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 facebook like thumb

 Pasquale Barbella ha un rapporto movimentato con il social network più affollato del pianeta. Bannato 3 volte — per errore o per “nudo” — ci racconta la sua storia di bandito recidivo.

Sono evaso dall’adolescenza parecchi anni fa, ma posso dire di non aver ancora commesso crimini – veri o presunti – tali da incuriosire i magistrati. In compenso, la mia fedina Facebook è così lercia da esigere un programma intensivo di lavaggio.

Intensivo: perché mi hanno bandito (bannato non mi piace) ben tre volte da quando frequento il network asociale più affollato del mondo. La prima volta con un’accusa rivelatasi falsa. La seconda e la terza per aver pubblicato dei nudi. Tutti e tre i casi, come vedremo, sono bizzarri e inquietanti.

 

David Michelangelo censurato

Campagna pubblicitaria Levi’s, anni settanta.

 

Ai tempi del primo bando, durato più d’un mese e risoltosi dopo estenuanti indagini compiute da amici solidali presso un’équipe di Facebook assai reticente, si scoprì che ero stato denunciato da una congregazione cattolica romana per aver pubblicato contenuti offensivi. Richiesti di specificare a quali contenuti si riferissero esattamente, accennarono vagamente a un post insultante nei confronti del loro fondatore o ispiratore, un sacerdote o teologo a me del tutto ignoto. Non era vero. Né io né i miei friends avevamo mai pubblicato nulla del genere sulle bacheche di mia competenza (ne curo diverse; quella nel mirino degli integralisti romani era Advertown, un gruppo interessato alla pubblicità). Probabilmente il mio account era stato confuso con altri, per ubriachezza di algoritmi o di algoinquisitori. 

La persecuzione di allora sollevò proteste nel mio modesto entourage: la parola più gridata fu “censura”. Amici più posati spiegarono che non si trattava propriamente di censura: Facebook è un’impresa privata con regole sue, e se vuoi stare in casa sua devi osservarle. Non faccio fatica a concordare con questa opinione. Una sera sono stato a cena da amici che pretendevano, dagli ospiti, di togliersi le scarpe all’ingresso del loro appartamento e indossare un paio delle pantofole allineate presso la soglia. Nel farlo, decisi che non avrei accettato ulteriori inviti a cena da quella coppia: mi era molto cara, ma le pantofole le indosso solo a casa mia, alle 21 in punto, quando mi siedo in poltrona per vedere un film su Sky. Senza scarpe in casa d’altri mi sento a disagio, anche quando non dovrei. Ma riconosco che ogni casa o chiesa ha il diritto di ritagliarsi una liturgia su misura, così come ogni ospite ha il diritto di non accettarla e di portare le sue scarpe altrove.

 

 Maja vestida Prado

Francisco Goya, La maja vestida, 1800-1897. Museo del Prado, Madrid.

 

E allora dov’è lo scandalo?

La censura non c’è, ma l’odore di scandalo sì, ed è sgradevole e persistente. Sconcertante non è la censura, ma la delazione. Qualcuno si prende la briga di accusarti di oscenità o blasfemia, ed ecco che la polizia degli algoritmi ti salta addosso come un esercito di spermatozoi in missione uterina. E siccome dagli algoritmi non puoi pretendere il discernimento che – a torto o a ragione – ti aspetti dai tuoi simili, sarai punito sia per non aver commesso alcunché, sia per aver pubblicato una maja desnuda o un Davide senza mutande, così turbando i sonni di un oscuro nemico di Goya o Michelangelo.

Dopo l’attacco della santa inquisizione di cui ho detto, trascorrono due o tre anni di quiete finché, subito dopo il massacro di Charlie Hebdo, la mia bacheca è presa d’assalto a ripetizione. Due avvisi di reato a distanza ravvicinata, come se avessi pubblicato vignette anti-islamiche o altro materiale scottante. Di buono c’è che, diversamente da quanto avveniva in passato, Facebook – pur tacendoti il nome dell’accusatore – ti dice subito di che cosa sei accusato. Adesso si tratta di due nudi. Una scultura in polivinile di John De Andrea, iperrealista di Denver accreditato alla Documenta di Kassel e alla Biennale di Venezia. E un vecchio annuncio pubblicitario della Saatchi & Saatchi di Londra, pubblicato senza problemi dai mass media del 1985 e rifiutato vent’anni dopo dalle anime pie del sottobosco digitale.

 

witches tl

Matthew Hopkins, The Discovery of Witches, 1647, Londra. Manuale di caccia alle streghe.

 

Giuda gratis

Nel momento in cui scrivo sono ancora agli arresti domiciliari virtuali: posso contemplare le mie pagine Facebook ma mi è proibito infilarci post o commenti di qualsivoglia natura. Le ventiquattr’ore di detenzione sono ormai trascorse, ma gli algoritmi di guardia se la prendono comoda. Hanno selfie e cagnolini di cui occuparsi: per sfilare le manette a un perverso spacciatore di entartete Kunst c’è sempre tempo.

Ci sono molte cose che non comprendo. Ho un nemico? Uno che si è votato alla canonizzazione della mutanda e del reggiseno, esprimendo la sua visione del mondo e della biancheria intima in modo truce e vendicativo; o semplicemente un burlone che si prende gioco di me e di Facebook, profanandone le libertà più innocue ed elementari? Chi è il delatore o la delatrice che mi tradisce per zero denari? Apprendista del terrore o del grottesco? Una regina Vittoria di passaggio o un Giuda in vena di sconti?

Che si tratti di pruderie o di goliardia, opporre una barriera alla raffigurazione del nudo (attenzione: nudo, non porno) ci porta così indietro che più indietro non si può. Non è questione di secoli o millenni, ma di patologico ritardo mentale. In più, c’è l’orribile compiacimento della delazione (hai sgarrato e ti “segnalo”) – il cui movente non può che essere torbido.

La delazione non ha nulla a che fare con la testimonianza giuridica. Se hai visto il tuo vicino uccidere o rubare, hai il dovere e l’obbligo di informarne gli organi competenti. Ma se denunci l’ebreo alla Gestapo, per eccesso di zelo o per occupare l’appartamento della vittima, sei un emerito bastardo. E quando, senza scomodare i flussi più demenziali e crudeli della storia, denunci agli algoritmi la semplice apparizione sul web di una statua o di una fotografia senza vestiti, sei fesso e basta; un fesso pericoloso nell’esercizio di un potere – quello, appunto, della delazione – che apre allarmanti scenari sul destino potenziale del Louvre e della Cappella Sistina, degli Uffizi e del British Museum, se quel potere un giorno si estendesse alla vigilanza di luoghi più ospitali di Facebook.

 

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Jean-Paul Laurens, Il papa e l’inquisitore, 1882. Musée des Beaux-Arts, Bordeaux.

 

Fuggire dai social network?

Dicevo che le case hanno regole, e se queste non ti vanno a genio sei libero di starne alla larga. In effetti ogni tanto mi chiedo se abbia un senso coltivare Facebook. Che ci faccio in mezzo a tutti quei selfie, quei gattini così simpatici, quei fiorellini e quelle massime morali così edificanti e al tempo stesso così scontate? Che ci faccio tra quelle interminabili discussioni e flames deflagranti fra guelfi e ghibellini del presente, tra quelle opinioni fulminee e quegli schieramenti guerreschi, quelle certezze assolute che non lasciano spazio al minimo dubbio, quelle convinzioni di stare sempre e comunque dalla parte del bene anche quando il bene non si sa esattamente dove sia andato a cacciarsi? Che ci faccio tra i beati della festa di ieri e i tifosi del match di domani, tra quei concetti intensissimi ma esposti con il guizzo istantaneo della frusta, fra tutta quella saggistica sprint esposta in due o tre righe definitive, come se le sorti del mondo dipendessero da un collettivo scambio di tweet e sms?

Non faccio il maestrino; ho ceduto anch’io alla tentazione di commentare l’attualità e la politica, l’ho fatto per lungo tempo, ho partecipato, protestato, dato e ricevuto. Ma poi sono diventato più guardingo e silenzioso, perché mi è parso che la rapidità del battibecco, la simpatia della battuta, la sentenza sparata sull’emozione del momento non fossero strumenti adeguati a commentare seriamente la complessità del mondo che ci circonda, sempre più indecifrabile e contraddittorio. Mi stanca riascoltare o rileggere luoghi comuni (che, confesso, spesso sono stati anche miei) e analisi ideologiche, sociologiche, dietrologiche magari di tutto rispetto, ma non condensabili nel metro consentito da Facebook. Non si può giocare a fare gli Spinoza e nemmeno i Travaglio mentre si corre a trecento all’ora sulla pista di Indianapolis, perché o si dice una sciocchezza o si sbanda.

Non mi sono mai iscritto a Twitter e credo che mai lo farò: amo la concisione ma non mi fido della brevità. Si può essere concisi anche con duecento pagine, se ogni parola è necessaria; ma la brevità è altra cosa dalla concisione: anzi la contraddice sfacciatamente, perché in 140 battute si possono esprimere solo pensieri privi di necessità e vuoti di valenze. 140 battute possono servire solo ad esprimere – in modo generico – l’approvazione e la disapprovazione, l’eureka e l’insulto. 140 battute sono, paradossalmente, fin troppe se si accetta fino in fondo la logica di Twitter.

In Facebook mi era sembrato invece di intravvedere opportunità allettanti. C’è chi lo usa in modo singolare rispetto alla maggioranza; qualcuno se ne serve per rendere al prossimo un servizio addirittura educativo, come fa – tanto per citare un esempio – Alfredo Accatino col suo Museo Immaginario. Alfredo pubblica opere di artisti poco conosciuti, documenti sull’evoluzione del costume e sulla pop culture; è un divulgatore molto seguito, e c’è sempre qualcosa da imparare dalla sua bacheca (e dal suo blog, cui la bacheca rimanda). Altri pubblicano materiale visivo interessante, di propria o altrui produzione. Insomma Facebook, come e meglio di altri contenitori online, è un medium teoricamente aperto a tutto e al contrario di tutto: all’espressione personale, senza distinzione tra alta e bassa cultura; ci puoi trovare la salsiccia alla griglia ma anche John De Andrea, se non interviene il rompiballe a guastarti la festa.

 

Falconetti

Renée Falconetti in La passion de Jeanne d’Arc di Carl Theodor Dreyer, 1928, capolavoro del cinema muto.

 

Nei primi tempi ho creduto di poter usare Facebook come un archivio di opere e idee da condividere con altri. Ambizione utile, soprattutto per me, perché mi imponeva di approfondire argomenti e ricercare elementi visivi di supporto; un modo come un altro per continuare a studiare, informarmi, aggiornarmi. Pubblicavo valanghe di album illustrati sui temi più svariati, come spinto dall’ossessione di sistemare cognizioni in un database al servizio mio e della comunità. Poi ho capito che era un lavoro assolutamente inutile; Facebook è l’opposto di un archivio; non lo si frequenta per andare a caccia di sedimenti ma per dire o cogliere qualcosa hic et nunc. Il post di due ore fa è morto e sepolto, quello di ieri è in decomposizione, e figuriamoci quello dell’altro ieri.

In parte disilluso, a un certo punto ho spostato l’attenzione da Facebook ad altri canali, dedicandomi a YouTube e soprattutto a Dixit Café, il blog che in questo momento stai visitando (Barbella ci autorizza a riprendere i suoi post, ndr). Posso dire e fare quello che mi pare, senza risparmio di parole e di battute; dilungarmi se lo ritengo necessario, e persino se lo ritengo superfluo, perché questa – a differenza di Facebook – è casa mia, anche se ne sono solo l’affittuario (spero che la piattaforma che uso, Blogger, non si metta ad architettare qualche scherzo contro di me).

Facebook, però, mi serve ancora, se non altro per promuovere i miei post sul blog; dalle statistiche risulta infatti che all’origine del traffico su Dixit Café ci sono soprattutto gli avvisi pubblicati su Facebook. Oddio: posso sempre domandarmi a che diavolo mi serva un blog. E rispondermi, come faccio ogni giorno: mi serve per raccontare qualcosa a qualcuno. Se non racconto qualcosa a qualcuno, vado a letto scontento.

Mi sembra una buona ragione per insistere. E anche se non fosse una buona ragione, chi se ne frega.

 

Pubblicato con il titolo Selfie e ghibellini su Dixit Café interpab.blogspot.it

 


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