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Si concludono oggi gli open days al cantiere in via di ultimazione di Palazzo Lombardia, la nuova sede della Regione a Milano. “Vorrei” l’ha visitata per voi.

 

Palazzo Lombardia. Così, alla fine, si chiamerà “l’altra sede” della Regione, in via di ultimazione a Milano nell’isolato tra via Melchiorre Gioia, via Galvani e viale Restelli dove, fino a due anni fa, si stendeva il “Bosco di Gioia”. Il nome è stato scelto direttamente i cittadini tramite un sondaggio online che ha individuato prima una rosa di finalisti: se da questi fosse uscito un nome con un ampio margine di vantaggio sugli altri, aveva detto Formigoni, questo vincerà automaticamente; in caso di testa a testa, avrebbe scelto una commissione.  Palazzo Lombardia si è imposto con oltre il 50% dei voti e diventa quindi il nome ufficiale, proprio mentre si conclude la settimana di open days in cui l’edificio era visitabile dai cittadini. E Vorrei l’ha visitata per voi.

Un giudizio? Ce ne vogliono almeno due: uno relativo all’opportunità socioeconomica dell’impresa. E uno sulla sua valenza architettonica ed estetica (e simbolica). Sul primo non abbiamo mancato di esprimere già i nostri dubbi qui su Vorrei: un’opera costosissima (ufficialmente 400 milioni di euro, ma le voci di corridoio dicono che con i costi indiretti si arriva al doppio) e di incerta utilità. Dovrebbe servire ad accentrare una molteplicità di uffici regionali oggi dislocati in diverse sedi cittadine, per lo più in affitto, e quindi risparmiare sulle locazioni. Ma anche così il palazzo verrebbe ammortizzato in 30 anni. E, denunciano i consiglieri regionali Pd, per raggiungere questo risultato la Regione dovrà mettere in vendita anche le sedi di proprietà.

 

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Anche la collocazione non è delle più felici. Anche tralasciando la polemica sull’occupazione del “Bosco di Gioia”  (un nome poetico che cela, in realtà, un terreno incolto di cui gli abitanti della zona non si sono mai interessati finché non è partito il cantiere) l’idea di posizionare un polo attrattore di questa importanza in pieno centro, per di più dotato di ampi parcheggi sotterranei, non va certo nella direzione del decentramento  e della lotta al traffico.

Ma veniamo al giudizio estetico e architettonico: e qui la sede ha le sue carte da giocare. Il progetto degli americani Pei Cobb Freed & Partners è nel complesso riuscito. L’edificio si integra nel contesto urbano circostante dialogando con i suoi pieni e i suoi vuoti: alle aperture nel nuovo edificio corrispondono gli spazi tra gli edifici nel fronte opposto e gli edifici preesistenti si confrontano con pareti di pietra grigia lombarda: per il perimetro esterno si è evitato il vetrocemento optando per un materiale che richiama la trama del costruito. La grande piazza coperta centrale vuole richiamare nel concetto la Galleria Vittorio Emanuele: non ne ha, naturalmente, il fascino ma ha comunque una sua imponenza, soprattutto quando si rivolge lo sguardo in alto, verso la torre.

 

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La torre (una torre doppia): l’elemento di maggiore impatto simbolico del progetto. Costituita da due semi-torri oblique che ‘si danno le spalle’, si eleva per 163 metri (diventeranno 167 con l’antenna) ed è attualmente l’edificio più alto d’Italia. Un po’ provinciale, con quell’altezza, strombazzarla come un ardito grattacielo quando poche settimane prima a Dubai ne hanno inaugurato uno alto 800, di metri, è forse l’elemento meno giustificato del complesso anche se il più visibile. Ma la vista che si scorge dalla terrazza panoramica che occupa gli ultimi tre piani è mozzafiato e vale la pena della scalata di 39 piani. Che del resto, con gli ascensori superveloci si fa in 8 secondi (in rodaggio, saranno 4 a regime).

L’edificio è concepito come un centro multifunzionale che oltre agli uffici conterrà anche negozi, bar e ristoranti, una biblioteca  e un asilo nido. Sarà il tempo a dire se saprà diventare davvero un centro attrattore per il territorio circostante o se resterà solo un monumento all’ambizione, “il primo edificio pubblico costruito in Lombardia dopo 500 anni”.