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 Alla festa di SEL a Milano Marta Galli rivolge alcune richieste al ministro Massimo Bray: una legge quadro sullo spettacolo dal vivo, un sistema di agevolazioni fiscali, un rinnovamento profondo dei criteri di assegnazione dei fondi ministeriali e una riforma della SIAE

 L'intervento di Marta Galli di Artevox (operatrice culturale e direttrice artistica di Prosa et Labora Festival) al dibattito con il ministro Massimo Bray alla Festa di SEL del 23 luglio 2013 alle ore 9.51

Colgo questa occasione per fare alcune brevi considerazioni e richieste al Ministro da parte dei lavoratori dello spettacolo del nostro territorio, incontrati e conosciuti anche grazie all'impegno che ArteVOX con Arci Milano e CGIL Lombardia porta avanti per organizzare un Festival Teatrale sul tema del lavoro in ambito culturale, che si svolge da due anni proprio qui al Carroponte.

Dal 2001 ad oggi il FUS si è ridotto del 25%, da 530 milioni di euro a390 milioni. Siamo senza sussidio di disoccupazione, senza pensione,senza tutele, ormai anche senza lavoro, ma il settore delle attività culturali nonostante la crisi di questi anni è in continua espansione: l'occupazione delle443.000 imprese culturali italiane dal 2007 al 2011 è cresciuta in media dello 0,8% l’anno. I lavoratori della cultura sono passati dal 5,3 al 5,6% dell’intera forza lavoro del nostro Paese. Questa forza lavoro ha prodotto nel 2011 un valore aggiunto per circa 76miliardi di euro, il 5,4% dell’intera economia italiana. (rapporto Symbola e Unioncamere 2012)

In Italia ogni anno si producono più di 190.000 nuove produzioni teatrali e un italiano su 5 va a teatro regolarmente. Solo in Lombardia nel 2012 gli incassi di teatri e cinema hanno superato quelli degli stadi.

Il teatro non è morto, tutt'altro, gode di ottima salute.

Per questo il settore dello spettacolo dal vivo va valorizzato ed è necessario ormai prendere coscienza che la cultura è un mercato e può davvero essere il motore propulsivo dell'economia e dello sviluppo di questo Paese. E quando diciamo sviluppo, intendiamo sviluppo economico ma soprattutto e innanzitutto sviluppo civile, perché la cultura è il tassello della democrazia, è la priorità, è la chiave per comprendere, scegliere, per deliberare.

Come si legge molto chiaramente nel libro di Bruno Arpaia e Pietro Greco, un Paese che investe sulla cultura dei suoi cittadini è un Paese sano che produrrà in futuro un risparmio sui servizi di sussidiarietà sociale perché è un Paese che educa alla solidarietà e all'accoglienza, è un Paese civile, moderno e sarà un Paese più ricco anche economicamente perché potrà investire sulla ricerca e sulla sperimentazione, perché sarà fucina di nuove idee e nuovi percorsi culturali che si possono tradurre anche in atti molto concreti per la sua economia.

Ed è questo che sta alla base del nostro lavoro di operatori culturali: la consapevolezza che la cultura significa azioni concrete, innanzitutto nei confronti di chi della cultura fa il proprio mestiere quotidiano.

 

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Ecco dunque alcune richieste molto concrete che raccolgo dai miei colleghi e che consegno alle istituzioni in primo luogo al Ministro Bray:

È necessaria finalmente una legge quadro sullo spettacolo dal vivo, siamo l'unico Paese in Europa a non averla e questo ci penalizza fortemente.

È necessario pensare, come si era iniziato a fare nella scorsa legislatura e come è stato riproposto nelle linee programmatiche del ministero presentate lo scorso 23 maggio, ad un sistema di agevolazioni fiscali per chi lavora e investe in ambito culturale, ad esempio equiparare l'aliquota iva ai beni di prima necessità, come è già per alcuni settori dell'editoria, al 4% oppure la detraibilità fiscale dei contributi versati dalle imprese private in favore di organismi operanti in ambito culturale, sul modello francese. In Francia il 60% degli investimenti di imprese private in cultura è detraibile dalle tasse. E non si tratta solo di agevolare le imprese,ma anche i privati, i singoli cittadini che vogliono sostenere personalmente iniziative culturali, dando loro la possibilità di detrarre completamente il contributo dalle tasse.

Sarebbe interessante pensare ad una forma giuridica particolare per le imprese culturali, proprio come è già per le imprese sociali: il nostro è un settore che non si ritrova più (o forse non si è mai trovato) nelle strette definizioni di associazione culturale senza fini di lucro, come se non fosse legittimo guadagnare e vivere sul proprio lavoro di imprenditore culturale, ma neanche nelle forme giuridiche societarie tradizionali, troppo legate ad un concetto di merce e profitto che non si confà al prodotto culturale che non è solo una merce, ma rappresenta un valore di altro tipo, un valore intellettuale.

Sappiamo che alcuni parlamentari stanno lavorando ad una legge sollecitati da una campagna lanciata da Stefano Boeri che, prendendo le mosse dal “Live Music Act” di Londra, possa snellire le oppressive pratiche burocratiche che di fatto oggi disincentivano se non impediscono la crescita e la diffusione non solo della musica dal vivo, mi permetto di aggiungere anche dello spettacolo dal vivo in generale, perché così come Londra, a Parigi la possibilità di esibirsi con spettacoli e performance teatrali in locali e circuiti cosiddetti underground ha da sempre permesso lo sviluppo di nuovi linguaggi drammaturgici, scenici, da sempre ha rappresentato un incentivo alla ricerca e quindi all'innovazione culturale.

Non voglio poi dilungarmi ulteriormente in questa sede per parlare della necessità di un rinnovamento profondo dei criteri di assegnazione dei fondi ministeriali alle imprese di spettacolo, perché è vero che di soldi ce ne sono pochi, ma quei pochi sono anche mal distribuiti: nulla contro le 14 fondazioni lirico sinfoniche che da sole prendono più del 50% del FUS, ma una revisione dei criteri che ad esempio non premino solo la storicità delle imprese culturali, ma anche la capacità innovativa, la progettualità, prevedere una maggior facilità di accesso per categorie come gli under 35, coloro che accedono per la prima volta alle richieste di finanziamento, in modo da sbloccare il circuito vizioso delle assegnazioni “sempre agli stessi” e poi, una redistribuzione delle risorse anche geografica su base di criteri di efficienza gestionale e, perché no, anche di riscontro di pubblico, perché con la cultura si mangia. E, per ultimo, ma l'elenco sarebbe lungo, la necessità di monitorare come vengono spesi i soldi pubblici, ad esempio vincolare la cessione del contributo alla rendicontazione dei pagamenti delle compagnie, pena l'inammissibilità per l'anno successivo.

Altri argomenti centrali che siamo certi il ministro ha sicuramente presenti coma la riforma della SIAE o la gestione del tesoretto dell'ENPALS confluito nell'INPS su cui è appena stato fatto un importante convegno organizzato dalla CGIL al Teatro Elfo Puccini, non è il caso di trattarli ora ma ci tenevo almeno ad accennarli.

Chiudo lasciando spazio alla bellezza e alla speranza, con una citazione dell'intellettuale che mi ha spinta e continua a motivarmi profondamente a fare questo lavoro meraviglioso, nonostante tutto: “Ogni uomo che sappia commuoversi su un verso di Dante non può che amare l’umanità e combattere per la sua felicità”, Antonio Gramsci.

 

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