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Motivare gli studenti  ad identificarsi con  le persone che cercano altrove il loro futuro, ad incontrare storie di immigrazione e di integrazione e a presentarle a un pubblico esterno alla scuola: questo e altro in un progetto del Liceo Parini di Seregno, raccontato da Lucia Berardinelli e Zsuzsa Vincze.

Di quel che accade di buono nelle nostre scuole si parla troppo poco, e noi invece vogliamo farlo, almeno di tanto in tanto, quando ne abbiamo notizia: per rendere giustizia ai docenti che nonostante tutto si impegnano a superare diffidenze, ristrettezze  e intoppi burocratici, ai collaboratori esterni invitati ad  integrare con competenze specifiche i limiti delle discipline curriculari, agli studenti che recepiscono con entusiasmo gli stimoli che li invitano ad attivarsi nella comprensione del mondo che li circonda. Per proporre buone pratiche e  per guardare con fiducia e speranza alle nuove generazioni.

Di quel che accade al Liceo Parini di Seregno a proposito dei progetti di lavoro intorno all’immigrazione abbiamo già parlato nell’articolo “Anch’io sono migrante”, prima tappa di un percorso di ampio respiro nell’ambito del corso di Scienze umane, condotto principalmente dall’insegnante Lucia Berardinelli, con la collaborazione di Zsuzsa Vincze, testimone della realtà di un paese capofila in Europa delle politiche antimigratorie, l’Ungheria di Orban. Per capire come è proseguito il lavoro sul tema e come si è arrivati all’interessante risultato di quest’anno, culminato nel concorso “Permetteteci di presentarvi”, ho voluto sentirle entrambe.

 

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A Lucia Berardinelli chiedo in che modo il vostro lavoro sulle migrazioni si inquadra nel progetto didattico del vostro istituto e come è articolato? Quali sono gli obiettivi che vi proponete e quale la  risposta degli studenti?

Da anni nel nostro istituto prevediamo degli spazi di approfondimento, a carattere laboratoriale,  su focus specifici legati ai diversi indirizzi: il nostro, quello di Scienze Umane, da tre anni dedica le “giornate a tema” delle nostre classi quarte al tema delle migrazioni, articolandolo in maniera diversa anno per anno. Abbiamo lavorato sul tema del viaggio, per superare molti luoghi comuni legati alle migrazioni, con l’aiuto di due giovani collaboratori esterni,  uno impegnato come educatore in  Save the children, l’altra nella ricerca universitaria sulle testimonianze letterarie di grandi viaggiatori;  oppure su quello sui diritti umani, in un laboratorio condotto da operatori di Emergency, volto a mostrare una modalità di intervento nelle situazioni di povertà o di conflitto che parte dal considerare come un diritto universale quello alla vita e alla salute,  garantendolo con prestazioni mediche di alto livello e con  la formazione di personale operante stabilmente in quei luoghi. L’approfondimento sul caso Ungheria, condotto da Zsuzsa Vincze, serve a riflettere su come l’Europa si stia orientando su questo tema, e mette l’accento sull’importanza della comunicazione nell’attuazione delle politiche migratorie. Il coinvolgimento degli studenti è notevole, ed è per questo che quest’anno abbiamo voluto spingerli ad incontrare la realtà positiva dell’immigrazione in un modo che la sottraesse sia allo scontro ideologico  sia alla banalizzazione, sperimentando l’incontro con l’altro attraverso la modalità dell’intervista.

 

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incontrare la realtà positiva dell’immigrazione in un modo che la sottragga sia allo scontro ideologico  sia alla banalizzazione

La scuola  offre anche altre occasioni di incontro con persone immigrate? Cosa c’è di nuovo in questo progetto?

La nostra scuola segue una linea inclusiva, ma non si può dire che la presenza di studenti immigrati sia numerosa. In verità alcuni  nostri studenti partecipano già da tempo nella normale attività scolastica a stages o a moduli di alternanza scuola-lavoro destinati all’alfabetizzazione di bambini immigrati nelle scuole elementari e medie; alcuni poi fanno parte di associazioni, hanno qualche esperienza di volontariato. Talvolta poi accade che incontrino appunto testimoni del fenomeno invitati a scuola, ma in questo caso abbiamo chiesto agli studenti  di andare incontro alla realtà esterna, cercandovi  persone immigrate adulte, ben inserite nel nostro contesto sociale, e sperimentandosi nella formulazione e nella conduzione autonoma di un’intervista, di un  dialogo volto alla conoscenza dell’altro e della sua storia di emigrazione, servendosi delle idee emerse nel lavoro preliminare attorno al tema dell’identità. Abbiamo poi proposto di sintetizzare in un manifesto questa conoscenza, applicando le forme comunicative apprese grazie all’analisi dei manifesti usati nelle campagne sui migranti svolte in Ungheria dal governo e, in risposta, dall’opposizione e poi dall’UNHCR in occasione della annuale Giornata del Rifugiato che si tiene in quel paese: lo scopo era quello di far sì che gli studenti divenissero tramite verso un pubblico esterno alla scuola di uno spaccato di realtà sottratto ai pregiudizi e ai luoghi comuni.  Abbiamo pensato che  un concorso  e una prospettiva  di pubblicazione per i lavori premiati avrebbe potuto non solo motivare gli studenti, ma permettere appunto di veicolare queste acquisizioni all’esterno. Così è nato il progetto “Permetteteci di presentarvi”, titolo che riassume in fondo la risposta alle persone intervistate che chiedevano il perché di tante di domande…

 

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Abbiamo costruito un sito (la cui visibiltà è migliore su pc o su tablet) che potrà nel tempo raccogliere nuove esperienze di questo tipo, e che naturalmente avrà un link al sito della scuola.

Tutto questo ha comportato dunque un intervento interdisciplinare?

Nel nostro istituto  non si fa grafica, e questa è stata certo una difficoltà: non possiamo certo aspettarci da questo punto di vista chissà quale qualità, ma ci interessava che si iniziasse a vedere nei migranti persone e storie reali e differenti tra loro. A seguire la costruzione dei manifesti dal punto di vista della resa estetica sono stati gli insegnanti di storia dell’arte, insieme ad una docente specializzata in grafica, che fa parte dell’organico dell’autonomia della nostra scuola, mentre gli insegnanti di scienze umane, e la conduttrice delle giornate a tema sul caso Ungheria,  hanno seguito l’elaborazione del messaggio, la resa comunicativa. Abbiamo chiesto di scegliere insieme agli intervistati tre parole che qualificassero la loro identità, e di riassumere in uno slogan il senso che attribuivano alla loro esperienza di integrazione.  Abbiamo composto una giuria per valutare i lavori che meglio avessero compreso e restituito gli obiettivi del progetto.  Sono emerse  storie interessanti e diverse, tra le quali abbiamo scelto sei interviste e i cinque manifesti meglio riusciti per resa comunicativa e cura nella realizzazione.

 

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vedere nei migranti persone e storie reali e differenti tra loro

I tempi son stati lunghi? Ed è stata importante la prospettiva di una pubblicazione dei risultati del lavoro svolto?

Inevitabilmente a scuola i tempi sono lunghi, e diversi da classe a classe. Il lavoro è stato macchinoso, prevedeva tanti momenti che comunque incrociavano gli altri impegni scolastici sia degli studenti che degli insegnanti. Il problema principale è stato il lavoro autonomo esterno alla classe, coi successivi interventi di correzione o integrazione, ma alla fine ne siamo piuttosto soddisfatti. La pubblicazione come premio per il lavoro svolto è stata un incentivo in più, ed è senz’altro molto attesa, anche dalle persone intervistate!

comprendere quanto sia essenziale la dimensione del tempo nella costruzione dell’identità, sia sul piano personale che su quello sociale

A Zsuzsa Vincze chiedo in che modo sono stati motivati gli studenti, quali suggestioni  hanno avuto per affrontare le interviste e per elaborare la comunicazione verso l’esterno?

Il mio intervento mirava a far riflettere i ragazzi su quanto anche loro siano coinvolti  nel fenomeno della migrazione: perché altrimenti avrebbero dovuto interessarsene? Abbiamo costruito una mappa della classe in base alle provenienze di ciascuno, ad un passato familiare che restituiva la realtà di una Brianza  interessata da fenomeni migratori di lunga data, e abbiamo chiesto in quali paesi immaginavano il loro futuro: molti hanno manifestato progetti di vita rivolti a paesi lontani, del Nord Europa, ma anche dell’Estremo Oriente. Volevo che comprendessero quanto sia essenziale la dimensione del tempo nella costruzione dell’identità, sia sul piano personale che su quello sociale, come emergeva dalla mappa della classe collocata tra passato, presente e futuro, e come sarebbe emerso nelle interviste. Così l’idea che gli uomini si spostano, che siamo tutti migranti, o potremmo esserlo, e che questo fa parte di una storia in divenire, poteva diventare anche la base per un dialogo alla pari, per un ascolto reale, mosso da un interesse sentito. Ho poi proposto l’analisi delle campagne che si sono svolte in Ungheria nel corso della crisi  migratoria del 2015, quella governativa da un lato e quella antigovernativa dall’altro, svolte attraverso grandi manifesti: le due campagne erano speculari, usavano la stessa grafica, lo stesso tipo di caratteri, lo stesso linguaggio, ma ovviamente uno stile diverso, l’uno assertivo, l’altro sarcastico; c’è stata poi la campagna dell’UNHCR che invece presentava esperienze di vita da immigrati in Ungheria, con volti di persone vere, sottraendo la comunicazione  alla polemica politica, per riportarla alla realtà.

 

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Manifesto della UNHCR Campaign for the World Refugee Day, Budapest, Ungheria, 20 giugno 2015. 
Il testo recita: Dariush, 21 anni.  Guida turistica, fan di Petofi, rifugiato. Sono appassionato d'Ungheria

 

È stato questo il modello di comunicazione proposto per trasferire all’esterno, attraverso il sito dedicato al concorso, la sintesi degli incontri e delle interviste. Ne sono emerse storie sorprendenti e talvolta anche crudeli, come quella del ragazzo la cui famiglia è stata uccisa nel suo paese dai parenti. L’indicazione di massima era di seguire i percorsi di vita delle persone incontrate, ma dalle risposte a  queste sorgevano curiosità che davvero sono state seguite per approfondire il dialogo. Quel che è stato importante è stato anche trasmettere agli studenti il senso dell’importanza dell’immagine nella comunicazione, dar loro una capacità di lettura di questo aspetto.

La capacità di leggere, decodificare i messaggi è un obiettivo fondamentale da raggiungere per divenire cittadini consapevoli.

Sono riusciti a superare  anche sotto questo aspetto la superficialità cui la comunicazione via social li abitua?

Pensiamo di sì. Hanno dovuto fare uno sforzo non indifferente per capire che un manifesto non è un power point o un post, per capire quanto contano nella comunicazione verso un pubblico esterno la dimensione del carattere, il tipo, il colore, la qualità della foto, che non dev’essere una posa, ma deve essere ben illuminata e presentare al meglio il soggetto. Capire il senso di questi elementi comunicativi è una acquisizione importante al di là della tematica affrontata. La capacità di leggere, decodificare i messaggi è un obiettivo fondamentale da raggiungere per divenire cittadini consapevoli.

 

 


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