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Il crimine, la politica, la letteratura: in Area Libri, a Seregno, Valerio Varesi parla dei suoi romanzi, e di un Paese costretto a ricominciare sempre da capo.

Giovedì, 11 dicembre 2014, tardo pomeriggio: uno scrittore famoso, autore di una serie di polizieschi di successo, pluripremiato e tradotto dappertutto, esce dalla redazione bolognese di Repubblica, dove lavora, e affronta l’autostrada e le tangenziali milanesi all’ora del rientro per venire in una libreria brianzola (nella fattispecie Area Libri di Seregno), a parlare coi suoi lettori del suo ultimo libro.

Si rimetterà in autostrada verso la mezzanotte, dopo due ore e mezza di un intenso fuoco di fila di domande e risposte, di considerazioni e riflessioni sue e di tutti gli intervenuti che vogliono condividerle con lui, di appassionata e appassionante disanima di tanti aspetti della crisi del nostro paese e del nostro tempo, della sua scrittura e dei suoi personaggi, del ruolo della letteratura e della cultura; coi modi più semplici e gentili e con inesauribile disponibilità. È vero che i lettori intervenuti sono entusiasti di lui, gli chiedono quando verrà tradotto in russo per i loro amici ex sovietici, e se è stato contento della traduzione televisiva dei suoi romanzi, e di regalarci al più presto una nuova storia: insomma, suppongo, un po' di soddisfazione… Ma ugualmente definirei tanta disponibilità come un vero e proprio esempio di militanza: militanza per la cultura contro il progetto di deprivazione delle menti e delle coscienze che da qualche decennio ci devasta come, e più, e prima, della crisi economica.

il rivolQuesto mi è sembrato di cogliere nell’incontro con Valerio Varesi, come nella lettura delle sue opere. È lui, infatti, lo scrittore di cui parlo, autore di numerosi romanzi, quasi tutti editi da Frassinelli, fra cui, più recenti, i romanzi storici e politici La sentenza e Il rivoluzionario, e il recentissimo La strategia della lucertola, ultimo della folta e nota serie di noir che hanno per protagonista il commissario Soneri e per scenario la città di Parma, la stessa in cui Varesi vive ed è cresciuto, amandola e conoscendone profondamente ogni pietra e ogni atmosfera, ma soprattutto analizzandone gli accadimenti e scandagliandone continuamente le dinamiche sociali, sempre più esemplari dei mali del nostro paese e del nostro tempo. L’intervista che segue è il tentativo di mettere in ordine, inevitabilmente sintetizzandole, le tantissime cose che Varesi ci ha detto in una serata davvero densa di interesse.

La mia prima curiosità è per le ragioni che la inducono a coltivare tre generi diversi di scrittura: quella giornalistica, il romanzo poliziesco e quello storico. È possibile dire che si alimentano a vicenda o alle stesse fonti di ispirazione?
Certo, dal momento che col noir indago l’attualità, estendendo l’indagine dai singoli fatti di cui si occupa il giornalista al contesto sociale in cui si determinano. Col romanzo storico cerco di risalire a monte, come fa il commissario Soneri, indietro nel tempo e nella catena delle cause che ci hanno portati alla situazione attuale. Quel che cambia è il linguaggio, il modo di presentare i fatti.

Il romanziere, al contrario del giornalista che deve attenersi alle norme della chiarezza e completezza, esplicitando fin dall’inizio tutti gli elementi utili alla comprensione della sua esposizione, fa in modo di non svelare subito le circostanze più significative. Io amo dire che il giornalista informa, lo scrittore deforma: mentre il primo è tenuto a dimostrare quel che dice, a munirsi di solide pezze d’appoggio, il romanziere è libero, può fantasticare e interpretare secondo il suo intuito.

La stessa impudenza che nella realtà abbiamo scoperto nell’imprenditore de L’Aquila che rideva della tragedia del terremoto, riconoscendola come occasione per lui di grandi profitti, o nel medico della clinica privata milanese che programmava operazioni chirurgiche inutili al solo scopo di ricavarne lauti rimborsi.

«Verrà il tempo che gli uomini da cani torneranno lupi. Liberi e padroni di sé»: questa speranza è espressa, a conclusione della sua vicenda umana e politica, dal protagonista del suo romanzo Il rivoluzionario. Questo suo nuovo romanzo, La strategia della lucertola, mi è sembrato ben più amaro, e privo di speranza. Qui ad essere rappresentati dai cani, e non più solo metaforicamente, non sono i militanti ubbidienti e gregari, ma tutte le vittime innocenti dell’avidità più crudele. Perché oggi questo quadro così fosco, privo di ogni prospettiva positiva?
Quel che ho voluto rappresentare nel mio ultimo romanzo è un mondo disumano, dove il cinismo dell’economia non ha alcuna remora nel sopraffare i più deboli, coloro che sono improduttivi, vecchi, bambini o animali che siano. In questo romanzo, Soneri deve affrontare sia la morte per assideramento di un vecchio ospite di una casa di riposo sia la progressiva scoperta di un traffico di cocaina che si serve nel modo più crudele dei cani come mezzi “molto originali” per il trasporto della droga. E’ il cinismo espresso senza alcuno scrupolo, nel romanzo, dall’imprenditore Ugolini, che può apparire eccessivo nella sua spudorata lucidità, ma che ha la stessa impudenza che nella realtà abbiamo scoperto nell’imprenditore de L’Aquila che rideva della tragedia del terremoto, riconoscendola come occasione per lui di grandi profitti, o nel medico della clinica privata milanese che programmava operazioni chirurgiche inutili al solo scopo di ricavarne lauti rimborsi. Ugolini interpreta quel mondo dell’imprenditoria incapace di stare legalmente sul mercato, che non solo si giustifica appellandosi alla storia, alla natura da sempre predatoria dell’accumulazione del capitale, ma che, avendo dilapidato la ricchezza accumulata dalle generazioni precedenti nello sperpero dei consumi più sfrenati, ricorre oggi al denaro delle mafie consentendo loro di impadronirsi dell’economia legale. Oppure è la finanza, col potere impersonale dei fondi sovrani, a decidere con cieca indifferenza sulla sorte di interi territori: la bolognese Ducati, fiore all’occhiello della motoristica italiana, era divenuta proprietà di un fondo comune, e questo, avendo interesse solo al profitto degli investitori, l’ha venduta alla Volkswagen. La classe politica, poi, non è certo meno cinica. L’assenza nel romanzo di qualsiasi prospettiva positiva riflette il trauma vissuto dai cittadini di Parma quando hanno scoperto che nella giunta comunale qualcuno aveva rubato sedici mila euro che erano stati raccolti per i bambini haitiani dopo il terremoto! Il primato assoluto dell’affarismo ha conseguenze macroscopiche: la sperequazione sempre più esagerata, l’impoverimento della classe media, l’aumento delle famiglie che possono comprare solo al discount, l’enorme numero di bambini privi di qualunque svago. Ma il malcontento per adesso non ha sbocco. Solo quando la pressione diviene eccessiva è possibile che si reagisca, che si riesca ad invertire la direzione, come è accaduto in modo ricorrente nella storia.

Siamo un paese con l’Alzheimer: un paese che dimentica, che cancella immediatamente la memoria del suo passato.

La nostra storia: è proprio questa che lei giudica severamente…
Siamo un paese con l’Alzheimer: un paese che dimentica, che cancella immediatamente la memoria del suo passato. Guardate il film su Berlinguer: nessuno dei giovani intervistati all’inizio del racconto cinematografico mostra di sapere chi sia stato questo protagonista della nostra storia, neanche la studentessa universitaria di Sassari! E Berlinguer era di Sassari, e la sua vita appartiene a un passato molto recente… Ma noi dimentichiamo, e perciò il passato non passa davvero mai, e siamo sempre costretti a ricominciare da capo. Noi siamo trasformisti, non abbiamo mai fatto i conti con quel che siamo stati: i fascisti sono rimasti nell’apparato dello stato, il fascismo non è mai stato superato davvero.

libri var2In questo suo ultimo poliziesco, lei indica ripetutamente «il contesto» come responsabile dei fatti criminali di cui il commissario Soneri deve occuparsi: vuole spiegarci cosa intende?
Questo è un giallo atipico, dove non emerge con certezza il volto di un assassino, non è possibile attribuirgli nome e cognome; anzi, non è chiaro neanche se ci siano stati degli omicidi: ci sono tre morti, ma uno sembra quasi certamente un suicidio, gli altri potrebbero anche essere dovuti a un incidente o ancora una volta a suicidio. C’è una serie di cause ambientali tutte legate fra loro che conducono a quegli esiti: Gadda parlava di “gnòmmero”, il nodo, o groviglio, o gomitolo ingarbugliato di cause indistricabili; o anche di “depressione ciclonica”, di un vortice in cui tante forze convergono verso il punto in cui si determinano gli eventi. Avrei voluto intitolare questo romanzo proprio “Il contesto”, ma ci aveva già pensato Sciascia… Il titolo “La strategia della lucertola” (al quale l’editore ha premesso il richiamo al commissario Soneri) allude alla strategia del potere, che offre sempre un capro espiatorio alle richieste di giustizia, sacrificando, come fa la lucertola con la sua coda, il pezzo più debole per salvarsi. Il sindaco del mio romanzo è un fantoccio, come nella realtà molti sindaci ed assessori manovrati dagli industriali, scelti dai comitati d’affari per il loro appeal e la loro docilità: in questo ricalca la vicenda reale dell’ultimo sindaco di centrodestra di Parma travolto dai debiti e dagli scandali, un politico d’immagine, che alimentava con le sue spese eccessive la grandeur dei parmigiani finchè la reazione è divenuta inevitabile. Pizzarotti, che lo ha sostituito, rappresenta in realtà una minoranza dei cittadini di Parma: il ballottaggio col candidato di centrosinistra, che lo superava di gran lunga, lo ha vinto coi voti della destra che mai avrebbe consentito il ritorno della sinistra alla guida della città; ma la sinistra parmigiana è debolissima, specializzata nel farsi fare i goal a porta vuota. Pizzarotti è un sindaco che non ruba, ma si limita a tenere i conti sotto controllo, non ha un’idea di città. Non è un giallo rassicurante, questo. Se chi governa è corrotto, non bisogna dimenticare che è stato eletto da molte persone. La cosiddetta società civile, di cui incominciò a parlare Mario Segni invocandone la partecipazione come antidoto ai limiti della classe politica, in realtà è incarnata nella sua medietà dai suoi governi, che l’hanno sempre interpretata. Enzo Biagi diceva: Se volete capire perché scoppia una guerra, andate alle riunioni di condominio. E io l’ho constatato: anche per risibili motivi di conflitto, le persone più rispettabili son capaci di lasciarsi andare alle peggiori manifestazioni di inciviltà.

varesi 5La distinzione tra classe politica e società civile, però, può essere intesa non solo come opposizione tra civile e incivile, ma tra civile e militante: per me significava la distinzione tra i cittadini privi del sapere e della professionalità che la politica richiede, e una classe dirigente di specialisti con precise competenze, e passione e convinzioni. Che non è un aspetto disprezzabile se si è costretti ad affidarsi a qualcuno, no?
C’è anche questo, sì: il sindaco “proveniente dalla società civile” ha dovuto assumere un professore universitario per iniziare a capirci qualcosa dell’amministrazione locale. Un tempo c’erano le scuole di partito, e c’era stata la Resistenza a forgiare una classe dirigente: tutta una generazione di sindaci che erano stati comandanti partigiani ha amministrato in modo esemplare le nostre città. Ma quello era il mondo del «noi», oggi è il mondo dell’individualismo sfrenato, narcisista. E’ stato il liberismo della Thatcher a scatenare negli anni ’80 questo individualismo, a cancellare del tutto ogni idea solidaristica: non solo quella comunista travolta dalla implosione del sistema sovietico, ma anche quella liberale di Keynes, che era stata la risposta più razionale del mondo capitalista al bolscevismo. Anche questa però viene rifiutata per dare spazio alla finanza, al capitale che crea indebitamento e intossica il mercato con la speculazione. Così anche in Italia si afferma negli anni ’80 lo yuppismo, si pratica l’aggiotaggio, che fino agli anni 2000 non è stato considerato reato: si crea così una cerchia sempre più ristretta di affaristi che detiene il potere, rispetto alla quale la politica è solo mediazione o spettacolo. Chi denuncia e protesta viene considerato un pazzo, come Sgarzi, il personaggio del consigliere comunale emarginato che nel mio romanzo consente a Soneri di capire il contesto grazie alle stesse rivelazioni che fino ad allora aveva continuato inutilmente a gridare ad una città cieca e sorda. Anche questo è ispirato ad un personaggio reale, un impiegato licenziato dalla Cassa di Risparmio di Parma, che ne aveva svelato inutilmente gli intrighi. Tutto questo si accompagna a una decadenza culturale abissale: negli anni ’60 gli intellettuali che venivano invitati nelle sezioni del PCI per discutere con gli iscritti si chiamavano Luchino Visconti, Alberto Moravia… Oggi non c’è più alcuna apertura della classe politica verso il mondo della cultura, ma è solo attraverso una redenzione spirituale che se ne può uscire. E la bellezza, la cultura, possono avere questo ruolo.

Oggi non c’è più alcuna apertura della classe politica verso il mondo della cultura, ma è solo attraverso una redenzione spirituale che se ne può uscire.

Anche di questo racconta “La sentenza”, il suo bellissimo romanzo sulla Resistenza, nel quale lei assegna alla lettura di un romanzo, il Lord Jim di Conrad, la capacità di dare a un personaggio vile e disorientato gli strumenti per una presa di coscienza che lo riscatta moralmente, lo redime ai suoi stessi occhi e a quelli dei partigiani.
Questo può accadere perché la letteratura è la vita, i libri raccontano di noi, e lo fanno in essenza, e proprio in questo sta la loro efficacia, che è forte quanto quella dell’esempio di vita reale. Quella di Jim e di Bengasi, i due “partigiani per caso” protagonisti de La sentenza, è una storia vera: il primo era un detenuto di San Vittore al quale l’Ovra assegna il compito di infiltrarsi nella Quarantasettesima Brigata Garibaldi, operante sull’Appennino parmense: un piccolo delinquente, uno che non ha mai letto un libro in vita sua, che non sa neanche cosa sia un nome di battaglia e perciò si lascia assegnare il nome fittizio di Jim, scelto per lui dall’agente dell’Ovra giusto perché “suona” americano. L’altro è un detenuto fuggito grazie ai bombardamenti dal carcere di San Francesco a Parma, e rifugiatosi tra gli stessi partigiani, fra i quali crede di poter trovare l’eccitazione dell’azione: un personaggio un po’ futurista, ex della legione straniera, il cui individualismo entrerà presto in conflitto con la necessaria disciplina della brigata. Entrambi vanno incontro alla sentenza del tribunale partigiano. Jim sarà indotto a farlo, e questa è la mia invenzione di romanziere, dalla lettura di un libro che il comandante Ilio Cortese gli regala proprio perché il protagonista ha il suo stesso nome, il Lord Jim di Conrad. Costretto a nascondersi perché il suo doppio gioco è stato scoperto, l’infiltrato inizia per la prima volta in vita sua a leggere un romanzo e si identifica nel protagonista. Lord Jim infatti è un comandante alla Schettino, un vigliacco che si porta dietro la vergogna di aver abbandonato la sua nave e cerca in ogni modo di riscattarsi fino ad affrontare volontariamente la morte. Così anche Jim si consegnerà al tribunale partigiano: comanderà lui stesso il plotone d’esecuzione e morirà inneggiando alla Resistenza dopo aver lasciato tutto quel che gli rimaneva alla brigata Garibaldi, dimostrando così di aver assimilato pienamente il valore della solidarietà.

“Ilio” Cortese, da Caltanissetta, il giovane comandante partigiano che ha conosciuto Sciascia e Macaluso: anche lui un personaggio reale?
Certo, era allora un giovane comunista siciliano che avendo fatto a Parma il servizio militare ed avendovi frequentato l’Università, fu condannato a morte dal fascismo per la sua attività politica, e fuggì dal carcere nella stessa circostanza in cui era fuggito Bengasi, durante un bombardamento. Fu incaricato dal PCI del comando della Quarantasettesima e tornò in Sicilia dopo la Liberazione a dirigere il partito nella sua città.

Le Brigate Rosse, nel perseguire il loro progetto fuori e contro tutti i partiti istituzionali, divennero gli utili idioti

Nel suo romanzo Il rivoluzionario la riflessione dei protagonisti sulle cause della debolezza del progetto di rivoluzione comunista indica fra esse anche la mancata partecipazione del Sud alla Resistenza. Eppure fu proprio in Sicilia che nell’immediato dopoguerra la vittoria elettorale delle sinistre unite scatenò la feroce reazione di Portella delle Ginestre.
Che ci fosse un antifascismo meridionale, che nel dopoguerra si esprimesse un forte movimento di lotte popolari nel Sud è un fatto che non contraddice la realtà di una Resistenza armata limitata alle regioni occupate dai Tedeschi dopo l’armistizio. Ma soprattutto, è stata la collocazione dell’Italia nel blocco occidentale dopo Yalta a determinare l’impossibilità di un progetto rivoluzionario. Attraverso la storia di un personaggio immaginario, Oscar Montuschi, racconto quel PCI bolognese, il più forte partito comunista dell’Occidente, che pure dovette progressivamente ripiegare su un progetto riformista. Perché quel partito era “come un orzaiolo nell’occhio di Truman”. Così Oscar convoglia il suo impegno per un mondo più giusto nel movimento cooperativo, nell’intento di realizzare un mondo dove si possa essere “contemporaneamente padroni e lavoratori”. Dopo aver subito il famoso attentato che avrebbe potuto scatenare una insurrezione armata, fu lo stesso Togliatti, forse per impulso dello stesso Stalin, a dare l’ordine di “mantenere la calma”: gli USA non avrebbero mai permesso una vittoria dei comunisti in Italia. Anzi, non intendevano permettere neanche il successivo progetto di “compromesso storico”, l’alleanza che la DC di Moro avrebbe voluto avviare coi comunisti. Le Brigate Rosse, nel perseguire il loro progetto fuori e contro tutti i partiti istituzionali, divennero gli utili idioti al servizio di quello che le troppe incongruenze, i troppi misteri legati al rapimento e all’uccisione di Moro rivelano come un complotto organizzato da Servizi Segreti: in realtà fecero il gioco della destra democristiana più reazionaria, quella di Cossiga e Andreotti, e di quegli Stati Uniti che avrebbero sempre preferito per l’Italia una soluzione autoritaria. Non per nulla le probabilità che si riapra il processo per la morte di Moro sono oggi abbastanza alte. La stagione delle bombe, su cui si conclude il romanzo Il Rivoluzionario, è il risultato dell’impossibilità per l’Italia di scegliere una strada diversa da quella che le era stata assegnata alla fine della guerra.

images varesi2Tanto più doloroso è constatare la miseria del presente se la si confronta con un passato così ricco di potenzialità: come è possibile che proprio quella Parma che rappresentava un modello di democrazia e di buon governo sia diventata oggi quel regno del malaffare che lei racconta attraverso le inchieste di Soneri?
Per citare ancora Sciascia, ricordate Il Giorno della Civetta? In quel romanzo, lo scrittore aveva voluto immaginare a contrasto coi mafiosi un carabiniere di Parma, il capitano Bellodi, e lo spiegava proprio come un suo omaggio alla città che lui considerava modello di libertà, di fierezza civica. Il fascismo a Parma aveva trovato una opposizione leggendaria, tanto che i Parmigiani avevano scritto su un ponte del loro fiume, in dialetto: «Balbo, hai attraversato l’Atlantico, ma non attraverserai la Parma». Il fascismo, quello sostenuto dagli agrari, la cui ascesa è così ben raccontata da Bertolucci in Novecento, era un fatto minoritario, che faceva ricorso alla violenza proprio perché il movimento contadino era tanto forte da riuscire ad imporre contratti agricoli inimmaginabili in altre regioni. Ma la struttura industriale nel Parmense è sempre stata di tipo familiare, e sono stati progressivamente gli interessi di queste poche famiglie ad imporsi. Scomparse le definizioni ideali, rimane solo un mondo tecnico da far funzionare; e in una società di tecnocrati anche le posizioni etiche, la critica, la cultura, tendono ad eclissarsi.

Quel mondo contadino ormai scomparso è presente ne La sentenza con la sua energia e coi suoi valori, ma non è presente col suo linguaggio: andando un po’ controcorrente, lei non usa quasi mai il dialetto. In quest’ultimo romanzo, però, sembra pensare che si possa riservarlo ad una sfera di intimità, o addirittura che si possa desiderare di “parlare in dialetto come se fosse la lingua di un’altra città possibile”. Ci vuol parlare di questo suo rapporto col dialetto?
Scrivere il mio dialetto non è facile, perché non ha una tradizione letteraria, non ci sono scritti che possano far testo come nel napoletano, nel veneziano, nel siciliano o nel romanesco. E poi non esiste nemmeno un solo dialetto parmigiano, c’è quello della pianura e quello della collina. Il dialetto è una lingua pratica, concreta, un linguaggio molto preciso che ha un nome per ogni cosa, ma corrisponde a un mondo e a un modo di pensare, e in alcuni contesti ne senti l’estraneità. Il parlato dialettale è stato vittima di un cambiamento sociale che lo relegava tra i residui di un passato di cui vergognarsi: negli anni settanta si è praticamente estinto. Ricordo come mi vergognavo del dialetto di mia madre quando gli impiegati comunali la correggevano rimarcando una loro presunta superiorità sociale raggiunta attraverso l’acquisizione della lingua ufficiale. Anche i maestri ci correggevano. Eppure il dialetto è il sostrato vivo della lingua, anche e soprattutto in letteratura: nella lingua di Gadda c’è un impasto di tutti i dialetti che innervano l’italiano e lo rendono espressivo. 

Nei suoi romanzi è molto presente il paesaggio: la sua Parma sembra una città di acque, col suo fiume, la neve, la nebbia. E si sente che lei, come Soneri, la ama molto: è così?
Sì. Soneri conosce ogni angolo di Parma, ha un rapporto quasi fisico con le sue pietre, le sue arenarie, i suoi marmi, ama la città di notte, silenziosa, che ti permette di avere un rapporto con la sua storia. La nebbia, poi, è il correlato oggettivo del suo stato d’animo, oltre ad essere anche qualcosa di vitale, perché se tu non vedi devi immaginare, diventi visionario: Alessandro Tassoni, l’Ariosto, il Boiardo, ma anche Guareschi, gli scrittori emiliani sono dei visionari.

C’è, ne La strategia della lucertola, un altro personaggio che come Soneri ama la notte, ed è un artista, un pittore, o meglio un falsario. Che tuttavia è uno dei pochi personaggi positivi in quel contesto…
Il pittore Valmarini è il personaggio che ho amato di più in questo romanzo: lavora su commissione per fornire ai ricchi copie perfette di grandi opere d’arte che questi pretendono di esibire come autentiche, per accreditarsi falsamente come intenditori. Lui invece sa di essere un semplice artigiano, sa che l’arte vera non è la tecnica, ma l’idea, e perciò risulta essere, lui falsario, l’unico sincero.

Ma come è nato Soneri? È ispirato ad un personaggio reale?
Soneri nasce nel ’98 dopo la scomparsa da Parma della famiglia Carretta: una scomparsa misteriosa riguardo alla quale seguivo l’ipotesi, contraddetta anni dopo nella realtà, della fuga col malloppo, i soldi in nero della ditta in cui il padre lavorava come cassiere. Ne feci un romanzo, Ultime notizie di una fuga, che venne chiamato un “fiscal thriller”, e cercai per quella indagine un investigatore che non fosse né un carabiniere, né un investigatore privato. Mi ispirai al capo della Squadra mobile di Parma in quegli anni: un personaggio riflessivo, che voleva capire quella criminalità vestita da Armani, con la cravatta, la valigetta; uno che si scocciava quando occorreva andare a sparare al poligono. Soneri è un contemplativo: attende, mentre il tempo porta a lui il sedimento dei fatti.

 


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