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20160410 micaela tornaghi

L'arte di raccontare se stessi, capovolgendo il concetto di relazione tra noi e gli altri

 

Nel panorama artistico di Monza Enrica Passoni vanta una vita intera passata a lavorare in ufficio. A salire tutte le mattine sulla “Celere” in via Cavallotti e con tanti altri pendolari raggiungere il luogo di lavoro a Milano. Un lavoro come tanti altri che rende difficile la relazione tra persona e territorio. Eppure, nonostante tremendi avvenimenti, il bisogno di capirsi e farsi capire prevale, assume una forza dirompente e dilaga nei territori della libertà artistica. Dalla passione per la pittura ad olio, nel corso degli anni Enrica Passoni si accorge che la tela è limitata per quanto ha da dire e si avventura e esplorare altri mondi, dove la narrazione si svolge con performance, installazioni e progetti complessi. Siamo andati a trovarla a casa sua nel quartiere Triante. Con lei abbiamo parlato di alcuni di essi.

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Enrica Passoni - foto di Betty Zola

 

Enrica Passoni, quando sei approdata nel mondo dell'arte?
Non ho frequentato scuole artistiche. Nasco, pur non trovando soddisfacente utilizzare questo termine, autodidatta. Ho iniziato a dipingere a 12 anni. Frequentavo le scuole medie e l'educazione artistica era l'unica materia in cui andavo davvero bene. Purtroppo si sono perduti quasi tutti i lavori che avevo realizzato in quel periodo. A parte alcuni che per me sono bellissimi e ancora attuali. Uso il superlativo bellissimo perché ancora oggi mi danno le emozioni di allora. Non è detto che per condivisione siano altrettanto belli anche per gli altri.

 

Cosa hai fatto dopo?
Ho lavorato: amministrazione e contabilità in aziende a Milano. Non ho potuto studiare l'arte. Come avrei voluto. Altre vite. La vita in cui dipingere, in casa era “ una perdita di tempo” .

 

Non hai tentato di convincere la famiglia?
Erano momenti particolari e difficili. In quella situazione una scuola con uno sbocco occupazionale sicuro era la soluzione migliore. Così la contabilità aziendale è stata la mia professione lavorativa, pur continuando a dipingere a fasi alterne.

 

Che cosa ti spingeva a dipingere?
Sin da bambina mi piaceva moltissimo colorare. Poi ho cominciato riproducendo su tela alcuni quadri di Van Gogh. In seguito a 19 anni ho frequentato i corsi serali alla scuola Paolo Borsa. Quando era ospitata in Villa Reale.

 

Lavoravi già?
Si. Ma ho interrotto la frequenza molto presto. Mi sono sposata a 20 anni. Il matrimonio e il figlio sono stati prioritari. Mi hanno lasciato poco tempo per il resto, compreso il dipingere. Anni dopo ho ripreso a frequentare altri corsi. Sempre alla scuola Borsa.

 

Negli anni '80?
Si. Esattamente nel 1987. La mia vita è cambiata radicalmente. Ho frequentato per cinque anni il corso di pittura e per due anni quello di scultura. Negli anni successivi ho seguito diversi corsi di nudo, tra cui uno molto bello nel quartiere Isola di Milano.

 

Cosa trattava?
Era un corso condotto da un artista particolare. Non era il classico corso di nudo: ogni quarto d'ora cambiava la posizione dei modelli. Per cui bisognava sapere interpretare. Fino ad allora avevo studiato e praticato composizione informale. Non pensavo di cimentarmi nella figura. La ritenevo ostica.

 

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Foto di Pino Timpani

 

C'è un pensiero che si insinua, tutto il resto è solo il mezzo per esprimerlo.

E qui che la figura è divenuta centrale per la tua arte?
Interpretare la figura umana per me è stata una rivelazione. E' diventata importante, essenziale per il mio raccontare. Tanto che da allora non ho più staccato dalla figura. Solo ultimamente ho cominciato a proporre cose più concettuali. Come la mia ultima installazione “L'attesa”, in via San Gottardo 85. ( L'attesa, qui il servizio de Il Cittadino e qui di MbNews ndr.) A dire il vero mi piacerebbe anche scrivere. Ma non mi sento capace. C'è un'esigenza comunicativa e sono portata a perseguirla con gli strumenti a me più congeniali da utilizzare. Sono sempre modi, seppure diversi, di raccontarmi. C'è un pensiero che si insinua, tutto il resto è solo il mezzo per esprimerlo. Sono figure senza né visi né corpi, figure senza sguardi che illuminano o oscurano un volto, contorni umani, risolti con pochi e definiti tratti, che delineano una mancanza. A gruppi, a coppie o sole, queste figure appaiono come una proposta di relazione con il mondo, sia quello esterno che intrapsichico.

 

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Presentazione de "L'attesa" via San Gottardo 85 Monza

 

E' un bisogno interno?
Si. E' un modo per esprimere il sentire profondo, quello più intimo. Si potrebbe veicolare anche con la musica o con le parole. Nel mio caso è divenuta più efficace la funzione dell'arte visiva.

 

Perché?
Mi è facile. Con l’arte il flusso comunicativo scorre con naturalezza. Non mi piace il mettersi al centro dell'attenzione. Preferisco mostrare il mio lavoro piuttosto che la mia persona. Spesso mi chiedo di cosa sarei vissuta se non avessi avuto l’arte. Le relazioni, le persone e le esperienze passano, vanno e vengono. L'arte è la costante, quella che mi è sempre rimasta fedele compagna. E’ il mio modo di guardare, di sentire, di emozionarmi, di essere.

L'arte è la costante, quella che mi è sempre rimasta fedele compagna. E’ il mio modo di guardare, di sentire, di emozionarmi, di essere.

 

Realizzare un opera o un progetto è quindi molto appagante?
Sto bene quando sono li dentro. Dentro l’idea, nel progetto

 

Non nella realizzazione?
Di più nel percorso creativo.

 

Più che completare un'opera?
E' altrettanto interessante la progettazione. C'è molta carica emotiva. Si alimenta nel procedere, nel fermarsi, nel trovare soluzioni.

 

Nella finalità della tua arte non c'è un interesse commerciale?
Non c'è mai stato o comunque non prioritario.

 

Allora, quando frequentavi i corsi alla scuola Borsa, non c'era l'idea di diventare una professionista?
No. Perché avevo già un lavoro. Semmai ora potrei rimproverarmi per il fatto che, avendo avuto un lavoro, questo mi ha sottratto tempo prezioso.

 

Tempo da dedicare all'arte?
Tempo di maturazione artistica. L'arte è un processo di apprendimento continuo. Se avessi scelto il compromesso, cioè commercializzare il mio lavoro e vivere economicamente con l'arte, avrei probabilmente accelerato l'accrescimento. Conservando il lavoro, quello in azienda, pur perdendo tempo, mi ha permesso di restare nella completa libertà espressiva. Di non scendere ad alcun compromesso. Questa è una risposta vera e razionale, effettivamente però sento di aver perso tempo!

 

Non è indispensabile vendere le tue opere?
Prima c'è il piacere di realizzare opere. Me la gioco al meglio. Vendere mi serve soprattutto per rientrare nei costi e a dar valore a quello che faccio. Ma non è una necessità prioritaria. Peraltro così la creatività ne trae linfa.

 

20160410 bianca trevisan

Enrica Passoni e Bianca Trevisan

 

Da dove provengono le tue influenze artistiche?
In parte dal contesto della scuola Borsa, ma non solo. E' stato molto più importante e decisivo l'avere aperto uno studio con alcuni amici. E' avvenuto subito dopo avere frequentato i corsi. Prima abbiamo avuto uno studio in quattro. Ci siamo spostatati in più locali della città: da Viale Libertà a Via Cavallotti. Poi siamo rimasti in due. In questa situazione ci siamo influenzati a vicenda. Abbiamo creato una nostra particolare espressività. Poi avvenimenti nuovi della vita mi hanno portato verso forme completamente diverse, a continui interessi e ricerche.

 

C'è stata una virata?
Decisamente. Ho cominciato al disegno e ad altre forme. Fino ad allora lavoravo quasi esclusivamente con la pittura ad olio. A volte acquarello. Ho provato anche l'acrilico. Tuttavia la pittura ad olio rimane la mia vera passione. Mi piace moltissimo l'odore dell'acquaragia. Poi ho utilizzato molto altro: carte e matita, carte da parati, giornali, collage, fotografia, materiali di recupero.

 

La pittura ad olio rimane la mia vera passione. Mi piace moltissimo l'odore dell'acquaragia.

Infine sei giunta alle performance e alle installazioni?
Perché non è nemmeno importante solo la pittura. E' importante raccontare. E lo si può fare con diversi strumenti. Non solo con la tela, che anzi ha cominciato a diventare stretta. Se si concepisce la mancanza di limiti, qualsiasi materiale può essere usato per disegnare e per comporre una creazione. Lo strumento diventa secondario ai fini del raccontare. Quando si vuole comunicare con convinzione un pensiero, un sentire, un emozione si riesce a trovare il modo e gli strumenti per farlo nel modo migliore. Non necessariamente servono una tela e un pennello. Si prova, si esperimenta, si trovano le soluzioni. Si può anche scegliere di utilizzare il quadro. Come si può pensare di inserire rappresentazioni e filmati.

 

Questo mutamento espressivo in quanto tempo è maturato?
Gli anni di crisi ci sono stati e non solo nell’arte. Ho cominciato ad annotare su un libro pensieri e figure stilizzate. Riflettevano la mia sofferenza. Si era venuto a creare un insieme complesso di pensieri e figure che esigevano nuove modalità espressive. E' in questo passaggio che sono cambiata radicalmente. Avevo bisogno di togliere, sottrarre. Da qui gli uomini scarni, stilizzati, le ombre. L'abbondanza rappresentava, il superfluo, il non senso.

 

In che misura ha influito nella tua arte il territorio di Monza?
In passato praticamente nulla. La mia modalità è molto intimista. Il mio approccio all'arte è accompagnato da una tristezza di fondo. Probabilmente è un retaggio di eventi legati alla mia vita. Come ho detto più volte ho sempre dipinto. Per cui non sono stati questi elementi a portarmi alla pittura. Però i temi del mio racconto ne sono stati influenzati. Mi sento una persona positiva, anche se rappresentare il dolore degli esseri umani mi interessa e mi affascina molto.

 

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 Presentazione de L'attesa con Dome Bulfaro

 

Vivere a Monza rispetto a un'altra città è stato ininfluente?
Non c'è dubbio che il territorio abbia comunque importanza. Perché vi si svolgono le vicende e tutte le esperienze. Quindi anche i luoghi fanno la loro parte. Ma per tutta una lunga fase non è stato l'elemento principale. Va detto che sono nata a Trezzo sull'Adda. Non è molto lontano da Monza, eppure è un luogo con caratteristiche differenti. Ho avuto un diverso e suggestivo rapporto per la presenza del fiume Adda e del suo paesaggio. I miei nonni materni abitavano in una cascina d'epoca proprio vicino al fiume e al castello. Restano scolpite nelle memoria dell'infanzia le tante volte che siamo andati a trovarli. Non tanto il paese, ma piuttosto la visione del particolare contesto in cui si trovava la cascina. Per questi motivi, all'inizio ho fatto fatica ad ambientarmi.

 

Hai relazioni con gli artisti del territorio?
Ho amici legati alla scuola Paolo Borsa. Con alcuni di loro, come dicevo prima, abbiamo avuto lo studio in condivisione. Sono stati percorsi esperienziali bellissimi. Però dopo abbiamo intrapreso strade completamente diverse. A un certo punto ho avuto l'esigenza di stabilire nuove relazioni. Volendo uscire dal modello convenzionale del quadro è stato utile conoscere, avere nuove frequentazioni per confrontarmi. E' stato piuttosto difficile. Ora ho relazioni con molti artisti. Ho recuperato molto. Direi che il territorio me lo sto godendo.

 

Frequento diverse persone. Partecipo a molti eventi legati all'arte. Ho scoperto l'esistenza di numerosi artisti e spazi. Mi piace frequentare la mia città.

Cosa fai?
Frequento diverse persone. Partecipo a molti eventi legati all'arte. Ho scoperto l'esistenza di numerosi artisti e spazi. Mi piace frequentare la mia città.

 

Da questo punto di vista Monza è una città attiva?
Adesso si stanno muovendo diverse attività. Comprese quelle proposte dal vostro Antonio Cornacchia. Sono molto belle.

 

Parliamo delle tue performance e installazioni. Che senso ha l'uso frequente e multiplo della scatola?
E’ sempre il riusare cose che hanno avuto altra vita. Il concetto è ridar vita in modo diverso, per essere ancora altro: nuova vita. In generale sto lavorando in forma seriale: i multipli. Uso spesso la scatola. Perché è un contenitore. E' un con-tenere. Nella chiesetta della Cascina del Bruno “siamo in grado d ascoltare ?” tutte quelle scatole non erano prigione, costrizione, bensì un trattenere , un con-tenere a se. (Siamo in grado di ascoltare?)

 

Un legame affettivo?
Trattenere, non lasciare andare.

 

Perché la figura è un elemento importante?
La figura per me rappresenta gli altri. L'ho rappresentata in tanti modi. Altri, Ospiti inattesi, sono stati spesso titoli per le mie mostre. L'altro per me è importante, perché gli altri siamo noi. Noi siamo lo specchio degli altri. (Intervento all'Arengario)

L'altro per me è importante, perché gli altri siamo noi. Noi siamo lo specchio degli altri.

 

Gli spiaggiati è una delle performance che hai proposto a” Munschasc.” E' pensato per gli immigrati?
Anche, gli “spiaggiati” principalmente nasce per un legame con il territorio, il Lambro. Per questo oltre le figure disegnate su teli bianchi c'era della stoffa nera sotto a rappresentare l’inquinamento. Sul tema migranti ho proposto, qualche anno fa, un altro progetto: “Migrazioni”. E' una delle cose che più mi ha coinvolto e interessato. Ho raccolto una serie di cartoline postali. Su queste ho disegnato, ritagliato e incollato tante mie figure. E le ho spedite con mittente il mio indirizzo e la mia e-mail. Le ho nominate “Ospiti inattesi” Con la numerazione, quindi, Migrazioni n°1, n° 2, n°3 ecc. I destinatari non erano amici ma semplici conoscenti. Tra cui il fotografo Ludovico Maria Gilberti, che avevo appena conosciuto e Dome Bulfaro che ancora non conoscevo. Prima della spedizione avevo fatto pubblicare sul Cittadino un servizio in cui si annunciava la partenza degli ospiti. Ho fotografato tutte le cartoline e le ho portate personalmente in posta, non le ho imbucate. Ho volutamente utilizzato una certa accortezza nelle modalità della spedizione. Come fossero delle persone che partivano realmente. Una sola è ritornata per indirizzo sconosciuto. Mi sono arrivate quattro risposte. Giberti e Bulfaro hanno capito e mi hanno risposto via e-mail con parole simili. Spero che le altre siano arrivate a destinazione.

 

Cosa dicevano le risposte di Giberti e Bulfaro?
Ho ricevuto le persone e le ho accolte. Questo era il senso. Hanno avuto la sensibilità e sono stati al sentire, al gioco delle intenzioni. Le cartoline erano un concetto di concretezza. Partivano come le persone. Potevano arrivare ed essere accolte o essere respinte. Come nella realtà della migrazione, gli approdi non sono mai certi. In due casi c'è stata la comprensione e l'accoglienza.

 

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Che progetti hai nell'immediato?
Prossimamente farò una mostra allo ZEN ristorante giapponese a Milano. Publitrust, agenzia pubblicitaria di Giancarlo Cazzaniga, in uno spazio web creato appositamente, RestArt, pubblicherà alcune mie opere. A giugno parteciperò all’evento Munschasc, nel giardino della villa Tornaghi, vicino al Lambro, la sua sesta edizione. Questo è un evento particolare e interessante del territorio.

 

 

Qui il sito di Enrica Passoni

Qui la sua biografia

 

La foto dell'icona è di Micaela Tornaghi

 

 

Gli autori di Vorrei
Pino Timpani
Author: Pino TimpaniWebsite: http://blog.libero.it/PinoTimpani/

"Scrivere non ha niente a che vedere con significare, ma con misurare territori, cartografare contrade a venire." (Gilles Deleuze & Felix Guattari: Rizoma, Mille piani - 1980)
Pur essendo nato in Calabria, fui trapiantato a Monza nel 1968 e qui brianzolato nel corso di molti anni. Sono impegnato in politica e nell'associazionismo ambientalista brianzolo, presidente dell'Associazione per i Parchi del Vimercatese. Ho lavorato dal 1979 fino al 2014 alla Delchi di Villasanta, industria manifatturiera fondata nel 1908 e acquistata dalla multinazionale Carrier nel 1984 (Orwell qui non c'entra nulla). Nell'adolescenza, in gioventù e poi nell'età adulta, sono stato appassionato cultore della letteratura di Italo Calvino e di James Ballard.

digilander.libero.it/pinotimpani/

Qui la scheda personale e l'elenco di tutti gli articoli.

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