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 Intervista allo scrittore, all'esordio con “Le quattro del mattino”. «Quello con la natura è un contatto vitale: per l’energia che emana, per l’autenticità a cui si è costretti facendo strada su un sentiero di montagna, per il bisogno di bellezza che appaga. Ce n’è quanto basta per considerare quel contatto indispensabile.»

Se mai qualcuno nutrisse ancora lo stereotipo dello scrittore come personaggio affetto da un qualche male oscuro (nevrosi, ambizione, solipsismo o simili), a incontrare Aldo Germani non potrebbe far altro che ricredersi radicalmente: giovane ingegnere che vive e lavora in Brianza, ama i viaggi, la montagna, il buon vino, ha tanti amici, una bella famiglia, è una persona aperta, cordiale, apparentemente tranquilla, ma scrive romanzi. Il suo esordio, con il titolo Le quattro del mattino, edito da ExCogita, è stato seguito e promosso da una editor importante come Gabriella D’Ina, che ha curato per Feltrinelli l’opera, ad esempio, di Tabucchi. “Tre storie destinate a incrociarsi, per quanto inizialmente lontane. Tre vite segnate dal solco profondo che lasciano a volte i ricordi. Un trentenne si sveglia su un treno, non sa dove è diretto né da dove è partito, non ricorda più neppure il suo nome. Scappa da un dolore invisibile, dal bordo ingannevole di una voragine in cui ha perso tutto, compresi i giorni che mancano ora all’appello.” Così sul sito www. aldogermani.it inizia la presentazione di questo affascinante romanzo. Aldo Germani non scrive “perché fa figo”, basta leggerlo per capire che la sua scrittura muove da un’intima necessità. Di questa gli chiediamo anzitutto di parlarci.

 

Aldo Germani le quattro del mattino-184x300-1Perché scrivi? So che è un bisogno difficile da definire quando è autentico, ma ormai dovresti aver formulato una risposta articolata a questa domanda inevitabile.
Perché mi fa stare bene, semplicemente: dare forma ai pensieri, scavare dentro una storia, creare una pagina che prima non c’era, riascoltare il suono di alcune parole nell’ordine in cui le ho disposte, rintracciare metafore, sorprendermi a volte io stesso di quello che scrivo. È qualcosa che ha a che fare con quello che sono realmente, con ciò che sono adesso, e mentre scrivo mi riconosco: sono lì con me, un po’ fuori dal tempo, e mi piace finalmente la mia compagnia.

E scrivo al contempo per il piacere di essere letto, per il desiderio di provocare emozioni e reazioni con ciò che racconto, per quello scambio di intimità che avviene tra autore e lettore quando riescono a perdersi dentro una storia.

Il congegno narrativo del tuo romanzo ha al centro il tema della memoria: l’improvvisa amnesia del protagonista, la necessità di reintegrare pezzi del passato personale e familiare nei coprotagonisti, muovono la dinamica degli avvenimenti e delle relazioni. Puoi spiegarci come mai un giovane uomo come te si trova a riflettere così intensamente su questo tema?
Volevo scrivere del male che possono fare talvolta i ricordi, della zavorra che riesce a essere il passato quando ce lo trasciniamo appresso senza aver fatto pace coi nostri errori o con quanto è successo. Sono partito da lì, dal passo delicato del perdono che non sempre siamo disposti a concedere, a noi stessi prima ancora che ad altri. Aver chiarito a me stesso, soltanto in questi ultimi anni, che io sono anche la mia parte peggiore, aver concesso dignità alle scelte sbagliate che ho fatto, mi ha permesso di osservare le cose in un modo diverso. Volevo scrivere di questo, della possibilità che dobbiamo accordarci di ricominciare, anche quando il passato alza il suo dito puntato, anche quando sembra ormai troppo tardi, anche quando qualcosa si è portato via la nostra voglia di vivere. Perché dopo tutto, per quanto buio faccia, a ben vedere sono già le quattro del mattino.

È il rapporto col tempo che è cambiato: sapere di non averne infinito davanti credo avvicini all’essenziale e costringa a dare un peso diverso alle cose.

Giovinezza, maturità, vecchiaia: tutte queste dimensioni della vita sono rappresentate nei tuoi personaggi. E si direbbe che solo all’ultima di queste appartiene per te il dono di saper cogliere o promuovere le opportunità che possono permettere ai più giovani di ritrovarsi, di conquistare o riconquistare la verità che li può salvare dai buchi neri in cui la loro storia li ha cacciati. E’ così? E quale cifra assegni invece attraverso i tuoi personaggi alla giovinezza e alla maturità?
Ogni età ha la sua ricchezza: il guaio è che non si tende ad apprezzare la propria. Provo a rispondere, pur correndo il rischio di stereotipare troppo: … non mi piace generalizzare, il percorso di ognuno è talmente personale che abbinarlo all’età mi sembra un po’ riduttivo, anche perché, fra i protagonisti del mio romanzo, Leandro è in piena maturità e non ancora vecchio, Luca e Sofia, trentenni come me li sono immaginati, non più giovani ma nemmeno maturi ( anche se il dolore che ha segnato entrambi può avere accelerato il processo di crescita ). Credo che le esperienze e il dolore accumulati con gli anni portino in dono alla “vecchiaia” una buona dose di saggezza. È il rapporto col tempo che è cambiato: sapere di non averne infinito davanti credo avvicini all’essenziale e costringa a dare un peso diverso alle cose.

Per contro riconosco alla “giovinezza” l’incoscienza e l’energia necessarie per affrontare ciò che appare impossibile, il gusto per l’imprevedibilità degli eventi, la fede ostinata nei sogni che spinge ad osare, a percorrere una strada anche se poco battuta.

La “maturità” forse è ciò che sta in mezzo, prendendo il meglio e il peggio di entrambe: il rischio mediato dagli errori commessi, la libertà che deriva dall’abbandono dei modelli più scomodi e dalla conquista della propria identità, il senso che acquista la vita di un padre …

La terra, la montagna, il cielo stellato, la natura straordinaria di luoghi speciali riempiono tante pagine del tuo bel romanzo: è al contatto con queste cose che tu affidi, anche nella tua vita, l’esperienza dell’autenticità?
Credo di sì. Quello con la natura è un contatto vitale: per l’energia che emana, per l’autenticità a cui si è costretti facendo strada su un sentiero di montagna, per il bisogno di bellezza che appaga. Ce n’è quanto basta per considerare quel contatto indispensabile.

Due altri motivi percorrono le pagine del tuo romanzo: la fisicità e la comunicazione. E’ attraverso il lavoro delle mani, il ritmo dei passi, la concentrazione dei gesti che, mi sembra, i tuoi protagonisti esercitano una altrimenti sfuggente padronanza delle proprie emozioni e del senso dell’esistere momento per momento. E’ così anche per la scrittura?
In qualche modo sì. Scrivere è un esercizio mentale e concreto al tempo stesso che permette, come dici, “una altrimenti sfuggente padronanza delle proprie emozioni”.

Nel surplace in cui mi fermo per scrivere, loro smettono di dimenarsi, sembrano concedere una tregua e provo a guardarle bene in faccia. Le mani inseguono immagini, il silenzio ospita le parole che cadono sul foglio, il tempo cede il passo, ingannato dallo scacco a cui costringo il mio bisogno di capire chi sono.

 

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Un libro che fa in modo inconsueto da tramite tra vite che mai si sarebbero incontrate, l’abitudine della giovane protagonista di scegliere un libro affidandosi al titolo o alla copertina, alle sensazioni immediate, e di regalarlo a sconosciuti passanti dopo averlo letto. Sarà questo il tuo rapporto coi libri?
Mi affascina il bookcrossing, anche se non l’ho mai praticato, così come non mi è mai capitato purtroppo di trovare un libro sopra una panchina. Quanto al richiamo che un libro è capace di mettere in atto, tra titolo e copertina, confesso di avere scelto molti romanzi cedendo a quell’attrazione. Non credo sia il modo migliore, a giudicare dalle cantonate che ho preso, ma come tutte le tentazioni ha una bella voce. Come per Sofia, girovagare liberamente dentro una libreria in cerca di una storia, toccando, annusando, sfogliando pagine, trovo sia un piacere irrinunciabile.

Anche alla collettività è necessario integrare la memoria degli errori, delle lacerazioni, dei drammi che l’hanno investita. Tu sei nato nel ’68 e gli anni di piombo non li hai, penso, potuti vivere consapevolmente. Come mai li hai scelti come collocazione del passato dal quale muove una parte fondamentale della vicenda?
L’incontro con Mario Calabresi e Benedetta Tobagi attraverso i loro libri è stato un incontro intenso, che probabilmente ha lasciato un segno. Le loro vite tragicamente segnate dal delirio reazionario di quegli anni, la montagna di errori commessi per la fiducia cieca in un movimento e negli ideali che inseguiva a ogni costo.

Così, quando cercavo un ambito e un tempo in cui collocare l’origine del passo falso di Leandro, mi è venuto spontaneo affondarne le radici in un’ideologia di giustizia sociale come quella violenta degli anni settanta. Mi interessava capire chi c’era dietro quegli errori, che male si è fatto anche chi quelle pistole le teneva puntate.

In realtà ho toccato l’argomento solo marginalmente: me ne sono servito solo per indagare le conseguenze di una scelta sbagliata.

Il rapporto tra la tua formazione professionale e la tua scrittura, che trovo nitida, precisa, incisiva, sia quando si sofferma sulle descrizioni del paesaggio che quando analizza l'interiorità; anche la struttura narrativa è solida come un edificio, mosso e pieno di curve inattese, ma ordinato, equilibrato. È possibile che abbia influito la tua formazione da ingegnere?
Non lo so, può darsi. Siamo il risultato dell’esperienze maturate lungo il percorso e ogni incontro, ogni studio, ogni relazione arricchiscono il nostro bagaglio di conoscenze e sensibilità. Quando mi sono iscritto a ingegneria dopo aver fatto il liceo classico mi sono chiesto quanto avrebbe potuto influire quella formazione non proprio scientifica sul mio percorso di studi: non so tuttora rispondere neanche a quella domanda. Non c’è nulla di determinato, fortunatamente, nella crescita di un individuo: nessun principio di azione e reazione, nessuna ricetta educativa che dia garanzie sugli effetti desiderati. Siamo esseri in divenire, il frutto di sollecitazioni e dell’imprevedibile risposta che ognuno è capace di dare.

Il topo di campagna che è in me avverte il richiamo di una vita più ancorata alla terra e ai suoi sapori forti, spesso dura e silente, aria blu e mani sporche, lo stesso giro di giostra ma su una corsa più lenta.

L' ultima domanda è relativa al tuo rapporto col territorio in cui vivi, alla Brianza: sembra che tu ami un territorio poco urbanizzato, ancora legato a un vivere della terra e della sua sapienza antica. È per questo che scegli la Toscana come scenario per le vicende di Leandro, di Sofia, dei tuoi protagonisti?
Sono un topo di città, abituato alle comodità e ai ritmi che impone, viziato dalle opportunità che offre. Eppure il topo di campagna che è in me avverte il richiamo di una vita più ancorata alla terra e ai suoi sapori forti, spesso dura e silente, aria blu e mani sporche, lo stesso giro di giostra ma su una corsa più lenta. Mi concedo una parentesi rurale ogni tanto, specie in vacanza, e la Toscana, tra le regioni che ho visitato, è di una bellezza sconvolgente. Poi ho un amico, Leandro, sulle colline pistoiesi, che ha viti e ulivi e ricicla ogni cosa … ma questa è un’altra storia.

 

 

Naso Rosso

Racconto di Aldo Germani
www.aldogermani.it/

Anna ha un naso rosso, di quelli in gomma con due buchini ai lati e un elastico fine tirato dietro la nuca. Sono rosse anche le guance, dorsi di coccinella coi loro sette punti neri, ed è rosso pure il cappello. Una bombetta, non più grande di un panino, che porta inclinata in testa. Le dà un’aria sbadata, da pagliaccio distratto, da insegna che svirgola al soffiare del vento. Ha i capelli raccolti in un prato di mollette a fiori e le pendono, ai lati del viso, due grandi orecchini cileni.
Anna è un’esplosione di colore, energia allo stato puro. Saltella per la via, crea animali d’aria con i palloncini, insegna danze strane, canta di streghe e filtri magici per spaventare i draghi.
Ogni tanto l’Associazione organizza eventi per le strade. Servono a raccogliere fondi, a sensibilizzare la gente, e tutti i volontari ci vengono vestiti così, come si presentano in corsia. Colorati e buffi, coi loro costumi bizzarri e i nomi più strampalati. Ma nessuno degli altri clown ha un seguito come il suo. Anna è straripante, un cataclisma, una calamita per bambini. Ha voglia di giocare, un talento per lo show e un sorriso senza eguali. È un po’ storto, ma sembra fatto apposta, una parte del trucco.
“Io so fare il robot, lo sai?” le dice un bimbo che si è appena avvicinato.
“Dai, fammelo vedere, non ci credo,” lo sfida Ciccipasticci.
Il piccolo improvvisa la sua esibizione, piega le braccia e si muove a scatti, ruota su un lato, poi china la testa in avanti. È buffo come ogni gesto da grandi infilato in un corpo piccino.
“Ma sei bravissimo! Chi te l’ha insegnato?”
“Nessuno. Lo so fare io.”
“E come ci riesci?” gli chiede curiosa.
Il bimbo ci pensa un momento, va chissà dove a cercare parole e poi le risponde “così,” mostrandole di nuovo la sua posa robotica. “E lo devi fare in silenzio,” aggiunge convinto.
“Hai ragione, non ci avevo pensato,” gli sussurra a un orecchio, “deve essere quello il segreto.”
Da com’era piegato, il pagliaccio solleva rigidamente la schiena e muove passi inceppati imitando il bambino. Si muovono a tempo, cigolano muti, due alieni sgangherati in mezzo alla via. È un attimo e si ritrovano in quattro, poi in sette. La strada è invasa da piccoli robot che avanzano a gambe bloccate, ciondolanti e sciancati nelle loro invisibili armature di latta.
Anna improvvisa. Lascia che siano i bambini a fornirle uno spunto, un’idea da cui far nascere un gioco. Ci si attacca abilmente. Loro iniziano, lei continua. Le basta un gesto, un’espressione buffa, un rumore, una parola inventata. Ci si appoggia e decollano. Da un pagliaccio si lasciano guidare. Distratti dal rosso, non hanno paura.
Oggi è una festa, si vola facile. La parte difficile è in ospedale. Anna fa due turni a settimana, il mercoledì e il sabato pomeriggio. Ci resta tre ore, si stacca dal mondo e per tutti diventa Ciccipasticci. Naso rosso, bombetta rossa e il resto del travestimento. Sporca il bianco delle corsie, corre dove non si può fare, scompiglia creature con la testa rasata. Le porta via da lì, in un posto che esiste solo quel giorno, e si perde con loro. Alle volte non c’è niente di meglio che farsi rapire da un gioco e dimenticare quello che non è da sapere.
All’inizio le pareva di camminare sulle uova, aveva paura di sbagliare, di rompere un equilibrio appeso a un filo sottile. Poi pian piano ha capito che era molto più facile in quel reparto che altrove. Perché quando non c’è più nulla da perdere è tutto molto più semplice. Forse.
“L’ultimo che arriva alla fontana,” lancia urlando la sfida, “è uno strudel cacca porcello!”
Venti bambini le corrono a fianco, la superano in massa e la sbeffeggiano mentre arranca dentro scarpe da Pippo tre numeri più grandi del suo. Quando raggiunge la fontana e si volta, si accorge però di non essere l’ultima. Un bimbo si è fermato alle sue spalle a raccoglierle il cappello. Le corre incontro e glielo porge.
“Senza questo non sei uguale,” le dice.
Ciccipasticci gli offre in cambio il più maestoso degli inchini e ringrazia portando le mani al cuore. Non parla, non sa che dire. Rimane spiazzata ogni volta che un bambino la guarda dentro in quel modo.

Il clown che vede allo specchio sorride, lei piangerà fra non molto. Le succede quasi sempre. Si strucca e piange.
Senza la maschera non si piace.
Scolora il viso, toglie il cappello, leva i puntini, rimuove il trucco e lo fa piano. Non ha fretta di svelare quel che c’è sotto. Il sorriso non va via, non è disegnato, è un’impronta indelebile dell’incidente e del rogo che l’hanno segnata quattro anni fa.
Da allora sorride come respira, non può farne a meno. Anche se è arrabbiata non si vede, e questo la fa infuriare ancora di più. Perché ha tutto il diritto di farlo sapere in giro quando è incazzata. E invece sembra solo storta, deformata, brutta. Lei è brutta.
Riesce a dirlo ormai. Brandisce l’idea come una spada e sferza invano l’aria senza altri corpi da ferire se non il suo. Anche perché, se può, resta da sola. È Ciccipasticci che si circonda di persone, Anna è una strega che sa di spaventare i draghi.
La sua immagine sfuocata nello specchio la guarda fissare il vuoto, imbambolata e stanca. Con un dischetto di cotone passa il latte detergente sulla pelle, intorno agli occhi, sulle guance. Rallenta il gesto come servisse a renderlo ancora più efficace, come se oltre a immaginarlo quel batuffolo fosse capace di levare tanto a fondo il trucco da far ricomparire il volto che si è perso.
Quando rimangono, disordinati e radi, gli ultimi graffi di colore, i difetti invece tornano a mostrarsi per quello che sono. E parlano, raccontano, non stanno zitti un attimo, invece di nascondersi richiamano i passanti. Provocano domande, scatenano commenti, generano schifo e commiserazione.
Anna ha imparato a difendersi dalle facce degli altri coprendo la sua. Si mette un costume ed entra in scena. Torna a essere chi era e si lascia avvicinare nuovamente. Le serve una maschera per riuscirci, che male c’è? Tanto la faccia che porta in giro adesso non è la sua comunque. Questa maschera invece è un ponte che valica l’inferno. E la restituisce alle persone, rianimata e trascinante. Senza il trucco non è uguale, non le viene la magia.
Sono stati, per paradosso, dei bambini senza speranza a restituirgliene una. Le hanno ridato un volto, dopo che aveva perso il suo, e un motivo per credere di valere ancora molto.
La cercano, l’aspettano, la chiamano, le si stringono forte addosso e volano con lei. Si fidano del suo sorriso storto e della sua energia. Perché di nasi rossi ce ne sono tanti, ma nessuno come il suo è capace di scacciare il drago che se li vuole portare via.

 

 


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