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Balestrieri

BandAutori 29. In questo numero il cantautorato senza compromessi di Gerardo Balestrieri e il folk occitano dei Lou Dalfin. Per "Libri che suonano" i jukebox e le sale da ballo alternative.

Gerardo Balestrieri “Canzoni nascoste” (Interbeat/Egea Music)

Etichettare Gerardo Balestrieri come cantautore è veramente riduttivo. Perché è un artista a tutto campo, capace di muoversi con maestria in altri ambiti artistici. Partendo sempre dalle sette note: teatro, cinema, soundtrack dal vivo. Grazie ai suoi nomadismi una carriera di tutto rispetto e sempre più solida. Artista apolide ha collaborato, tra gli altri, con l’eclettico jazzista in rosso Daniele Sepe, E Zezi (Gruppo Operaio di Pomigliano d’Arco), Les Madeleines, Bebo Storti, il trasformista Arturo Brachetti. Ha dato suoni a pellicole in bianco e nero di Murnau, intrapreso tour europei e ha fatto de “La vita inquieta di Boris Vian” un allettante binomio di musica-teatro. E’ stato lì per lì per essere premiato al Club Tenco, ha ottenuto riconoscimenti in importanti manifestazioni (“Dallo sciamano allo showmen”, “Mantova Musica Festival”). “Canzoni nascoste” è un compendio di “surrealismo-verità”. Sostiene l’autore: “E’ un disco che contiene canzoni scritte da tempo e MAI tenute nel cassetto”. Bene così: abiti sempre nuovi e per occasioni diverse. 12 canzoni dal sapore retrò. Ma attenzione: che sanno “surfare” su onde futuribili ed inaspettate. Liriche invoglianti, arrangiamenti curati nei dettagli, swing, dancehall-jazz, giravolte tzigane, musette e canzone francese. La voce di Balestrieri è da crooner duttile, malleabile, a più stagioni. Da più parti, accostato a Paolo Conte e a Vinicio Capossela (e ci può anche stare), va però ribadito con fermezza che Balestrieri da anni brilla di luce propria. E che meriterebbe più sostanziosi riconoscimenti. Le sue canzoni sono trasposizioni di vissuti inquieti, ironici, beffardi, agrodolci. Svolgimenti disinibiti, dosaggi cinematografici. Con protagonisti (strani) in cui potresti imbatterti. Un gagà con un rubino al piede, un frustino al polso e geloso dei suo guardaroba circense, donne che sono bluesin’ e da grammofono, commensali con caviale e pandoro, coglitori di cacao, milioni di poeti al lavoro. Soggettività egocentriche e sbilenche. Ispirazioni e derive. Tra i brani: “La giostrina del progresso” e “Son Snob” libere traduzioni da Boris Vian, “Tom Is Waiting For” tango TomWaitisiano e “Bugia” che pare voglia trasformarsi in una traccia italo-funk. “Canzoni nascoste” è il meritato trionfo di una lingua e di un linguaggio “fuorisede”. Voto: 9 (Massimo Pirotta)

 

Lou Dalfin “Musica endemica” (Marduk Records)

La storia dei Lou Dalfin è una delle più belle e particolari del mondo folk italiano. Attiva dagli inizi degli anni Ottanta, con una breve pausa sul finire proprio di quel decennio, la creatura di Sergio Berardo, cantante e leader fin dall’origine, è sempre andata avanti per la sua strada, non interessandosi delle mode più o meno effimere nate e morte negli ultimi tre decenni, attingendo da altri generi solo quando necessario e non per cercare consensi, anche perché farlo cantando sempre e soltanto in occitano (la famosa lingua d’oc) non sarebbe stato semplice. Questa cocciutaggine ha quindi permesso alla band di crearsi un seguito fedele in tutta Europa e non solo in Italia, di fare circa 1300 concerti, di vincere un Premio Tenco per il miglior album in dialetto e di togliersi molte altre soddisfazioni. “Musica endemica” è il loro dodicesimo album, se non ho sbagliato il conteggio, ed è l’ennesima dimostrazione della capacità di Berardo e soci di scrivere ottime canzoni, in grado di far ballare grazie a ritmi sostenuti e di farsi ricordare per merito di belle melodie, antiche e moderne al tempo stesso. Il disco sottolinea anche la bravura della band nell’ibridarsi senza rinunciare ai suoi tratti distintivi: in questo caso l’incontro è con Madaski, che produce il disco portando elementi del suo background senza snaturare però la carica folk/rock degli occitani. Scegliere un brano che spicchi sugli altri è molto difficile, se non inutile, data la qualità sempre alta e l’unicità della proposta, ma ci provo comunque. Cito dunque la canzone d’apertura “Glòria al Dètz-E-seten”, che fa capire subito che ci sarà da muoversi tutto il tempo, “Lo Negat”, dove si sperimentano dei passaggi rappati con buon successo, e “Provincia clandestina”, probabilmente il picco danzereccio del disco. Voto: 8 (Fabio Pozzi)

 

TOP 5. I dischi, di ieri e di oggi, più ascoltati negli ultimi giorni

I’m Not A Blonde “EP 01, 02, 03”, Premiata Forneria Marconi “Storia di un minuto”, La Crus “Dietro la curva del cuore”, Pippo Pollina “Rosso cuore”, Andrea Liberovici “Liberovici” (Massimo Pirotta)

Temporal Sluts “Modern Slavery Protocol”, La Batteria “Tossico Amore”, Locomotif “Be2”, Persian Pelican “Sleeping Beauty”, Russo Amorale “EP” (Fabio Pozzi)

 

Novità, ristampe, prossime uscite discografiche

99 Posse “La vida que vendra” (LP), CCCP Fedeli Alla Linea “Affinità, divergenze…” (LP), “Canzoni, preghiere, danze” (LP), “Socialismo e barbarie” (LP), “Epica, etica, etnica, pathos” (LP), “Live In Punkow” (LP), “Compagni, cittadini, fratelli, partigiani” (LP), “Ortodossia II” (LP), Corrado Rustici “Aham”, Duperdù “Chiameròlla Milano”, Fabri Fibra “Tradimento”, Gianfranco De Franco “Imago”, Giorgio Azzolini “Giorgia Mood”, Giovanni Block “S.P.O.T. (Senza perdere ‘o tempo), Gruppo d’Alternativa “Ipotesi” (LP), I Luf “Delalter (Verso un altro altrove)”, Iaco “Marco e basta”, Luchè “Malammore”, Mario Piacentini Trio “Canto atavico”, Nesli “Kill Karma”, Picchio Dal Pozzo “Abbiamo tutti i suoi problemi” (LP), Piero Mazzocchetti “Istanti” (LP), Pressione Su Malta “Uhu! Uhu!”, Ritmo Tribale “Mantra”, Sky Of Birds “Blank Love”, Stefano Battaglia “Things Ain’t What They Used To Bie”, Sud 58 “Una fantastica idea”, Tony Colombo “Sicuro”, Trio di Salerno “Tre” (m.p.)

 

Libri che “suonano”

Il juke-box. “La felicità costa un gettone, per i ragazzi del juke-box, la gioventù la compra per cinquanta lire, e nulla più, in un gettone c’è l’ossessione, l’ossessione dei ragazzi del juke-box”. Così scandiva Celentano in una sua canzone del 1959, dal titolo appunto “I ragazzi del juke-box”. In quell’anno il “gettone” costava cinquanta lire e bastava a selezionare una canzone (tre con cento lire). Un gettone con il quale i ragazzi degli anni Cinquanta potevano socializzare, al meglio dei mezzi allora a disposizione. Già per il semplice fatto di starsene davanti a quello scatolone musicale luminoso, con lo sguardo rivolto a titoli, tasti e manopole, potevano comunicare rimanendo insieme per interi pomeriggi. Quei ragazzi, alle prese con qualche accenno di rock’n’roll “lento” o con qualche sostanzioso approccio con l’altro sesso erano certamente più numerosi, in città come in provincia, dei loro coetanei che leggevano Ginsberg o la Sagan. Ma il juke-box non è nato negli anni Cinquanta. Anzi, ha già varcato la boa dei cento anni. Un secolo non tutto in salita, da quando nei “saloni musicali” di Parigi (file di poltroncine di velluto con davanti pannelli di legno) tramite una speciale fessura per le monete, i clienti potevano pronunciare in un interfono il titolo della romanza prescelta ed essere accontentati. Certo, si trattava di un automatismo apparente, visto che dietro ai pannelli si muovevano dozzine di inservienti che caricavano il cilindro del fonografo dopo aver raccolto i soldi, ma era pur sempre un “servizio”. Molto probabilmente dall’altra parte, il signore che si toglieva la tuba per calzare una preistorica cuffia, non sospettava nulla, ma era felice perché poteva scegliere fra oltre mille e cinquecento cilindri. La crescente diffusione del grammofono e il primo boom della radio allontanarono il pubblico dallo strumento che proponeva una frequentazione della musica fuori dalle pareti domestiche. Eppure fu proprio il boom della radio, che in America non prendeva in considerazione certi generi musicali, a riproporre il juke-box. Gran parte della musica nera e tutti quei brani al bando dalla radiofonia si potevano tranquillamente ascoltare e, perché no, ballare nei cosiddetti “juke-point”, malfamatte baracche dove il fondamentale anello ascolto-ballo veniva messo in pratica nel più peccaminoso dei modi. Ma ormai il meccanismo era messo in moto. Justus Seeburg, un emigrato svedese che passa per l’inventore del juke-box, aveva già costituito la sua Audiophone. Ma più bravo di lui fu senz’altro Homer Capehart, che fondò un autentico impero, rilevando la celebre Wurlitzer e creando la prima grande diffusione. Alla vigilia della seconda guerra mondiale, c’erano già migliaia di juke-box in tutti gli Stati Uniti. All’inizio degli anni Cinquanta ci fu chi suonò nuovamente le campane a morto per il juke-box. Le case discografiche stavano scatenando la “guerra della velocità” e nel giro di qualche anno sarebbe scomparso il 78 giri, a tutto vantaggio del nuovo 45 giri, maneggevole, pratico e particolarmente adatto per i nuovi giradischi. Ma Elvis Presley viaggiò più velocemente delle fonovaligie e all’inizio le richieste di dischi rock degli appaltatori di juke-box furono più numerose di quelle dei privati. Anzi, l’uso dei dischi di piccolo formato decretò un’impennata: ora si poteva vedere tutta la meccanica dello strumento e si poteva scegliere fra più di cento selezioni. Con il boom del rock’n’roll, il juke-box arrivò in Inghilterra, scendendo anche in Italia, dove trovò terreno fertile, soprattutto per l’allora scarsa diffusione di giradischi. Superato il periodo iniziale, in cui era visto soprattutto come un simpatico mostro dispensatore di suoni, si diffuse rapidamente nelle località balneari, nei piccoli centri di provincia, nei bar di periferia delle grandi città. Così i figli degli emigrati italiani che avevano per primi installato gli espresso-bar nelle periferie delle metropoli americane, sentirono l’America più vicina, alla portata di mano, grazie ai loro gusti musicali sempre più vicini a quelli dei coetanei americani. Ma gli amanti di musica avevano anche altri motivi per guardare con simpatia il juke-box: le novità musicali a 45 giri potevano essere acquistate a un prezzo scontatissimo, prive però della copertina originale. Un sistema che finì per avvantaggiare i fan ma anche gli operatori del settore. Fra questi Vittorio Salvetti, che intuì per primo le possibilità del settore, dando vita nel 1964 (lo stesso anno in cui la Rai istituì un “Disco per l’estate”) al Festivalbar. Nella prima edizione i dischi partecipanti al concorso erano diffusi in appena 5.730 apparecchi, ma già nel 1967 il Festivalbar era presente in 24.500 juke-box e furono inviate 700mila cartoline-voto. Il vero e proprio boom si ebbe però due anni dopo: ben 30.000 juke-box aderirono all’iniziativa. La manifestazione entrò in crisi quando Salvetti fu costretto ad accettare l’etichetta “juke-box sotto voce”, quasi una contraddizione in termini, in seguito a una serie di proteste che i gestori dei bar avevano avuto. Ma con gli oltre dieci milioni di dischi speciali distribuiti che hanno dato luogo a cerca un miliardo di “gettonature” (a una media di trenta milioni per ogni estate) il bilancio della manifestazione può dichiararsi ampiamente positivo (…) Ed oggi? Visto che non può più competere tecnologicamente con i nuovi rivali, ha fatto qualcosa di più: è diventato un oggetto di culto e di passione, fa la parte del leone in ogni rassegna di modernariato nazionale ed internazionale e se il verbo “gettonare” è ormai sinonimo di gusto, preferenza, scelta, il merito è tutto della vecchia cara scatola musicale”. (Intervento di Dario Salvatori, da “Il dizionario della canzone italiana”, Armando Curcio Editore, 1990)

“Le sale da ballo innovative”, quelle “esistenzialiste”, rispondono alla necessità di liberazione collettiva e di socializzazione. Certo il rock’n’roll e il be-bop sono ancora balli a predominio sostanzialmente maschile, è l’uomo che guida i passi e tutta la danza, non siamo ancora allo shake in cui ciascuno balla liberamente per suo conto, cosa questa che rappresenterà un cambiamento gigantesco nei comportamenti collettivi e soggettivi. In ogni caso, il rock e il jazz della fine degli anni Cinquanta sono una cosa completamente diversa dalla musica che andava per la maggiore. Peraltro, questo cambiamento si produce anche in una manifestazione classica come Sanremo. Quando Modugno, Mina, e più tardi Celentano, vincono o arrivano in finale al festival, si tratta di una specie di fatto culturale: non è più Nilla Pizzi che canta “Grazie dei fiori”, ma una canzone come “Tintarella di luna” (1959), seppur demenziale, ha in sé un ritmo che va di pari passo con la diversa percezione del corpo e anche del ballo”. (Primo Moroni, da “La luna sotto casa. Milano tra rivolta esistenziale e movimenti politici”, Shake Edizioni, 2007)

 


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