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Fabrizio Tavernelli Cover

BandAutori 34. Iniziamo la nuova stagione con due cantautori con storie e suoni interessanti: Fabrizio Tavernelli dagli anni '90 indipendenti ed Emiliano Mazzoni dall'Appennino. Per "Libri che suonano" il free jazz italiano negli anni della contestazione.

Fabrizio Tavernelli “Fantacoscienza” (Lo Scafandro)

Gli esordi, allo scadere degli Anni 80, con gli En Manque d’Autre. Una band che pensò bene di mettersi in contatto con Ottorino Ferrari, anziano poeta contadino. Tracciare nuove mappe, alla ricerca di se stessi. La partecipazione all’antologia “Punto Zero Vol.1” (un bel agglomerato di realtà indie, era il 1990).  Successivamente frontman degli AFA (Acid Folk Alleanza), mosaici sonori e Dischi del Mulo, commensali alla tavolata del Consorzio Suonatori Indipendenti (dove trovavi Ferretti e Zamboni dei CCCP e pure il Coro delle Mondine di Correggio). E come dimenticare le tappe, in studio e a tu per tu con il pubblico, di “Materiale Resistente” (leggi: ciò che non è mai morto). “Fantacoscienza” prende forma grazie ad una campagna di sottoscrizione via Internet. Ne esce un disco “nel sociale”. In quanto visionario, l’Io e il Noi interiori ed esteriori nel bel mezzo della società degli psicofarmaci. E non è bisognoso né di proclami né di parole d’ordine né di impulsi sloganistici. E’ un toccasana, spingendosi oltre è un antidepressivo. Accetta la sfida nel volere essere un dipinto d’epoca. E’ alieno rispetto a strade chiuse. C’è lo scatto compositivo che si scaglia contro impavide creature (dell’essere, non essere), precipitose annunciazioni, pensieri imbarazzati e cervellotici steccati. Nulla di altezzoso o pedante bensì l’allargarsi senza limiti e in modo cristallino. Insomma, un disco di sana e robusta Costituzione. La band è definita “complesso” (non ha veli ma vele). Ci sono registrazioni e intercettazioni, produzione artistica e panspermia cosmica, missaggio e messaggio interiori, mastering e simulazione antigravitazionale. E come fare a meno di ringraziare certi punti cardinali: dall’Anpi a Philip K. Dick, da Radio Alice alla Congregazione unita dell’Antimateria. Tredici episodi, autorali, coi fiati, con indizi progressive-rock e qualche terminologia jazzata.  Piacciono in particolare modo: “Fauni”, “Non ho detto niente”, “Infinite combinazioni”. Disco utopico, poetico ed indirizzato verso gratificanti destini. Voto: 8,5 (Massimo Pirotta)

Emiliano Mazzoni “Profondo Blu” (Private Stanze)

Cantautore appenninico e quindi con un germe di follia più o meno espresso come ogni montanaro, Emiliano Mazzoni arriva al terzo disco con un bagaglio di suoni ed esperienze ormai abbastanza corposo. Forse proprio per questo ha deciso, assieme al produttore Luca A. Rossi (già con Üstmamò e Giovanni Lindo Ferretti) di togliere invece che di aggiungere, puntando su canzoni dal suono più minimale rispetto ai dischi precedenti, rette quasi solo dal pianoforte e da pochi inserti di chitarra, basso e batteria, che entrano quando i brani devono essere più rock, nervosi e taglienti (ad esempio “Il cielo della scuola”). Il risultato è molto interessante, dodici ballate capaci di colpire con la loro originalità e personalità, un’attualizzazione e acquisizione degli stilemi di Tom Waits e del Nick Cave meno esagitato, con testi che accompagnano ironia macabra (vedi la traccia d’apertura “Al mio funerale”) a attimi di speranza, seppur sempre legati alla morte (come in “E tutti eran da qualche parte”), a dare delle murder ballads atipiche ed a tratti ottimistiche (come il singolo di lancio “La metà”). Da sottolineare è anche l’ottima prestazione vocale di Emiliano, che si ritaglia un ruolo da cantante dark di provincia (nell’accezione positiva del termine, sia chiaro) espressivo ma mai sopra le righe, da autore ed interprete a tutto tondo e con un futuro lucente, seppur accompagnato da suoni notturni. Voto: 8 (Fabio Pozzi)

 

TOP 5. I dischi, di ieri e di oggi, più ascoltati negli ultimi giorni

Niccolò Fabi “Una somma di piccole cose”, Marcondiro “Omo. L’Evo-Mediatico in forma-canzone”, Circus 2000 “Circus 2000”, Echo Art “Music From Etno”, Rats “C’est disco” (Massimo Pirotta)

Le Pinne “Avete vinto voi”, Big Mountain County “Anachronicle”, Nando Citarella-Stefano Saletti-Pejman Tadayon “Café Loti”, OZmotic “Liquid Times”, Franco D’Andrea Electric Tree “Trio Music Vol. 1” (Fabio Pozzi)

VINILE: novità discografiche, ristampe, prossime pubblicazioni

Gaudi “EP”,  Mike Patton “Mondo cane”,  Nico Fidenco “Per il gusto di uccidere” (col. sonora), Nora Orlandi “Il dolce colpo di Deborah” (col. sonora),  Rovi (Piero Umiliani) “Due temi con variazioni”,  Sante Palumbo “Sway”, The Winstons “Golden Brown (45 giri), Verdena/Iosonouncane “Tance, carne, diluvio, identikit” (m.p.)

Libri che “suonano” (un estratto)

Mario Schiano ricorda che già nel 1967 «al Beat 72 suonavamo con la polizia fuori dal locale, probabilmente perché eravamo considerati dei sovversivi. Per cui, quando il clima si fa più pesante (…) ci sentiamo già preparati». Non era quindi solo il pubblico a individuare nei «santoni del free» dei naturali interlocutori sul piano della espressività rivoluzionaria. Erano gli stessi jazzisti della nuova avanguardia a immedesimarsi col clima della contestazione, e lo dimostravano praticamente in diretta, a partire dalle due figure che il free jazz italiano l’avevano di fatto inventato: lo stesso Mario Schiano a Roma e Giorgio Gaslini a Milano.

Il primo nel 1968 porta in giro uno spettacolo chiamato Il free jazz di fronte alla realtà del sistema, e l’anno dopo cura le musiche di Apollon – Una fabbrica occupata, film-documentario di Ugo Gregoretti sugli operai che per più di un anno occuparono una grande tipografia alla periferia di Roma. Il secondo registra sempre nel 1968 un album a titolo «Il fiume furore – Jazz per il movimento studentesco», contenente registrazioni dalle manifestazioni degli studenti di Milano e Parigi, un Recital per gli operai in sciopero durante l’occupazione della fabbrica Alsthom-Savoisienne di Saint Ouen, e già che ci siamo un Canto per i martiri negri con dedica a Martin Luther King. Con dichiarazioni di intenti del genere era difficile sbagliarsi. Ma, d’altronde, se gli anni immediatamente successivi al Sessantotto furono quelli della rivolta e dell’estremismo politico, cosa c’era di più estremo di una musica che Oltreoceano si richiamava a Malcolm X e contemporaneamente rigettava qualsiasi precetto in termini di forma, ritmo e melodia? (tratto da Valerio Mattioli, “Superonda – Storia segreta della musica italiana”, Baldini & Castoldi, 2016)

 


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