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La “morte sociale” toccata anche a tantissimi Brambilla brianzoli, che solo ieri stavano con l’impiego sicuro e invece adesso vivono con lo spettro del non-impiego

 

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hissà se ancora ve li ricordate i dipendenti dell’azienda Yamaha di Lesmo: finirono mesi fa con gran battage sulle prime pagine dei giornali per essersi accampati sul tetto della fabbrica, a difendere il loro posto di lavoro a rischio. Quell’azienda leader, marchio prestigioso “campione del mondo”, aveva deciso di punto in bianco di de-localizzare altrove la sua produzione brianzola, mandando a casa le maestranze e costringendo queste a salire sul tetto, per ottenere almeno la ciambella di salvataggio della cassa integrazione.

Di moltissimi di quei dipendenti (e di tanti altri che hanno fatto la stessa fine) oggi nessuno più sa nulla. Qualcuno di voi ha notizie? Sono finiti nel limbo, scomparsi in uno stato quasi di morte sociale. Perdere il posto di lavoro significa infatti morire o – meglio - non esistere, pur vivendo. Se ieri il filosofo Cartesio poteva affermare il suo Cogito, ergo Sum, oggi il prerequisito essenziale per essere parte della comunità sociale dell’Homo Sapiens è avere un lavoro. Se non ce l’hai, anche se cogiti in realtà sei morto, del tutto fuori dai giochi.

Questa “morte sociale” è toccata anche a tantissimi Brambilla brianzoli, che solo ieri stavano con l’impiego sicuro e invece adesso vivono con lo spettro del non-impiego, il quale umilia fino alla tomba sociale anche il più tenace, gagliardo e produttivo del lavoratori nostrani. Mi chiedo spesso cosa mai scriverebbe il Nobel Luigi Pirandello, se potesse contemplare la lucida follia del mondo del non-lavoro di oggi. Il suo Mattia Pascal diventò un fu e scomparve socialmente per colpa dell’umana burocrazia: l’anagrafe semplicemente lo cancellò dal regno dei vivi. Quel Mattia Pascal - pur essendo ben presente alla società umana – risultava socialmente morto: non poteva sposarsi, avere un domicilio, aprire un conto in banca, accendere un mutuo.

 

Mattia Pascal era vivo, vivissimo, ma solo biologicamente: in realtà era già morto e sepolto, per il consesso umano. Quella storia ora si ripete, anche se in un modo un po’ diverso: adesso - anche in Brianza - fu molti lo diventano perchè sospinti nella camera a gas del licenziamento, o rinchiusi nella di essa relativa anticamera, la cassa integrazione. È questa una fine mortifera solo virtuale, per fortuna, ma non per questo incruenta. Chi passa da tale esperienza soffre come e peggio di un cane e soprattutto, come il Mattia di Pirandello, letteralmente defunge al mondo che lo isola come un paria, chiudendolo nella tomba del propria identità scomparsa, a rischio di paranoia di fronte al pensiero incessante io esisto, ma non esisto.

 

La privazione del lavoro devasta letteralmente l’uomo annullandone ogni ruolo, posizione, relazione. La mobilità (termine davvero orribile, dovrebbe essere eufemismo, ma a sentirlo fa rizzare i peli del braccio) è malattia ferale, più o meno equivalente alla peste manzoniana e ha di questa gli identici effetti: a chi la tocca, la tocca e i più fortunati che lavorano scansano questo malato come lebbroso che porti orrore, sfiga, miseria.

 

Diciamocelo, è quasi imbarazzante incontrare un amico licenziato o ”in cassa”, perché egli è ormai altro dal nostro mondo sociale: vederselo davanti ti ricorda l’aleatorietà della fortuna, in questo mondo che impone la costruzione di modelli di successo in cui la variante negativa non può essere contemplata. È quindi la peste davvero la malattia-metafora del licenziamento: soltanto che il nero, sozzo e doloroso bubbone compare non sotto l'ascella come a Don Rodrigo, ma nell'anima (oltre che, assai più prosaicamente e concretamente, nelle finanze domestiche).

 

Questo contagio pestifero lo si prende quasi sempre senza colpe: come un battito di farfalla nella foresta amazzonica può scatenare un tifone nel golfo del Messico, così un leggero calo di redditività di una multinazionale giapponese a Tokyo può determinare in Brianza, a migliaia di chilometri di distanza, sconquassi in realtà sociali e culturali del tutto diverse. E la potenza – o impotenza? – della globalizzazione.

 

Sempre più oggi lo tsunami del licenziamento travolge persone che hanno dato sempre il meglio alla loro impresa. Un tempo almeno il padrone ti buttava fuori a pedate dalla fabbrica perché eri un pelandrone: lì almeno c’era almeno una ragione, una logica causa-effetto. Ora invece no, gli operai subiscono la mobilità quasi sempre senza palesi mancanze da imputare a loro carico. Le colpe di un licenziamento hanno quasi sempre motivazioni di competitività territoriale, di scelte strategiche a livello globale, di cali della produzione dovuti alla crisi dei consumi. Eppure, è paradossale: il dipendente licenziato è del tutto innocente, tuttavia questi si vergogna maledettamente ad aver contratto quel malefico contagio, quel maledetto influsso. Anche se l'unzione manzoniana del licenziamento viene da qualche altra parte del mondo, questa segna comunque molto da vicino - e pesantemente - la nostra esistenza.

 

Tanto può significare l'avere o il non avere un’occupazione, nella pur alacre e operosa Brianza Felix? Dove fino a qualche anno fa si diceva ci fosse la piena occupazione non nel primo, ma anche nel secondo lavoro? Ebbene si: perdere il posto nella globalizzazione è diventato terribile malattia, virus endemico: da cui nessuno ne è immune, per il quale non esiste vaccino. E’ una malattia che attacca, infetta repente e induce la vittima a isolarsi, a morire dentro a poco a poco, tra le proprie mura di casa.

 

E poi dicono che il lavoro è una condanna, ma il se perderlo significa pirandellianamente perdere la propria (carta di) identità, che Iddio - Colui che pure ce lo affibbiò in eterno quale condanna, per il proto-peccato di Adamo ed Eva - ce lo conservi, questo benedetto/maledetto lavoro!

 

 

P.S. - Ho iniziato il discorso parlando dei cassintegrati della Yamaha di Lesmo, maestranze qualificatissime disperse in una nuova Ritirata di Russia, chiedendomi e chiedendovi che fine mai avessero fatto. Ebbene, In realtà diversi di quelli una sistemazione l’avevano trovata, come scriveva a suo tempo l’ottimo Riccardo Rosa su un quotidiano locale:

 

 

Yamaha di Lesmo: la “nuova vita” dei cassintegrati

 

Monza. Ex dipendenti Yamaha in servizio al palazzo di giustizia. Ieri mattina, Dario Allevi, presidente della Provincia, e Corrado Carnevali, procuratore capo hanno siglato un nuovo protocollo d’intesa per l’integrazione di tre cassaintegrati Yamaha che si vanno ad aggiungere ai 29 già in servizio. “Adesso è solo un brutto ricordo – spiega R.M., 45 anni, ex impiegato del settore Produzione Yamaha -. Sono qui da 4 mesi, sto imparando un nuovo mestiere e non tornerei più indietro”.

R. lavora al casellario giudiziario, mentre una sua collega lavora alla segreteria generale. “Ho appena iniziato – spiega R.M. 40 anni, venti dei quali trascorsi in Yamaha -. Finalmente mi sto mettendo alle spalle mesi e mesi di tensione e paura”.

 

Notizia a lieto fine, vero? Ma c’è una morale in questo roseo finale: pur di “risorgere” al lavoro, un uomo e una donna sono disposti a buttare alle ortiche la propria qualificata professionalità e fare qualsiasi cosa.

Purchè lavoro sia. Perché ritrovare un lavoro vuol dire – come dice il titolo dell’articolo di Rosa - tornare alla vita, poter di nuovo incontrare persone conosciute salutandole a testa alta, senza la vergogna di apparire un vegetale, uno zombie, una nullità vivente.

 

Tanto può trasformare e distruggere una persona, la perdita di un lavoro. Tanto la può risanare, una ri-occupazione. Vivere e lavorare sono due facce della medesima medaglia della realtà umana, se togli il lavoro a un uomo ne annulli la dignità, l’esistenza.

Checchè si dica, non c’è nulla di peggio che alzarsi pieni di forze al lunedì mattina e non avere un compito, un ruolo da svolgere. Perché nel lazzaretto dei cassintegrati e dei licenziati non c’è proprio posto, ahimè, per una vita degna di essere vissuta.

 

 


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