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I pro e i contro nell'esperienza di una giovane italiana ad Amsterdam

 

Sarah, classe 1981, è nata e cresciuta a Milano. Elementari e medie nella scuola pubblica, poi lo scientifico, la nascita dell’interesse per le materie umanistiche, la laurea in scienze politiche alla Statale. Seguono diverse esperienze formative all’estero e l’approdo definitivo ad Amsterdam, dove dice di aver trovato “casa”, amore e… punto.

Punto, perché un lavoro no, quello non l’ha ancora trovato, o almeno, non quello desiderato o comunque vicino alle sue aspettative e al suo curriculum. Come in Italia quindi? No, non proprio. Di certo molto diverso da quello che si sente dire qui intorno.

Per il nostro dossier sul lavoro che non c’è, il panorama di Amsterdam raccontato da un’italo-olandese.

 

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Foto di Claudio Alejandro Mufarrege

 

Sarah ci racconti un po’ del tuo percorso formativo?
Dopo la scuola dell’obbligo, frequentai lo scientifico. In breve, però l’impostazione mi andò stretta e avvertii l’esigenza di rivolgere la mia attenzione verso materie umanistiche. La scelta di scienze politiche fu dettata proprio da quell’interesse. Avevo voglia, forse per via anche della mia condizione, di approfondire grandi temi come diritti della persona, uguaglianza, razzismo, le differenze tra paesi e culture diverse. In poco tempo, mi accorsi, era nata una domanda più profonda riguardo i motivi del mio percorso di studi: in Italia i miei diritti di individuo sono tutelati? E come l'italiano medio si rapporta all'altro? E’ un tema umano che colpisce la mia sensibilità. Proprio in questo senso si rivolse la mia tesi di laurea: un’analisi comparata sulle diverse condizioni di alcuni gruppi etnici tra Italia e Svezia.

Per approfondire questi temi e in cerca di un paese che mi assomigliasse di più sentii sempre più forte l’esigenza di spostarmi all’estero. Così, feci una breve esperienza in Austria presso l’Agenzia spaziale europea, per approdare poi ad Amsterdam. Qui portai a termine prima un master in “relazioni internazionali” e poi un altro in “studi internazionali di sviluppo”, con l’intento di comprendere fino a che punto una persona straniera possa inserirsi in un altro contesto e che può fare un paese per aiutare tale inserimento.

 

Quando fai riferimento “alla tua condizione” intendi dire che non ti senti pienamente italiana?
Non è che non mi senta italiana, diciamo che in Italia non mi riconosco in alcuni modi di vivere e, in genere, ho la tendenza a sentirmi cittadina del mondo. Ma sono due cose diverse.

All’estero, quindi, e non solo per opportunità…
Torno alla domanda di poco fa. Ai tempi mi chiesi: in Italia i diritti di un individuo sono tutelati, sono pienamente soddisfatti? La meritocrazia, per dirne uno. Come dicevo, non mi sono mai sentita “solamente” italiana per tante ragioni, arrivata in Olanda, al contrario, ebbi subito una sensazione di grande agio. Nonostante i molti piccoli e grandi ostacoli che propone l’arrivo in un contesto nuovo, qui mi sono sentita a casa. Da queste parti puoi dire apertamente quello che pensi, senza timore d’essere bollata, etichettata. Si usa di più lo strumento del dialogo e meno quello del (pre)giudizio.

Non tutti la pensano come te…
È necessario, ovviamente, avere un po’ di pazienza e umiltà. Molto spesso agli italiani mancano. Arrivano, si rifiutano di imparare l’olandese e si lamentano per le difficoltà che incontrano ad integrarsi, per fare un esempio.

 

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Foto di Patrick Rasenberg

 

 Arrivata ad Amsterdam che panorama lavorativo hai incontrato?
Durante il primo master mi sono guadagnata qualche soldo lavorando in un call-center e attraverso alcune borse di studio. I miei genitori con grande pazienza hanno fatto il resto: aiutandomi economicamente ad affrontare le spese per gli studi, il vitto e l’alloggio. Dopo alcuni mesi ho dovuto smettere per dedicarmi completamente alla tesi del primo master. E’ stato un lavoro a tempo pieno. Concluso il master, attraverso uno stage, ho lavorato per alcuni mesi all’Aja dove mi sono occupata di intercultura e diritti delle minoranze, con particolare riferimento alla situazione degli immigrati in Italia. Conclusa questa esperienza, ho intrapreso e conseguito il secondo master e, per poter ampliare le conoscenze attorno ai miei interessi, ho accettato di fare esperienza non retribuita in una ONG. Così, per 8 mesi ho aiutato ad inserirsi persone che arrivavano per la prima volta in città; in qualche modo, è stato come vedere il risvolto concreto delle politiche sui diritti dei migranti. Ad un tratto, è giunta inaspettata una possibilità di colloquio con un’azienda petrolifera a cui avevo lasciato un curriculum alcuni mesi prima. Pur entusiasta del lavoro che stavo svolgendo, messa davanti alla possibilità di una retribuzione a tutti gli effetti e alla conseguente possibilità di aprire le porte a progetti futuri, ho accettato di affrontare il colloquio e mi hanno presa. Per un anno ho lavorato presso questa compagnia, arricchendo le mie competenze in materia di economia internazionale e statistica. Tuttavia, ad un certo punto, l’ambiente che mi circondava stava diventando sempre meno sopportabile. Diciamo, che ha prevalso la questione etica: ciò che mi aveva portato fino a lì erano stati il senso di giustizia, l’interesse per le condizioni sociali e la salvaguardia dell’ambiente. Mi sentivo fuori strada, stavo facendo tutt’altro e, per giunta, in un ambiente via via più ostile. Ho messo sulla bilancia la crescita del mio portafoglio o la mia salute e la mia soddisfazione. Hanno prevalso le seconde.

Rileggendo la tua vicenda l’equazione “estero = lavoro più facile” pare meno vera e scontata. Intorno a te che succede? Quanto c’è di vero, a tuo parere, in quella affermazione?
Dipende dagli obiettivi che uno si pone. Faccio un esempio: se vuoi fare esperienza presso una ONG, ad Amsterdam è più semplice che a Milano, ovviamente, a parità di scarsa o nulla retribuzione. Certo, se uno arriva ad Amsterdam convinto di dover guadagnare e vivere da subito autonomamente si vedrà costretto a prendere quel che passa il convento: a finire in un call-center, in aeroporto o cose del genere. Per quanto riguarda posti di lavoro più qualificati o mansioni inerenti il proprio campo di studi le carriere sono lunghe e le difficoltà simili a quelle italiane. Diversi amici olandesi che hanno perso il lavoro per una o un'altra ragione dopo mesi non ne hanno ancora trovato un altro, e questo pur con ottimi curriculum.

L’Olanda è un paese con forte richiesta di lavoro, molta immigrazione e molta competizione: sono necessari percorsi formativi lunghi e mirati, impegno e… fortuna.

 

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Foto di Daniël Silveira

 

Per quanto concerne le condizioni di vita, com’è abitare ad Amsterdam nel 2010? Agevolazioni, assistenza, condizioni abitative? Quali le maggiori differenze con l’Italia?
Di certo qui è più facile ottenere agevolazioni per comprare casa e accendere un mutuo rispetto all’Italia. C’è poi una grande attenzione per l’ambiente, anche urbano, che si traduce in facilità di spostamento con efficienti mezzi pubblici o con la bicicletta, qualità dell’aria e sensazione di indipendenza dal petrolio e dall’auto - che per chi viene dall’Italia è qualcosa di quantomeno insolito.

D’altro canto, esistono anche aspetti sfavorevoli, un esempio su tutti: in campo sanitario. Da una decina d’anni a questa parte, l’assistenza sanitaria è vincolata ad una assicurazione, con il “pacchetto base”, più economico, la maggior parte dei servizi sono scoperti. O ancora, per quanto riguarda la maternità, la madre ha diritto a staccare dal lavoro 4 settimane prima del parto e a rimanere a casa per le sei successive, mentre il padre ha in totale 2 soli giorni di permesso.

C’è qualcosa che ti manca dell’Italia?
Mi mancano la mia famiglia e i luoghi in cui sono cresciuta, infatti, spendo abbastanza per i trasferimenti: non appena posso faccio ritorno anche per qualche giorno a Milano dove ancora stanno la mia famiglia, gli amici e dove rivedo volentieri i miei luoghi.

Nonostante più volte senta mancanza di quel “pezzo di vita”, mi sono stabilizzata qui perché quello che ora più mi sta a cuore è la possibilità di essere come sono e di esprimere liberamente ciò che penso. In Italia, da questo punto di vista, è un momento drammatico.

 


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