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Lo scrittore Riccardo Pedrini, membro del celebre collettivo Wu Ming (54, Altai, Manituana, L'armata dei sonnambuli), è stato ospite del secondo incontro di Bruma 2014. La nostra intervista

Lasala stracolma della Biblioteca di Brugherio lasciava presagire che si sarebbe trattato di una serata speciale. Del resto, l'incontro con un membro di Wu Ming consente di spaziare fra ambiti artistici diversi e di confrontarsi con un pensiero che non è solo artistico ma anche fortemente (e orgogliosamente) politico e polemico. In occasione del secondo appuntamento di Bruma 2014, dopo quello con Pino Cacucci la settimana scorsa, il pubblico brianzolo ha potuto ascoltare Riccardo Pedrini, alias Wu Ming 5, che in proprio ha pubblicato romanzi come Libera Baku ora (DeriveApprodi, 1998) e Havana Glam (Fanucci, 2001). Fa anche parte, insieme a Giovanni Cattabriga (alias Wu Ming 2) della sezione musicale del collettivo, il Wu Ming Contingent, di cui è uscito da poco l'album Bioscop. Intervista a cura di Fabio Pozzi (per la parte musicale) e Simone Camassa (per la parte letteraria/editoriale).

La prima domanda è sul rapporto tra ciò che Wu Ming fa in letteratura da anni e il disco del Contingent che è uscito quest’anno. Sono due facce della stessa medaglia? O puntano a pubblici diversi usando metodi diversi?
Tutte e due le cose. Sono indubbiamente figli dello stesso progetto. Quando fondammo il collettivo, nel 2000, ci demmo l'obiettivo quello di raccontare storie con ogni mezzo necessario, quindi sono due facce della stessa medaglia. Una medaglia prismatica, in realtà. È però anche vero che un prodotto come il nostro disco avrebbe l'ambizione di toccare pubblici che non ci conoscono. Pare che in parte ci siamo riusciti, perché in una recensione su un blog autorevole, chi si è occupato del disco ha chiarito che non conosceva la nostra attività letteraria.

Lei aveva già una lunga esperienza musicale nei Nabat, storico gruppo bolognese del filone oi!. Com’è stato passare a questa nuova esperienza, che ha coordinate diverse? E il contesto musicale incontrato ora è molto diverso da quello precedente?
Ci sono affinità e dissimiglianze rispetto all'esperienza dei Nabat, che peraltro continuano a suonare. Le esperienze sono diverse perché alcune componenti della musica che ci ha formati da ragazzi (anni Settanta) sono comuni: il punk rock del '77, la New Wave... chiaro che i Nabat siano una cosa diversa perché è un'esperienza che nasce in un altro tempo (il gruppo nasce nel 1979 e io ci entrai nel 1981, a quindici anni... proprio un'altra epoca storica!). La cosa interessante è vedere che i pubblici tendono a sovrapporsi, a volte. Non è raro vedere ai concerti del Contingent persone con la spilla dei Nabat. Peraltro, le prove del Contingent si svolgono nella sala prove dei Nabat.

Nel Contingent ci sono altri elementi che vengono da esperienze simili?
Il bassista Giuseppe Yu Guerra e il batterista Cesare Ferioli hanno fatto parte di un'incarnazione recente del gruppo e a loro volta sono parte della vecchia scena punk bolognese degli anni Ottanta che è assurta a dimensioni di piccolo culto. Fra l'altro, loro sono stati fra i primi negli anni Novanta a ibridare rock e letteratura, facendo parte della band di supporto di Gilberto Centi, poeta bolognese importante e innovativo, prematuramente scomparso.

Con il Contingent abbiamo fatto al contrario il percorso fatto da altri: quanti sono i musicisti che pubblicano libri? Una pletora. Eppure la cosa strana è che ci siano degli scrittori di narrativa che fanno musica

Il disco è basato su delle biografie di eroi non convenzionali, se così si può definirli, o comunque di storie rimaste nascoste tra le pieghe della storia, che avevate già descritto sulle pagine di GQ. Senza queste storie da raccontare sarebbe nato il Wu Ming Contingent? O la volontà c’era e avreste potuto trovare altre storie o altri temi?
Comunque avremmo trovato qualcosa. Avevamo materiale in parte già pronto, in parte tutto da strutturare. I testi del disco sono nati da una delle rarissime marchette fatte in vita nostra, cioè la rubrica tenuta su GQ, nella quale proponevamo i nostri modelli maldestri, obliqui, di mascolinità. E non tutti erano figure positive, quantomeno nel nostro immaginario. Davano però un riflesso perturbante del concetto di mascolinità. L'esperienza è andata avanti per un po', ma il pubblico della rivista non deve aver molto apprezzato, perché si interruppe. Avevamo proposto anche una carrellata di personaggi al femminile, ma non si fece mai. Questi personaggi femminili, però, con un'angolazione simile, costituiranno il tema del prossimo disco, che stiamo già scrivendo. Possiamo quindi affermanrte che il Contingent durerà almeno per un altro disco.

Quindi il progetto del Contingent può essere messo in pausa, per così dire?
Devo dire che la cosa sorprendente è che il Contingent sta maturando un proprio spazio di autonomia. Può darsi che per un po' possa essere messo in soffitta, ma è qualcosa di cui ci occuperemo, fosse anche in modo ciclico. In un certo senso cammina già con le sue gambe, anche se l'impatto del Contingent nella musica è diverso da quello di Wu Ming nella letteratura. Alcuni di noi suonavano da diverso tempo, ma abbiamo lo stesso dovuto ricominciare da una sorta di gavetta, accettando date su date con budget molto bassi. È giusto così: la caratura di una band si forma sulla strada. Se vuoi fare quest'esperienza a quasi 50 anni, devi trovare energie.

Un ritornare umili, insomma?
Be', non è che il progetto Wu Ming ci abbia alienato dalla realtà quotidiana, per quanto lo status delle due realtà nei rispettivi ambiti sia differente e lo sappiamo. È bello però vedere l'interesse schiettamente musicale verso il lavoro del Contingent, al di là del fatto che ci siano degli scrittori che fanno musica. In realtà, facciamo semplicemente al contrario il percorso fatto da altri: quanti sono i musicisti che pubblicano libri? Una pletora. Eppure la cosa strana è che ci siano degli scrittori di narrativa che fanno musica.

La Rivoluzione (non sarà trasmessa su youtube): porta al giorno d’oggi il famoso brano di Scott Gil-Heron. Come ci avete lavorato? E cosa pensate della critica che vi ha mosso per esempio Blow Up, cioè che il brano sia in antitesi con la vostra forte presenza sul web?
La cover non è una vera e propria cover, ma un pezzo molto liberamente ispirato. Gil-Heron non è mai finito nella rubrica di GQ, ma volevamo ugualmente che fosse un personaggio forte di questa galleria di eroi e antieroi maschili. Ci siamo però resi conto che una semplice traduzione italiana del brano originale avrebbe significato molto poco per il pubblico italiano del 2014, perché il testo contiene tanti riferimenti al contesto e alla vita politica degli Stati Uniti di fine anni Sessanta. Abbiamo dovuto per forza adattarla.
La polemica non è direttamente contro Youtube o la rete, per rispondere alla critica di Blow Up, ma alla fiducia quasi feticistica che hanno certuni in questo momento – partiti politici interi – sul valore di per sé liberatorio della rete. Noi invece crediamo che la partecipazione fisica dei corpi dentro i contesti di lotta sia centrale. C'è un verso che chiarisce: la rivoluzione si farà con ogni mezzo necessario, ma i mezzi necessari non faranno la rivoluzione. Non si può avere una fiducia assoluta nelle virtù salvifiche di un mezzo tecnico. I mezzi tecnici sono figli di una società e ne condividono tutte le contraddizioni. Non sono una bacchetta magica. È comunque vero che sono importanti per essere presenti in un dibattito pubblico, senz'altro. Ripeto, io non vedo la contraddizione: noi critichiamo l'atteggiamento fideistico nei confronti di certi mezzi tecnici. Mi riferisco a Grillo e al Movimento Cinque Stelle, a quel modello di democrazia diretta che mostra la corda già prima di essere stata implementata.

Il collettivo, ma anche i suoi singoli elementi, pubblicano con regolarità con uno dei colossi editoriali italiani, Einaudi (gruppo Mondadori): non c'è una contraddizione con la pratica di divulgare il più possibile gratuitamente i vostri scritti?
È una contraddizione secondo me apparente. A meno che uno non muova una critica generale al fatto di pubblicare con una major, che sia in editoria o in musica. Quello sarebbe un approccio di cui si potrebbe discutere. La linea di Luther Blisset prima e di Wu Ming poi era però quella di portare determinati contenuti dentro al mainstream. Per sopravvivere c'è bisogno quindi di entrare nella grande distribuzione. Poi, la critica riguardo alla proprietà di Mondadori secondo me è viziata da un fatto: presuppone che esista un capitale buono. In realtà, un padrone è un padrone. Poi, che Berlusconi sia peggio di altri padroni italiani, io non ne sono così convinto. Chiaro che la discesa in campo sia stata una stortura e abbia causato danni al paese, ma in un rapporto sindacale non c'è differenza fra Mondadori e un altro.
C'è anche un discorso culturale da fare: non volevamo lasciare un territorio simbolico come Einaudi agli avversari, ci sarebbe dispiaciuto. Einaudi è la letteratura impegnata in Italia. Non è un discorso di status, ma la volontà di non lasciare un territorio al nemico di classe. A parte il fatto che nessuno di noi ha mai subito pressioni. Comunque, se Wu Ming potesse autosostentarsi, senza intermediari, lo farebbe.

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 Quindi c'è davvero ancora bisogno dell'editoria di carta per un progetto come il vostro? Se pubblicaste da soli, non sarebbe ancora la stessa cosa?
Per le condizioni del mercato editoriale italiano penso che non sarebbe la stessa cosa. Le cifre dell'ebook sono ancora irrisorie qui da noi. C'è poi una contraddizione di fondo: se è comprensibile che un oggetto materiale come il libro abbia un costo (per noi comunque troppo alto), è ingiustificabile il prezzo che le case editrici appioppano all'ebook. Noi in ogni caso non diamo i diritti per l'ebook, per poter rendere fruibili e liberamente scaricabili tutti i nostri libri dopo un certo periodo di tempo (sul sito wumingfoundation).

Avete mai verificato se questa pratica incida o meno sulle vendite in libreria?
Un'indagine statitica diretta non esiste, ma noi abbiamo la netta sensazione che favorisca le vendite: se hai scaricato L'armata dei sonnambuli, magari ti sei stancato di leggerlo in video. Lo stampi (spendendo una fortuna in carta), poi arrivi al punto in cui vuoi regalarlo (o tenerlo in libreria)... compri il cartaceo. È ancora il supporto migliore per leggere libri. Sarebbe comunque interessante studiarlo. Per noi è giusto che un contenuto dell'intelletto giri il più possibile con meno barriere possibile. È giusto che ci ricavi un compenso, perché c'è il mio lavoro dentro, ma non è giusto che esista un copyright che ne scoraggi in modo cieco la diffusione. Certo, il discorso sulla proprietà intellettuale è grave se pensiamo alla letteratura, ma in altri campi produce risultati ancora più disastrosi. Penso alle sementi in agricoltura e ai farmaci: in quel caso il copyright è letteralmente antiumano.

La critica sul pubblicare per il gruppo Mondadori secondo me è viziata da un fatto: presuppone che esista un capitale buono

 Il New Italian Epic: è ancora una categoria attuale? Dopo il saggio che ha raccolto gli interventi di Wu Ming 1 e 2, il filone ha proseguito la sua evoluzione o è declinato?
Non è più una categoria esplicativa per inquadrare il presente. Già di suo era un'etichetta ex post, nata per individuare tratti comuni in produzioni apparentemente disparate nelle letteratura italiana in un certo lasso di tempo. Niente scuola, solo il riconoscimento di tratti che avessero a che fare con un'idea di narrazione estesa, insieme ad altri componenti. Credo che non spieghi più nulla della narrativa italiana oggi, perciò nessuno di noi l'ha più tirata fuori. Semplicemente, in quel momento si è sentita l'esigenza di dare un quadro di ciò che era accaduto negli ultimi anni. Prima c'era stata la stagione della morte del romanzo, poi la stagione del minimalismo... Il NIE per noi era stata una reazione a uno stesso tipo di problema. Ha descritto una stagione, ma adesso come categoria interpretativa non serve più.

In Italia si è perso il senso della Storia? Se sì, quale ruolo può avere la narrativa di finzione in un simile scenario?
Se per senso si intende una direzione e una funzione storica, sono in completo disaccordo. La Storia per me non è altro che il susseguirsi di un agire. Nessuno ha compiti storici, perché non esistono compiti storici: esistono solo scelte che si compiono. Se invece intendiamo il senso come percezione, allora dico che si è perso. Per quanto riguarda la seconda domanda, credo che per ridare un senso di memoria storica a chi legge non servano romanzi storici: basterebbe occuparsi del presente di ampi strati sociali del Paese, in modo preciso e articolato. Così facendo, tutti gli aspetti figli della storia pregressa emergerebbero in modo naturale. È importante conservare una memoria che ti permetta di comprendere gli snodi materiali del tuo presente.

 

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