereotipata, senza approfondire. Quando siamo andati per compere per lo shopping natalizio, come siamo soliti fare a dicembre, abbiamo colto gli sguardi sorpresi e un po' diffidenti dei passanti. Anche in quell’occasione i ragazzi ci hanno spiazzato, come spesso accade, e tra un pacchetto e una strenna non hanno mancato la classica foto natalizia con babbo natale e renne rigorosamente finti.
In questo aneddoto noi educatori abbiamo riconosciuto come i giovani siano uguali in spensieratezza e voglia di divertirsi e come le incertezze che agitano quel tempo della vita siano identiche a tutte le latitudini.

 

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Quali gli atri servizi della cooperativa? Si registra anche qui una rilevante presenza di stranieri?
La cooperativa ha attivato anche due centri diurni: “Benjamin” per i ragazzi provenienti dal comune di Monza e “Intessere” dedicato ai giovani dei municipi limitrofi. Sono circa 20-25 i ragazzi che frequentano la struttura nello spazio diurno per un servizio più leggero rispetto al residenziale.
Anche nei due servizi educativi diurni registriamo una densità abbastanza elevata di stranieri, con una forte componente dal Sud America e dall’Africa: sono immigrati di seconda o terza generazione, spesso nati qui da genitori originari di altri stati poi trasferiti in Italia. È un target altrettanto difficoltoso, occorre comprendere dinamiche di emulazione ed immedesimazione verso i coetanei italiani, come la richiesta di vestire con capi firmati, non facili da gestire in famiglie spesso disagiate.
In questo caso l’intervento di assistenza intende stimolare le risorse interne al nucleo famigliare. Discorso diverso è per i migranti accolti, qui è il territorio ad essere interpellato a trovare risposte adeguate: abbiamo preso contatti, ad esempio, con il Centro Islamico di Monza e i Giovani Musulmani–sezione di Monza ed abbiamo avuto un buon riscontro.
Per certi versi i ragazzi del residenziale sono più delicati: per loro gli educatori sono tutto, l’intero loro mondo. Utenti del residenziale e dei servizi diurni hanno pochi spazi per incontrarsi e modi differenti di rapportarsi alle figure di riferimento: spesso gli stranieri hanno una percezione dell'adulto che in Italia c’era trent'anni fa. Per loro l'educatore diventa una mamma e un papà, diventa la loro opportunità di vita.

Dopo un anno, Ossama ha conseguito la licenza media, è assunto come giardiniere, mestiere in cui è riconosciuto essere abile, ha inviato i primi soldi a casa e attende il rinnovo del contratto di lavoro.

Avete stretto relazioni significative con ragazzi stranieri?
A metà ottobre del 2014 è arrivato Ossama, 17 anni, solo passaporto egiziano: sandali ai piedi, pantaloni e maglietta; dodici giorni nel Mediterraneo, dieci trasbordi su svariate imbarcazioni con acqua fino alle ginocchia, niente cibo e bevande. Il suo racconto ha dell’incredibile: sbarcato in Calabria, è rimbalzato da un treno all'altro fino a raggiungere la Lombardia dove un uomo che parlava arabo l’ha presentato ai servizi sociali. La famiglia ha investito tutto quello che poteva su di lui poiché era quello con la maggior percentuale di “successo”.
Dopo un anno, Ossama ha conseguito la licenza media, è assunto come giardiniere, mestiere in cui è riconosciuto essere abile, ha inviato i primi soldi a casa e attende il rinnovo del contratto di lavoro. Ora è in permesso di soggiorno per tirocinio formativo di sei mesi, al termine dovrebbe esserci un altro rinnovo in attesa di occupazione: davvero un bel risultato e un cammino di crescita che ha regalato soddisfazioni anche a noi educatori. Ossama ha fatto un percorso che molti, anche italiani, difficilmente avrebbero fatto. Ha lavorato per tutto agosto sotto il caldo estivo per pochi euro.
Il lavoro permette a questi ragazzi di stare centrati: per guadagnare sono disposti a fare fatica, anche ad eccellere e accettare regole, usi e costumi lontani da quelli abituali. Ad esempio l'idea di impegnarsi ad ottenere un titolo di studio prima di cercare lavoro è l'ultima cosa che si immaginerebbero di dover fare, è una prassi lontanissima dalla loro sensibilità perché sembra di tornare indietro anziché procedere. Eppure, una volta chiarita la funzione che l'istruzione riveste nel nostro sistema e abituati all'idea, questa è stata la chiave di volta.
E quando si aiutano questi giovani a realizzare ciò che veramente sta loro a cuore, come ci è recentemente capitato per inviare il primo sostegno economico alla famiglia, si viene ricambiati da sguardi commossi, pieni di gratitudine e speranza per un futuro che appare, ora, una promessa di bene.