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20190218 ubiminor gipi

Questa è la storia dello scontro avvenuto tra Mikhail, Mattia e Andreas. Ragazzi ospiti di un servizio residenziale a Milano. Dopo, tutto è cambiato.

I ragazzi che ospitiamo nei nostri servizi residenziali spesso si muovono come animali selvatici, vigili e in perenne allarme, attenti a difendere il proprio territorio e a non invadere quello altrui, in una apparente convivenza pacifica, col colpo in canna sempre pronto. Poi a volte la realtà decide di intrecciare la traiettoria delle loro vite, creando delle reazioni “chimiche” dalle conseguenze imprevedibili. Quello è un momento magico per intervenire educativamente. Spesso non dovendo fare niente, se non lasciare tutto aperto al possibile, senza cedere alla tentazione di chiudere. Questa è la storia dello scontro avvenuto tra Mikhail, Mattia e Andreas. Dopo, tutto è cambiato.

Mezzanotte e un quarto. L’ingresso di un bel condominio di Milano, nuovo di zecca. Finalmente il silenzio. Vorrei stare lì tutta la notte a riassaporare la calma di nuovo improvvisamente ritornata. Il silenzio, che è più forte del rumore. Vorrei sedermi sulle scale, lasciare defluire i pensieri, godermi il sollievo di sapere che, ormai, tutto è passato. Ma non posso. Ovunque i segni del terremoto: sui muri, per terra, nella mia testa. Macerie dappertutto...

Attorno a me è un tappeto verde di cocci di Heineken, sparsi per due piani di scale. Con la testa ancora sotto sopra mi scopro a pensare che c’è un ordine in quel caos e che quei mille vetri rotti non stanno poi così male! Dietro di me il mio angelo custode Mikhail, anche lui attonito. Non ho tempo, però. Devo ripulire tutto prima che un qualunque inquilino rientri a casa e, vedendo quel disastro, dica: “...ma ancora”?!

Nel giro di cinque minuti, io in silenzio e Mikhail che non smette un attimo di parlare, ripuliamo le scale, lasciandole senza più una scheggia di vetro. E mentre sto per chiudere la porta di casa, appena finito di spazzare l’ultimo gradino, entra una persona dall’ingresso principale. Non si accorgerà di niente, per un pelo: notte Luca... ancora qua?!

Rientro in casa e mi chiudo la porta a chiave alle mie spalle. Mi sembra di sigillare dentro un incubo segreto che non deve uscire, ma che è ancora lì presente, denso, visibile in ogni angolo della casa, in ogni respiro che facciamo. Io e Mikhail ci guardiamo attorno, increduli di quanto abbiamo vissuto.

È durato tutto non più di un quarto d’ora. “Questa volta hai rischiato, Luca”, mi dice Mikhail

È durato tutto non più di un quarto d’ora. “Questa volta hai rischiato, Luca”, mi dice Mikhail, che continua a non riuscire a stare zitto. Lui che, il tempo di una notte, ha improvvisamente cambiato pelle, e ancora non l’ha capito. Per questo continua a parlare. Per evitare di pensare e, spaventato, accorgersi di quello che ha fatto. Il rischio di domandarsi perché l’ha fatto, perché, finalmente ha abbandonato quella maschera quasi ridicola da “educazione siberiana” che tanto lo proteggeva. Quell’ucraino dalla faccia quadrata e gli occhi azzurri, il fisico massiccio e la pancia da tasso alcolico nel sangue sopra i limiti, che infonde solo paura in chi lo guarda, così da impedire di essere visto. E che si fa sempre e solo i cazzi suoi. Quel ragazzo che non sa neanche quanti reati ha commesso e che, improvvisamente, mi manda, a mezzanotte, via sms, quel grido d’aiuto sgrammaticato, quasi ridicolo: “Io detto niente, ma nn voglio che lo ammazano...”

E io che mi rivesto di corsa, prendo la macchina e in un quarto d’ora arrivo, entro nel portone, salgo le scale e sento il rumore. E lui che è già lì, dentro l’appartamento ma con la porta aperta, a presidiare la situazione ma anche a farla uscire. Ci mette la faccia, senza più curarsi dell’infamia, finalmente libero di saper decidere cosa è giusto fare, senza paura di diventare il giudizio dell’altro. Il bello di scoprire un confine che separa, costruito sull’istinto, senza quasi pensarci.

Gli altri li trovo tutti e quattro sbronzi, birre dappertutto, casa sottosopra, materassi per terra. C’è tra loro una ragazza, che non sa, che crede che sia una figata stare in quel gruppo di perdenti e neanche si rende conto di tutto quello che lei ha probabilmente già perso da tempo.

Fuori tutti. Lo dico con tono fermo, quasi calmo. Capisco che non riuscirò a trattenermi. Dopo quello che è successo due notti prima, vedere questa scena, non mi sembra vero.

Veloci – urlo - fuori tutti dalla porta!

Non sono più calmo. Sento che voglio fare casino, che sto perdendo le staffe. E quasi sono contento. Mattia protesta, non sa quello che dice. È pieno di birra, tenta di fare il capo, ma non ne ha la stoffa.

È un mezzo coglione, per dirla con le parole dirette di Mikhail. Non riesco a non andare verso Mattia. Non dovrei farlo.

Ma che cazzo stai facendo?! Ma ti sembra che non ne avevamo già abbastanza di casini qui dentro???

Mi risponde secco, alterato, ubriaco. Non so neanche cosa mi dice. Non penso abbia alcun senso. Nega, si difende, accusa gli altri.

Continuerò a cercare nella mia memoria - solo per curiosità - le parole precise che usa, ma non riuscirò più a trovarle. So solo che hanno l’effetto di un detonatore, qualcosa di folle, unito ad un tono sopra le righe e a quegli occhi neri da troppo alcool in corpo, di chi sta per perdere il controllo. Invece lo perdo io e, con un gesto che non ha bisogno di chiedere il permesso al pensiero, perché sa di essere definitivo, gli tiro una sberla che lascia tutti senza fiato per un tempo brevissimo ma interminabile. Un silenzio irreale che dura un attimo. Non mi domando neanche per un secondo cosa ho fatto. Non me lo domanderò neanche dopo. E non mi domando nemmeno se è giusto tirare una sberla ad un viso che, solo due notti prima, era stato gonfiato di botte a tradimento portandone ancora i segni. Gliela tiro e basta. Mattia strabuzza gli occhi e io rincaro la dose: la seconda sberla è chiedergli le chiavi di casa e dirgli di andarsene. Per lui vuol dire che salta tutto, non ha più jolly da giocarsi. A questo punto è fuori tempo massimo.

Fine della corsa, lo aspetta solo una cella di un carcere pronta ad accoglierlo. Però questo, Mattia neanche lo capisce. L’alcool e la sberla lo fanno saltare.

Fine della corsa, lo aspetta solo una cella di un carcere pronta ad accoglierlo. Però questo, Mattia neanche lo capisce. L’alcool e la sberla lo fanno saltare. Inizia a prendere tutte le bottiglie che trova in giro e le lancia contro i muri della casa. Mikhail urla di smetterla, di stare calmi, mentre io chiamo la polizia. O meglio, faccio finta: non sopporterei un’altra notte con le volanti a sirene spiegate e agenti per tutto il condominio. Gli altri due, però, capiscono che questo è il segnale, e la casa in due minuti si riempie di bottiglie fracassate in mille pezzi. Schegge di vetri di birra dappertutto, impronte di Heineken sui muri ad altezza d’uomo. E Mattia che, nel pieno dell’esaltazione rabbiosa, prende una bottiglia per il collo, la spacca contro lo stipite di una porta e, impugnandola come un’arma, fa per puntarmela addosso e, minaccioso, viene verso di me, guardandomi furibondo negli occhi...

Ma non lo fai Mattia, non lo fai.

Non so perché non lo fai. Ma hai un sussulto di controllo e ti fermi subito. Non hai motivo per fermarti: sai che hai perso tutto, sai che non potrai vedere più la tua bambina di quattro mesi, se non dentro un carcere. Sai che una banda di stronzi ti ha pestato due notti prima e non avevi colpa, sai che eri sbronzo perché degli amici di merda se ne fottono di te, sai che nessuno ti ha consolato per le botte e il tradimento subito due notti prima. Sai che hai appena preso una sberla davanti a tutti che nessuno ti aveva mai rifilato prima. Sai che è finita e che tu sei senza limiti. Però non lo fai. T i fermi a tre metri da me e, dopo un secondo in cui ti passa tutto il disastro che ti aspetta, lucido nonostante i litri di birra in corpo, te ne esci di corsa di casa.

E io lo sapevo che non lo avresti fatto. Protetto dal mio angelo custode, che non avrebbe mai permesso che nessuno mi torcesse un solo capello, come una guardia del corpo che sa il fatto suo in quei deliri violenti e alcoolici, muovendosi come l’unico professionista della scena, io sapevo che non ci avresti neanche provato.

Tu non lo sapevi, te l’ho poi dovuto spiegare io. Così come non sapevi che quando sei andato a chiamare Mikhail, per invitarlo alla festa con tanto di ragazza gratis pronta all’uso, tu stavi chiedendo aiuto. All’unico che, nonostante non lo avesse mai fatto prima, avrebbe avuto la forza di chiamarmi, senza paura di passare per un poliziotto bastardo. Esattamente quello che gli altri due, neanche 48 ore prima, non avevano fatto. Che merde, vero?!

Quattro disgraziati che entrano alle due di notte dalla finestra della sala lasciata appositamente aperta; si intrufolano nella tua stanza, sapendo già qual è

I lividi ancora rosso sangue sotto la pelle olivastra del tuo viso, e la rabbia nei tuoi occhi la dicono lunga sulla tragedia di due notti prima. Quattro disgraziati che entrano alle due di notte dalla finestra della sala lasciata appositamente aperta; si intrufolano nella tua stanza, sapendo già qual è, sbattono fuori Andreas minacciandolo di morte e poi giù botte per darti una lezione. Gli avevi rubato un iPhone Mattia, vero? Tu lo neghi, ma invece è vero. Cazzo Mattia, tutto questo per un iPhone che tu volevi esibire come facevano tutti gli altri...

E anche se fosse? Dio Santo, se anche fosse, dovevano venire in quattro dentro casa alle due di notte per gonfiarti la faccia, rischiando quasi di ammazzarti?!

E Andreas, il tuo compagno di stanza, che scappa nella camera di Sergio, si chiudono dentro e si barricano tutt’e due lì, senza chiamare nessuno... Poi però Andreas trova il coraggio di reagire, lui che il senso di colpa ha già iniziato a consumarlo da tempo, e si inventa di gridare che sta arrivando la polizia. I quattro scappano e tu, Mattia, come una molla esci di casa, mentre Andreas e Sergio, impietriti, ti lasciano andare. Ma com’è possibile che non siano i primi a soccorrerti? Tu, col viso che è una maschera di sangue e le gambe legate con il caricabatterie del cellulare che non riesci a sciogliere. Fai prima di loro... ma dove cazzo sono?! e vai su per le scale. T i fai due piani a suonare a tutte le porte fino a che, finalmente un vicino di casa apre e tutto finisce: sembrava una scena da Arancia Meccanica, mi dirà poi quel signore...

Tu ancora ti domandi perché i tuoi compagni di appartamento sono stati lì senza far niente. Nonostante io lo sappia, figurati che continuo a domandarmelo anch’io! Tu non puoi sapere che quelle botte, anche Sergio le ha già avute in dosi industriali, da piccolo. Già allora si pietrificava, provava a reagire, a fare qualsiasi cosa, ma non riusciva. Di fronte a suo papà ogni suo muscolo si paralizzava. E per questo si è sempre odiato, e non si è mai perdonato. E quando poi non ha più sopportato di vedere e subire tutti quei pugni ha deciso di denunciare tutto alla polizia. Ma non sapeva che la sua vita gli sarebbe crollata addosso frantumando per sempre il suo sogno di bambino di avere una famiglia felice. E la colpa adesso è sua, e glielo rinfacceranno per sempre. No, non lo farà mai più di chiamare la polizia, neanche se, nella stanza accanto, gli stanno ammazzando il compagno di appartamento.

E Andreas invece rivive un altro incubo: che niente è cambiato, che sono sempre lì i fantasmi, pronti a tornare, qualcosa di silente che improvvisamente chiama, un telefono che suona e lui che ha paura a rispondere, perché non c’è scelta. Sono loro, travestiti da banda di amici, così amici da consumare una vendetta che sarà una condanna definitiva per lui. Sapeva bene che sarebbero venuti, ma non ci voleva credere, perché poi tutto sarebbe stato irreversibile. Non poteva proteggerti da quella telefonata che annunciava la spedizione punitiva, Mattia. Altrimenti avrebbe tradito e la vendetta sarebbe stata terribile.

E allora meglio andare a letto, chiudersi in un sonno psicotico, di quelli che stacchi la spina, che non li senti neanche entrare, così anche tu ti svegli di soprassalto perché hai sentito uno strano rumore, come di applausi, dirà poi Andreas. E invece erano le sberle e i pugni che tiravano a Mattia. Annunciati, promessi, studiati a tavolino... E due sere dopo, eccoti qua Mattia che, quasi a saldare un conto in sospeso, come a riprenderti la scena dopo l’umiliazione subita, combini tutto questo finimondo e arrivi a spaccare una bottiglia contro il muro...

Io e Mikhail allora ti inseguiamo giù in cortile, ma solo per essere sicuri che tutto sia finito e che uno spazio chilometrico vi separi dalla casa e da quanto abbiamo appena vissuto.

Ma non finisci l’opera e getti per terra quella bottiglia che avevi rotto per me, scappando giù dalle scale di corsa e portandoti dietro tutti quei disgraziati con i quali ti accompagni. Io e Mikhail allora ti inseguiamo giù in cortile, ma solo per essere sicuri che tutto sia finito e che uno spazio chilometrico vi separi dalla casa e da quanto abbiamo appena vissuto.

Torniamo su e, chiusa la porta dell’appartamento, dopo aver ripulito le scale, puliamo i pavimenti da tutti i pezzi di vetro in giro per le stanze. Puliamo da tutta la rabbia e la violenza consumata in quei due giorni. Mikhail non smette di parlare. Inveisce contro Mattia, quel mezzo coglione che non sa neanche quello che fa. Contro i suoi amici, gente depravata che fa schifo solo a pensarci. Tutti ubriaconi, sudamericani di merda. Lo dice convinto Mikhail, finalmente cambiando volto, provando a saltare dall’altra parte della barricata, recitando un nuovo ruolo, come per convincersi, come per iniziare a prenderne confidenza. Non si ricorda Mikhail che ha appena fatto i test per l’alcool e che rischia il ricovero per disintossicarsi. Non si ricorda di quando, questa estate, faceva volare divano, sedie, stendibiancheria da una parte all’altra della casa sopra la mia testa, o di quando minacciava di chiamare la mafia albanese, andando su tutte le furie, se non riceveva i soldi il giorno stabilito. Adesso non è più quello lì, l’ucraino che, attaccando e urlando, vede la paura negli occhi di chi lo guarda. Adesso prova a fare quello che difende. Che difende se stesso, il suo spazio, il suo cambiamento. E che difende me. Questa è la colpa più grossa di Mattia: aver attaccato la casa e aver attaccato me. Questo, Mikhail, non glielo perdona. E neanche capisce che Mattia invece si è fidato di lui andando a chiedergli di unirsi alla festa. Si è fidato che lui avrebbe saputo cosa fare e, forse, lo avrebbe salvato. No, questo Mikhail non lo vede ancora e non lo vuole nemmeno vedere. E non può perdonarlo. Ma la fatica più grossa sarà perdonare me quando, il giorno dopo, rivedrò Mattia.

Questo, Luca, non lo dovevi fare...

E il bello è che anche Mattia la pensa così.

Prima mi manda un sms per sapere se anch’io ci sarò all’incontro fissato con il suo assistente sociale. Non gli rispondo perché so già dove vuole arrivare: se ci sono io lui non viene. Quando si presenta, la visiera del cappellino che gli nasconde metà faccia ancora livida per i pugni, il volto che guarda per terra, la voce spezzata dalla recente paura, gli occhi feriti che a malapena riescono a guardarmi. Silenzio nella stanza. È un grumo di umiliazione rabbiosa. Ha perso tutto ed è stato picchiato in casa sua. 18 anni buttati via. I reati, la mamma in galera per i prossimi vent’anni, il papà in Spagna che neanche sa che esiste, la famiglia piena di fratelli, zii, nipoti, sparsi tra Servizi Sociali spagnoli e comunità italiane. E nessuno che si occupa di lui. Non ha neanche i documenti Mattia. Però ha una bimba di 4 mesi che è andata via con la mamma in Perù, e chissà se torna. E forse è meglio che non torni...

In quel momento non si ricorda nemmeno che la sua misura penale è ancora in piedi per un disguido. Una relazione di aggiornamento che avrebbe chiuso il progetto ma che non è mai arrivata, e un Giudice Onorario che sa il fatto suo e che, andando dietro al suo istinto, gli getta l’ultima ancora: perché non provare a fare un progetto con loro?

Mi guarda in quella stanza Mattia, dove non vola una mosca e, con la voce dall’oltretomba, spezzata dall’emozione e dalla vergogna, va dritto al punto: tu non dovevi permetterti di...

Non lo faccio nemmeno finire. Tu non permetterti, gli dico imperativo!

Sta in silenzio, non ha niente da dire. Capisce che nessuna spiegazione può reggere. Capisce che aver iniziato dalla sberla è stato un errore. O forse l’ingenua ammissione che il problema è da un’altra parte. Era da solo, dice, nessuno lo consolava dopo le botte del giorno prima, gli altri due neanche l'avevano soccorso... Di nuovo non lo faccio finire e gli dico di smetterla. Nell’attimo di silenzio successivo gli spiego. Senza che lo dovessi fare, senza che me lo chiedesse.

Tu stavi andando fuori controllo e rischiavi di fare del male. Non ho ottenuto l’effetto sperato, ma dovevo rischiare.

Ad un certo punto dovevo fermarti. Tu stavi andando fuori controllo e rischiavi di fare del male. Non ho ottenuto l’effetto sperato, ma dovevo rischiare. Non ci ho neanche pensato, ho subito capito che era la cosa giusta da fare. Andavi fermato, è partita una sberla...

Silenzio.

Ho davanti lo stesso Mattia che chiede aiuto a Mikhail. Lo stesso Mattia che riesce a non puntarmi addosso la bottiglia di vetro rotta. È il Mattia che sa. Che sa che dovrà finire in carcere. Non c’è più spazio per andare avanti, dopo quello che è successo. È la terza volta che interrompe un progetto appena avviato. E ricorda la profezia del suo assistente sociale: inizia bene ma poi, quel guizzo furbo negli occhi, ad un certo punto, lo frega. E rompe tutto. È il Mattia che vuole andare in galera, l’unico luogo in grado di proteggerlo.

Gli occhi bassi, una tenerezza infinita, uno scricciolo di ragazzo tutto nervi e tatuaggi. Due pupille nere da indios, terrorizzate e che non riescono a non guardarti dritto negli occhi, anche se non vorrebbero. Improvvisamente lo vediamo lì, in balia del mondo, che non sa difendersi dall’alcool, dagli amici, dalle botte. Dai pensieri che lo mandano fuori giri e gli fanno perdere la misura, il confine delle cose. Quel segno netto che dice basta. Quella sberla, appunto... E la galera che, se va bene, non arriva prima di sei mesi. Non sono passate neanche dodici ore da quella notte di paura e di bottiglie spaccate contro le pareti di casa, ma è evidente che, prima di tutto, viene lui, il più debole, il più indifeso. E che non possiamo contare neanche su un arresto, che non avverrà in tempi brevi. Capiamo tutti che lo   dobbiamo difendere, che   lo dobbiamo proteggere. Lui si farà male. Avverto che c’è un’occasione d’oro davanti a noi. Ci sono tutte le condizioni per ribaltare la scena. Quelli che danno le sberle, sbattono fuori di casa e hanno tutte le ragioni per far fallire i percorsi, sono quelli più titolati a rilanciare e offrire un’altra occasione. Proprio perché legittimato a chiudere, l’adulto ha, improvvisamente in mano, l’arma potente di chi tira su di forza chi sta affogando, sostituendosi un secondo prima dell’irreparabile e mostrando il volto buono del potere. Quello che sa costruire dalle macerie, che crea fiducia dal tradimento, che trasforma le chiusure in aperture.

Che non abdica alla retorica del “non cambierai mai”, tradimento dell’operatore che riversa la sua frustrazione sul più indifeso, colpevole di averlo fatto fallire nel suo progetto salvifico.

Gli diciamo che andiamo avanti, lo mettiamo in un pensionato e continuiamo a seguirlo, fin tanto che il Giudice non deciderà cosa fare. Non capisce, ci guarda con lo sguardo perso...

Io non ho capito... ma perché voi, che avreste fatto bene a sbattermi fuori, continuate a seguirmi?! Lo guardo, io, che solo dodici ore prima gli ho dato una sberla sulla guancia già gonfia di botte e, come se fosse la cosa più banale del mondo, gli dico: per proteggerti. Perché gli adulti fanno così, è una cosa normale. Tendono sempre a proteggere i più piccoli quando pensano che siano in pericolo e si possano fare del male. Anche se prima di adesso non lo aveva mai sentito, anche lui sa che è così. E lo capisce. È un concentrato di malinconia e nostalgia per i luoghi dell’affetto che potevano esistere ma che ha perduto, e che non torneranno mai più. Ma che lui riconosce, come in una fotografia sbiadita, del passato, e che lo fanno commuovere. E gli fanno provare rabbia contro di noi, che invece siamo diversi.

È un concentrato di malinconia e nostalgia per i luoghi dell’affetto che potevano esistere ma che ha perduto, e che non torneranno mai più.

E io capisco che dare una sberla può essere un gesto di affetto infinito, che dai a chi conosci di più di quello che credi, che è un gesto di un’intimità profonda, che ti lega per sempre, che è qualcosa che non nasce dalla ragione, che è istinto puro, quell’istinto intriso di sapere, pensiero, esperienza, un gesto riflessivamente spontaneo, che non c’era né prima né dopo, ma solo in quell’istante. Che una sberla è emozione, non azione, che ha la potenza di un pugno e il calore della carezza. Che se la dai vuol dire che vuoi bene. Ma io non lo sapevo prima e non so il perché sia capitato.

E quella sberla mi legherà in qualche modo a te, Mattia, anche dopo l’ennesimo tradimento che ci riserverai qualche mese dopo questo folle tentativo di salvataggio. Neanche quello basterà a rompere quel legame.

È questo che Mikhail non mi perdona. L’ultimo, il più piccolo, il più stronzo, quello che lui è andato a salvare, quello che ha messo a rischio la casa, non solo ha avuto un’altra occasione, ma si è anche beccato una sberla, che lui non ha mai avuto. Lui ha avuto solo botte, non sberle. E ormai non le avrà più. Mikhail non si perdona che adesso rischia di diventare grande, di essere il fratello maggiore, quello al quale si chiede di più, il meno protetto, quello che si becca meno sconti. Ormai lanciato verso una crescita irreversibile, verso un’eta adulta che solo a nominarla mette paura. Perché solo dopo che l’hai attraversata, di notte, al freddo, da solo, solo dopo saprai che tutti restano. Ma prima non sembra così, prima sembra solo perdita. Niente più protezione, niente più guida, niente più sberle. Solo una gigantesca fregatura.

No Mikhail, non sarà così. Te lo spiegherò io, con calma. Perché gli adulti proteggono anche i piccoli che diventano grandi. Provando per loro un affetto tenero e commovente, come le lacrime di mio padre che goffamente cercava di nascondere dietro quel “fai come vuoi” quando, un giorno, gli ho detto che me ne andavo. L’ho odiato per non avermi neanche accompagnato alla stazione. Ci ho messo degli anni a capire che aveva ragione.

Gli adulti proteggono i giovani adulti lasciandoli andare quando è giunto il momento, facendo finta di non vederli più ma tenendoli distrattamente sott’occhio, pronti ad intervenire in caso di emergenza. Ma tu questo, Mikhail, da qualche parte, lo sai, stai solo facendo finta di non saperlo. Sei terrorizzato di non saperlo. Tu ancora non accetti che sei stato bravo a chiamarmi quella notte e ad aiutare Mattia, così che io, se le cose fossero andate in un certo modo, avrei ancora potuto aiutarlo quel piccolo disgraziato che neanche si accorge di pestare i piedi al boss di turno e va a letto la sera a dormire ingenui sonni da sbronzo, pensando alla sua bambina di 4 mesi, e venendo invece svegliato in piena notte da una mitragliata di pugni in faccia.

Perché quella notte Mikhail, non si sa neanche perché, ha fatto la cosa giusta. Non quella che gli conveniva di più, o che gli era più naturale o più comoda. Quella che si doveva fare. Senza calcoli, senza simpatie, senza doppi fini. Una perdita di verginità al contrario, che per sempre rende diversi e da cui non si può più tornare indietro. E che, un anno e mezzo dopo, lo porteranno a sentire il Giudice... quel Giudice che gli aveva già negato la messa alla prova, dirgli che lui è cambiato, che loro glielo vedevano in faccia, non nelle relazioni. Che aveva preso la “giusta strada” e che, nonostante i mille inciampi, riconoscevano gli sforzi fatti. E che il suo volto non era più quello di una volta: adesso il suo sguardo era più aperto e solare. I suoi occhi più luminosi, più trasparenti. E pieni di lacrime a sentire quelle parole, che neanch’io avevo mai sentito da un Giudice, incredulo che adesso era davvero finita, che ce l’avevi fatta, finalmente libero, terrorizzato di esserlo. Ora sì, la velenosa profezia del “non cambierai mai” poteva andare a farsi fottere e con lui tutti quelli che l’avevano pensata. Il vecchio Mikhail compreso.

E tutto era iniziato in quella terribile notte, dove il mondo sembrava implodere e dove gli infiniti sforzi per provare a rimettere insieme pezzi di vite frantumate

E tutto era iniziato in quella terribile notte, dove il mondo sembrava implodere e dove gli infiniti sforzi per provare a rimettere insieme pezzi di vite frantumate, assumevano le sembianze del ridicolo: il dilettante che gioca col fuoco senza neanche saperlo.

Quella notte per Mikhail è stata lo spartiacque che ha permesso di creare un dopo, e di tracciare una linea col passato. Lui ancora non lo sapeva ma io, invece, nel raccogliere i mille cocci di quel disastro notturno, avevo capito che si era verificato un piccolo miracolo, un segno che annunciava un cambiamento irreversibile. E ci avevo creduto. Che bravo che sei stato Mikhail a crederci anche tu.

Per Mattia invece, quella notte, ha segnato l’inizio della fine, nonostante l’estremo e visionario tentavo di proteggerlo ancora una volta. Mattia si è perso, in giro per il mondo, braccato da nemici e poliziotti, senza più una terra e senza più una direzione. Lo aspetta una galera, forse un ospedale, senz’altro una vita da strada senza futuro. O forse no...

E, in uno strano gioco di equilibri contrapposti, quelle botte che lo hanno fatto precipitare, avevano anche colpito, come un gancio secco nel mucchio, che non lascia scampo, Andreas, il traditore. Improvvisamente, in quella stanza invasa dagli assalitori, ha visto tornare i fantasmi che sperava di aver sotterrato per sempre dietro quella sua maschera di boss dalla faccia pulita, perfettino e calcolatore, a cui tutto scivola addosso: le emozioni da una parte, le performance dall’altra. Il presente che non lega insieme passato e futuro ma che, chirurgicamente, li divide. Poi, però, senza preavviso, quello stesso presente sfugge di mano e si trasforma in una scena pulp che non è la peggio che tu, Andreas, abbia mai visto, ma che riporta gelidamente il film indietro di anni. E il sangue di Mattia che non puoi più far finta di pensare che sia colpa di altri. Non puoi più separare, con un bisturi, la telefonata che hai ricevuto quella notte e che ti sei tenuto per te, e che annunciava la mattanza, con tutta la violenza successa dopo. I pugni a Mattia li hai dati tu, Andreas. E le urla soffocate dal cuscino che gli premevano sulla faccia erano il tuo presente che diceva basta, che non ne poteva più di far finta che il passato si potesse cancellare con una spugna, come non fosse esistito.

È Andreas che ci è rimasto sotto quella notte, angosciato dall’essersi reso conto di non aver provato paura dopo la telefonata, dall’aver capito che non basta annullare le emozioni per evitare di sentire gli allarmi che ci lanciano.

Ma, questa volta, l’impalcatura non ha retto e tutto è venuto giù. E dopo giorni di paura, ancora nascosta dietro il cerone che ogni giorno si ostinava a mettersi per difendersi dagli altri e da se stesso, lo ha fatto: ha denunciato gli aggressori. Ha fatto i nomi dei suoi amici, li ha riconosciuti nelle foto segnaletiche, ha dato i loro indirizzi, i numeri di telefono, tutto. Sono stati loro, lo ha scritto nero su bianco in una denuncia firmata in Questura.

E da quel momento in poi tu per me, caro Andreas, sei un eroe. Un piccolo eroe anonimo, di cui nessuno si ricorderà, che non sarà mai sui libri di storia, che nessuno celebrerà e che verrà condannato per questo. Dalla Giustizia che, inflessibile, ti riconoscerà le colpe, e dagli “amici” della Banda che non te lo perdoneranno. Un signor nessuno che non potrà più dormire la notte, a meno di non tirare fuori nuovamente la maschera che tutto cancella e che impedisce alla paura di avere la meglio.

Quella maschera che però, dopo solo qualche settima di silenzio irreale, improvvisamente mostra già di non reggere più quando, aprendo la tua pagina Facebook, c’è un messaggio che ti aspetta. È il capo di una volta, che ti dice che non si va via così da una banda. Che le cose adesso sono molto più bastarde di un tempo. E che se davvero vuoi andare via, prima, bisogna tornare per fare le cose come si deve...

E quando me lo scrivi, improvvisamente, di notte, mi si gela il sangue e mi sale una commozione immediata, un desiderio di protezione infinito. Tu, quello stesso stronzo che hai permesso che venissero quella notte ad ammazzare Mattia, improvvisamente adesso sento che vorrei portarti via lontano, al sicuro. Da questo mondo che non lascia via di scampo, che, ancora poco più che bambino, ti faceva andar dietro a quell’adulto potente che ti portava in Mercedes con lui e la sua banda, in giro per la riviera, negli hotel di lusso, a seminare violenza cocaina e perversione. Quell’adulto di merda a cui devi tutto perché ti proteggeva, ti faceva sentire speciale, ti voleva bene... Dio Santo, che paura, ti voleva bene veramente!

Ora ti vedo fragile come non ti avevo mai visto, con quei tuoi sorrisi e quelle tue risate spontanee e inaspettate, nervose e sincere, che denunciano quasi una vergogna infantile per essere stato toccato in qualcosa che non puoi proteggere fino in fondo e che rimane sempre un po' scoperto. E lì ci sei tu, frammenti di te, indifeso. Lì vedo quel ragazzino lasciato solo che chiedeva che qualcuno si occupasse di lui. Chiunque, purché ci fosse e facesse finta di volerti bene, di prendersi cura di te, di mostrarti la strada, di farti sentire importante con un qualsiasi futuro davanti. E purtroppo l’hai trovato. Ma era un mostro...

E mi dico: che disastro. Dio mio, che disastro. E adesso... come facciamo?!

E mi dico: che disastro. Dio mio, che disastro. E adesso... come facciamo?!

E mi scopro a prometterti, nel silenzio dei miei deliri incontrollati, di seguirti per sempre, di non permettere che nessuno ti faccia del male, di difenderti da tutto.

Tranne che da quella condanna a 2 anni in Corte d’Appello. Quella no, Andreas. Quella è giusta. Te le meriti tutta e, anche se può suonare banale, ti può solo fare bene ed è proprio un tuo diritto averla.

È passato ormai un anno e mezzo da quell’episodio da Arancia Meccanica. Come ogni settimana, vado a lavorare nel condominio, ormai non più nuovo di zecca, dove tutti ti salutano e ti chiedono come stai.

Arrivando, come al solito, butto un occhio in fondo al ballatoio, dove c’è l’appartamento di Mikhail. Dopo la fine del suo percorso penale, ha chiesto di restare ancora qualche settimana in attesa della sua nuova casa. In realtà fa fatica ad andarsene, deve capire chi e cosa resterà dopo. Non riesco a non guardare verso le sue finestre al primo piano, sapendo che adesso non devo più farmi domande, finalmente in pace con quello che potevamo fare e orgoglioso di quello che lui stesso è riuscito a fare.

Sono le 8:30 di mattina, seduto al bar che c’è sulla piazzetta, mi bevo il solito caffè macchiato salutando i vicini di casa. Guardo le prime mail sul cellulare e ricevo un whatsapp. È di Andreas, che, da un anno a questa parte, dopo la condanna, mi cerca come non faceva neanche quando lo seguivo in appartamento.

Sai dove ho passato la notte Luca?!

Gli piace fare sempre dell’ironia sul suo passato. Io sto allo scherzo ma, ogni volta, mi preparo al peggio.

Ero a fare la notte nella comunità dei ragazzi.

...quale comunità? dico io.

Quella dei ragazzi del Centro, quelli del terzo piano.

Dopo la condanna ti sei diplomato, hai trovato lavoro, vivi assieme alla tua ragazza e sei felice di prenderti cura di persone nate e cresciute con handicap gravissimi e che, per il tuo compleanno, ti regalano i disegni che fanno. E questa notte la cooperativa per la quale lavori, ti ha chiamato per un turno straordinario in un nuovo posto che hanno aperto da poco. All’ultimo si è ammalato il tutor notturno e solo tu eri disponibile, anche se non sarebbe il tuo compito dormire in struttura.

E quella comunità è lì, in quello stesso condominio, solo nella scala di fronte.

E così, solo pochi minuti prima che io arrivassi, poca gente in giro, l’aria frizzante del primo mattino e lo sbadiglio ancora in bocca, la stanchezza felice di chi ha finito il turno, sei uscito da quel portone, da quella casa dalla quale eri andato via per sempre, un anno e mezzo prima per andare incontro alla condanna, ai fantasmi che ritornano e ad un futuro che un’improvvisa telefonata potrebbe rovinare per sempre. E dove non avevi mai più né dormito né messo piede prima di questa notte. Di questa nuova notte.

Non ci siamo incontrati per un attimo ma che emozione vedere queste immagini, improvvisamente una vicino all’altra, come in un album di fotografie, legate da un sms, quasi un testimone che viene passato da una mano all’altra. Che emozione averti accompagnato fino a qui, avendo creduto che fosse possibile e aver sempre pensato che che quell’eroe senza nome ce l’avrebbe fatta.

E ogni volta riscoprendo che la realtà, sempre, è più strabiliante dell’immaginazione e mai ti fa capire fin dove può arrivare, confondendosi spesso con la follia.

Quella follia che oggi mi fa sperare che tutto sia finito qui, finalmente risolto, finalmente in ordine e a posto. E che non squillerà mai un telefono.

E mi fa sperare che la realtà, per una volta, si dimentichi di fare se stessa e di ritornare, inflessibile, a presentare il suo conto.

 

 

Luca Cateni è educatore, responsabile degli Appartamenti Educativi "Chiavi di Casa" di Arimo.
L'illustrazione di apertura è di Gipi.

 

Tratto da
ubiminor

 

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