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20160209 manifesto seregn 2015

Intervista a  Zeno Celotto e Chiara Ballabio, autori del volume pubblicato dal Circolo “Seregn de la Memoria”.

 

Fotografie di Maurizio Esni

 

Cosa rimane del passato rurale del nostro territorio? Sarà possibile non cancellarne  ogni traccia? Si è trattato, in questa Brianza Centrale collinare e povera di risorse di cui Seregno fa parte, di un passato di fatica e di stenti, di una vita contadina ben diversa da quella della “grassa” pianura padana, di una pesante povertà dalla quale ogni sforzo è stato fatto per liberarsi, lanciandosi a capofitto in uno sviluppo prima artigianale, poi industriale e infine demografico e urbanistico, che ha spinto la benemerita iniziativa individuale brianzola  a diventare chiusura e competizione, e che insieme alla miseria d’un tempo  ha divorato ogni spazo verde, trasformando  il paesaggio fino alla sua attuale uniforme, o informe, e crescente cementificazione.

Se la resistenza a questo impeto di cambiamento sfrenato e alle sue implicazioni distruttive  può trovare sbocco solo nella dimensione politica, è nella dimensione culturale che se ne elaborano le ragioni. Recuperare e diffondere la conoscenza del passato della città e del suo territorio, valorizzandone le risorse culturali, è la missione in cui si impegna con passione e assiduità, da più di un quarto di secolo, il Circolo Culturale “Seregn de la Memoria”. Studiosi e cultori delle memorie cittadine, insieme a coloro che, a Seregno, dispongono di foto e documenti significativi, di competenze e  interessi che consentono loro di condurre ricerche archivistiche e bibliografiche o ricognizioni “sul campo” al servizio della conservazione e della condivisione dei ricordi della collettività cittadina, della ricostruzione di un suo profilo non unidimensionale a beneficio delle giovani generazioni,  sanno  di avere nel Circolo un punto di riferimento.

È quello che è accaduto con questo “Campi e cascine”, interessante e coinvolgente ricerca sulla Seregno rurale condotta da Zeno Celotto, fondatore del circolo seregnese di Lega Ambiente e in seguito attivista ormai storico del WWF, insieme a sua moglie, Chiara Ballabio, che condivide con lui l’interesse ambientalista. Un volume, questo,  che raccoglie, oltre a diverse qualificate collaborazioni, anche una documentazione fotografica notevole per ampiezza e qualità, dovuta all’amorevole obiettivo di Maurizio Esni, e integrata con “pezzi” dell’archivio Croci: foto e testi impaginati  poi con grande pulizia ed efficacia da Gianni Corrado.

 

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Di queste sinergie, delle scoperte fatte lungo il percorso della ricerca, delle iniziative e delle prospettive  di difesa sia del territorio che della sua memoria, ho chiesto a Zeno e Chiara nel corso di un piacevole incontro: le loro risposte si sono alternate e fuse, come i loro rispettivi contributi a questo bel volume, cosicchè, col loro consenso, non le distinguerò se non quando necessario.

Da quali esperienze ed esigenze è nata la vostra ricerca sulla vita rurale di Seregno e sugli edifici che ne sono rimasti a testimonianza? E come è approdata alla pubblicazione con Seregn de la memoria?
Z: Da trent’anni ormai mi occupo di ambiente. Ho fondato con altre persone il circolo locale di Lega Ambiente e ho in seguito aderito al WWF Groane, di cui la sezione di Seregno fa parte:  tra le prime cose di cui ci siamo occupati c’è stata la questione dell’inquinamento delle acque da nitrati. Abbiamo poi lavorato sulla mobilità ciclabile, che ha portato alla collaborazione con l’Amministrazione Comunale per la realizzazione delle piste ciclabili e alla istituzione di Bicinfesta; recentemente abbiamo ottenuto la tutela, la riqualificazione e la manutenzione ad opera di volontari, di un laghetto poco noto, situato nel quartiere San Carlo, che l’amministrazione voleva interrare: un laghetto artificiale molto piccolo, che però, inselvatichitosi, ospitava il rospo smeraldino, una specie protetta, e altra fauna minore abbastanza interessante. Siamo stati tra i promotori dell’ampliamento del Parco Brianza Centrale, sollecitando sia la provincia che i comuni confinanti con Seregno a rendere disponibili nuove aree. Faccio parte anche del Comitato del parco della Brughiera, che organizza camminate e visite guidate a luoghi di interesse storico-artistico e ambientale nell’ambito del parco stesso: tutte queste esperienze hanno strutturato in me una abitudine a considerare gli insediamenti e gli edifici storici in stretta connessione con la campagna circostante, con le zone verdi rimaste, e hanno consolidato la convinzione che la difesa dell’ambiente passa dalla conoscenza della storia del territorio nel suo complesso, le testimonianze della quale si salvano se integrate in una difesa degli spazi verdi. I due aspetti della lotta per la tutela dell’ambiente si integrano e si potenziano a vicenda.

C: In effetti tutto è iniziato dall’impegno condiviso  a contrastare l’ulteriore espansione edilizia a ridosso di una vecchia cascina che poi abbiamo scoperto chiamarsi Cascina Donnetta. Abbiamo pensato che se quella costruzione avesse avuto un valore storico forse si sarebbe potuta salvare anche l’area adiacente: così abbiamo iniziato una ricerca che ci ha portato a scoprire che anche su Internet si trovano le mappe del Catasto Teresiano, e che quella cascina era registrata già in quella prima descrizione catastale del territorio. Ci siamo appassionati alla cosa: io mi ero già occupata,  per la mia tesi di laurea, di storia della agricoltura e della proprietà terriera, così abbiamo iniziato ad estendere insieme la ricerca, sia con strumenti bibliografici e archivistici, sia con la ricognizione sul territorio. Zeno, in qualità di membro del comitato per il Parco Brianza Centrale, ne gestisce il blog  brianzacentrale.blogspot.com, ed è su quello che abbiamo  pubblicato man mano i risultati di questa iniziale ricerca. Non pensavamo certo di scrivere un libro, ma dato che ci sono arrivati molti apprezzamenti e incoraggiamenti in questo senso, abbiamo pensato a proporne la pubblicazione al direttivo di  Seregn de la memoria, che sapevamo interessato a questi temi.

 

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Un incontro proficuo, per un’opera che accoglie anche diversi contributi…
L’allora presidente Carlo Perego ha accolto con entusiasmo la proposta, anche se non avevamo altre pubblicazioni all’attivo, ma le pagine del blog hanno rappresentato già una buona credenziale. Giuseppe Mariani, membro del direttivo, che nel corso di una sua ricerca aveva trovato notizia di scuole rurali nel contesto di due delle cascine seregnesi di cui ci occupavamo, ci ha offerto l’integrazione di questo aspetto, incoraggiandoci a procedere decisamente anche nella ricerca archivistica, per farne un lavoro approfondito e ben fondato. Maurizio Esni, anche lui membro del direttivo del Circolo, ha accompagnato con una accurata documentazione fotografica tutta la ricognizione sul campo, documentando il presente delle cascine rimaste, sia quelle periferiche, sia quelle più centrali.

Il progetto è cresciuto man mano: conoscevamo Paolo Conte, che si occupa anche in ambito accademico di architettura e conservazione di beni architettonici, e che aveva già svolto un importante studio sulla cascina San Giuseppe, così ci è sembrato giusto coinvolgerlo nella compilazione del capitolo relativo. La ricerca archivistica sulle proprietà dell’Ospedale Maggiore, che era il maggior proprietario dei campi e delle cascine seregnesi, ha permesso di sviluppare ben tre capitoli, e insieme alla ricerca bibliografica anche la ricerca on line, che ormai mette a disposizione anche documenti dell’Ottocento, ha fornito il materiale per le schede di approfondimento.

 

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È bello, nel vostro testo, l’accostamento tra tante immagini del presente e tante notizie sul passato…
Inevitabile, del resto, dal momento che sul passato abbondano le notizie scritte, mentre scarseggiano le immagini: anche dopo l’avvento della fotografia, le foto di paesaggi sono rare, perché solo i ritratti trovavano compratori disposti a pagarne l’alto costo. Per questo è stato particolarmente prezioso l’archivio Croci, dedicato alle corti e alle cascine di Brianza. E’ stato difficile trovare immagini datate dei quartieri periferici di Seregno, dove si erano concentrate le attività e gli insediamenti contadini dopo i provvedimenti sanitari che li allontanavano dal centro.

Le schede di approfondimento rappresentano, insieme alle foto,  la parte più immediatamente fruibile del testo, quella che meglio permette di immaginare quel passato nei suoi aspetti più concreti: la produzione e le tecniche agricole, le condizioni di lavoro e di vita, le malattie e la mortalità, la scarsa istruzione. Per il resto, come voi dite nell’Introduzione, “l’aspetto attuale di Seregno lascia ben poco immaginare quale possa essere stato il suo passato rurale; eppure non più di 150 anni fa l’agricoltura era ancora l’attività principale della popolazione”. Quel che vorrei chiedervi in proposito, a mo’ di avvocato del diavolo, è: ma è possibile, ed è poi necessario,  far sì che la fisionomia del passato di un territorio rimanga leggibile? Perché, e come?
C:  Se sia davvero possibile, non lo so. Quello che penso è che un territorio debba cercare di mantenere una sua identità. L’omologazione degli spazi è ormai così spinta che dovunque tu vada, anche all’estero, rischi di ritrovare sempre lo stesso paesaggio che hai lasciato: capannoni, supermercati, svincoli… Ma come salvaguardare le costruzioni che testimoniano il passato proprio di una zona è una questione complessa: si tratta, nel caso delle cascine, di edifici di proprietà privata, il che limita le possibilità di interventi mirati alla salvaguardia del loro valore storico. D’altra parte, il pubblico non ha la possibilità di acquistare tutto, neanche quando si tratta di edifici di maggior valore artistico e architettonico. La possibilità del riuso, poi, passa attraverso la necessità di ristrutturazione, che potrebbe essere in contrasto con quella della conservazione, e che comunque ha dei costi.

Z: D’altra parte, nel caso di queste costruzioni rurali, la necessità principale è quella della contestualizzazione, senza la quale non hanno molto senso e valore. Lo dimostra, per fare un esempio, il caso della Cascina del Ceredo, che, sommersa dalle costruzioni circostanti, ha perso la sua caratterizzazione, anche se è secondo i documenti, la più antica. E’ vero anche, e ci siamo sforzati per questo di non assumere un punto di vista ideologico nel guardare a queste trasformazioni, che dietro ad esse c’è anche una sorta di rimozione di un passato fatto anche di tanta miseria, fatica e sofferenza.

C: Rimane il fatto che il nostro territorio è troppo costruito: se l’edificazione fosse stata meno intensiva, questi edifici rurali avrebbero mantenuto almeno il loro contesto verde, il che, anche in assenza di interventi mirati, ne avrebbe comunque mantenuto il valore.

 

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Non c’è, magari, una possibilità di recupero funzionale degli edifici rimasti attraverso le nuove richieste di agricoltura sostenibile, di produzione artigianale di cibo, attraverso nuovi bisogni alimentari?
Bisogna tener presente che lo spazio verde rimasto nel nostro territorio è davvero poco, e qualsiasi coltivazione ha bisogno di spazio. A dir la verità, a Seregno c’è un tentativo di questo genere: la Cooperativa Il Castagno, al Meredo, che impegna anche persone con handicap, sta portando avanti un tentativo di recupero della cascina Curioni attraverso la coltivazione di prodotti dell’orto, la panificazione per la vendita, ma si tratta di produzioni molto limitate. Ci sono poi la Cascina Abissinia o la Cascina Ghezzi, o Cascina Silva, ancora abitate dai proprietari che ne traggono prodotti per il consumo familiare o per il giardinaggio. Ma sono, appunto, situazioni residuali.

E delle ristrutturazioni che invece sono state realizzate in alcuni casi, non pensate che il risultato sia quanto meno discutibile?  Non vi sembrano esteticamente troppo uniformi?  Personalmente, trovo un po’ fastidioso il loro sapore di “finto rustico”…
Z: Certo: nel passato, la cascina era costruita con materiali poveri, reperibili sul territorio circostante, e si inseriva perciò nel contesto naturale con una certa armonia. L’uso di materiali “moderni”, la perdita delle funzioni originali, come le trasformazioni delle stalle in garage o dei depositi in appartamenti, le sopraelevazioni, ne hanno alterato il disegno. Solo in qualche caso l’intelligenza del progettista è riuscita ad evitare questi esiti.

C:  Mi vien da dire che forse quanto più recente è la costruzione, tanto più facile è stato mantenerne il profilo originario: è questo, ad esempio, il caso della Cascina Silva, o Ca’ Nova,  in via Turati, che però è del 1938, costruita già con criteri abbastanza moderni e ancora in buono stato. Al contrario, la costruzione che si vede oggi al Ceredo non ha niente a che vedere con quella originaria. Certo, le normative sono state piuttosto tolleranti, hanno consentito ampliamenti e sopraelevazioni che hanno stravolto tutta l’architettura tipica della cascina.

Z: Al di là degli aspetti architettonici, che non sono oggetto specifico del libro, quel che dobbiamo osservare è la perdita della funzione che quella particolare struttura abitativa svolgeva nel consentire una dimensione di vita improntata alla condivisione, allo scambio: nella cascina tutti si conoscevano e si aiutavano, mentre le ristrutturazioni hanno ritagliato spazi chiusi e privati per i singoli nuclei di residenti. Si è persa la funzione della corte: prendiamo ad esempio  Cascina Natalina, la cui facciata ha mantenuto nella ristrutturazione il disegno originale, ma in cui la trasformazione del cortile antistante in parcheggio ha finito per stravolgerne l’aspetto complessivo. Di Cascina Dosso, che pure ha mantenuto la struttura a corte,  trovi nel nostro libro due immagini: in una, una foto di Croci del 1970, si vedono nella corte dei bambini che giocano, in quella di Esni, del 2015, si vedono parcheggiate delle auto.

 

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Questa struttura di abitazione rurale, che, a differenza della masseria meridionale non ospitava il padrone, e prevedeva che i contadini risiedessero, in gruppi di diverse famiglie, sugli stessi terreni che coltivavano, comportava, come ricordava Zeno, una condivisione degli spazi e dei problemi della vita quotidiana, una dimensione di socialità che spesso viene ricordata con nostalgia da chi l’ha vissuta. E che forse si tenta di recuperare oggi che la popolazione invecchia e ha maggior bisogno di sostegno… Come è stato possibile, allora, che questo genere di vita sia poi sfociato nell’individualismo sfrenato della costruzione singola, della tipica villetta brianzola? Il consumo eccessivo di suolo forse è dovuto anche a questa corsa alla villa con giardino privato.
In realtà, già nell’800 la famiglia patriarcale allargata, quella retta dal regiù e dalla regiùra, si era andata disgregando, suddividendosi in nuclei unifamiliari ciascuno dei quali occupava anche nella cascina una singola unità abitativa, costituita da una cucina al pianterreno e da una o più camere da letto al piano di sopra. La collaborazione era forse un effetto della povertà, della consapevolezza di essere tutti prima o poi bisognosi di aiuto. Ogni famiglia però era una piccola azienda agricola con il suo contratto singolo, non c’era perciò comunità di interessi, anche se poteva esserci solidarietà fra pari. Pur disposti all’aiuto reciproco, di fatto ogni famiglia faceva per sé. Questo forse ha poi favorito lo sviluppo dell’artigianato.

Bisogna tener presente che l’agricoltura in Brianza era condizionata da un terreno meno fertile di quello della Bassa: occorreva molta più manodopera, c’era meno bestiame, e per questo motivo la proprietà era più spezzettata, in modo da ricavare più affitti dalla stessa estensione. In assenza delle possibilità di impiego di macchine, insieme alla scarsità di acque per l’irrigazione, lo sfruttamento della manodopera era più intensivo. Lo scarso reddito agricolo veniva integrato con l’allevamento dei bachi da seta, che impegnava anche le donne ad un controllo continuo dei “bigatti”. Questo comportava una convivenza tra uomini e animali anche nello spazio urbano  (le cascine di proprietà dell’Ospedale Maggiore erano situate in quello che adesso è il centro cittadino), che era naturalmente causa di problemi igienici e sanitari.  Ma nel tempo questa ricerca di attività economiche integrative ha portato allo sviluppo dell’artigianato.

Un aspetto interessante della vostra ricerca è che essa mette in luce la contraddizione tra l’intento caritatevole di enti religiosi o vicini alla Chiesa, come l’Ospedale Maggiore, e l’effettivo sfruttamento della popolazione più povera da parte degli stessi. Sfruttamento rilevato già prima dell’Ottocento da diversi interventi, anche governativi, da voi citati. Una catena perversa, per cui  lo stesso Pio Istituto che si proponeva di  curare i poveri in assenza di una sanità pubblica, creava, con lo sfruttamento eccessivo dei possedimenti mantenuti a questo scopo, le condizioni perché gli stessi poveri si ammalassero…
Anche la Scuola  dei poveri era una istituzione, presente a Seregno come in molti paesi, che viveva di lasciti di terreni per sostenere opere caritative, e anche il clero locale viveva di rendite fondiarie. Poi accadeva anche che grandi proprietà ecclesiastiche come il Monastero di Meda si servissero  per la riscossione degli affitti dai contadini di loschi figuri. E talvolta i contadini inadempienti venivano cacciati dai loro proprietari ecclesiastici. E’ vero anche che la stessa classe ecclesiastica veniva dalle famiglie di possidenti, c’erano intrecci strettissimi tra nobiltà e clero, come sappiamo.

Impressiona chi come me viene dal Sud, il modo in cui in Brianza si passa quasi impercettibilmente da un comune all’altro: le zone periferiche, come la frazione San Carlo, o San Giuseppe, appartengono per metà a Desio per metà a Seregno, e si tratta di un nucleo abitato molto piccolo. E’  un fenomeno del presente, dovuto alla attuale densità costruttiva, o risale  in qualche modo anche a questo passato rurale con le sue tipicità?
Effettivamente le cascine sorgevano sui  confini esterni degli abitati e questo creava delle contiguità che talvolta sfociavano anche in conflitti. Considerata anche l’assenza di confini naturali e la densità della popolazione, accadeva che alcune frazioni fossero così vicine che talvolta passavano dalla giurisdizione di un comune a quella di un altro confinante, come è accaduto alla Cascina  Meredo, passata da Seregno a Seveso. D’altra parte nel passato,  tra il territorio di un comune e quello di un altro le zone verdi erano ancora piuttosto estese, il passaggio dall’uno all’altro era molto più graduale. C’è anche da considerare che in Brianza il numero dei comuni è alto, ma l’estensione territoriale di ciascuno è piuttosto limitata: al Sud puoi percorrere 15 chilometri restando nel territorio di uno stesso comune, qui in 15 chilometri ne attraversi anche cinque.

 

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Questo aspetto rimanda alla problematica dei Parchi sovra comunali. Davvero possono difenderci da una ulteriore cementificazione? Che ne è dei problemi ambientali creati dalla costruzione della Pedemontana?
Per la Pedemontana sono già stati fatti degli espropri per il tratto che attraversa Seregno, in deroga alle regole urbanistiche: perciò è stato consentito ai proprietari di edificare all’interno del perimetro del Parco, sacrificandone così una parte. Inoltre al confine con Meda è stata creata una bretella, un tratto di viabilità complementare  alla Pedemontana stessa, che ha portato via un altro pezzo del parco e che interrompe un possibile collegamento col Bosco delle Querce. Altri progetti che mettono a rischio il Parco sono legati allo sviluppo della ferrovia, soprattutto al collegamento con la Malpensa. Gli strumenti a difesa del territorio, sia a livello sovracomunale che provinciale,  sono ancora troppo deboli, le tutele poste sul Parco Brianza Centrale non sono tali da impedire che i singoli comuni facciano valere interessi e visioni troppo localistiche, che spesso prescindono anche dagli orientamenti politici generali delle amministrazioni.

 

 

 


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