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Speciale 70° della Liberazione. Come passare alle giovani generazioni il testimone della memoria e della lotta per i valori della democrazia?  Ne parliamo con Gianluca Alzati, insegnante e scrittore.

 

 Che la scuola possa rimanere anche al tempo di Internet il luogo privilegiato della trasmissione del sapere e, attraverso esso, dei valori in cui una società democratica si riconosce è, come tutto ciò che alla democrazia è legato, tutt’altro che una certezza acquisita. E che non sia possibile trasmettere delle convinzioni, degli orientamenti profondi attraverso stanchi rituali e svogliate routine è di tutta evidenza: occorrono fede ed  entusiasmo, fiducia nei giovani, vicinanza e attenzione al loro mondo emotivo, alla loro vita “segreta”, conoscenza dei loro interessi e rituali sociali  e autentico rispetto per la loro delicata realtà di persone in formazione, voglia di trovare in ogni modo la strada per arrivare a loro. Qualità non certo ordinarie,  che ritrovo  in maniera esemplare negli insegnanti di cui racconta il libro Piccola staffetta, appena uscito per i tipi di Bellavite: un libro scritto proprio da un insegnante  per i ragazzi, affinché possano riconoscersi in una storia che parla di rapporto fra le generazioni attorno al grande tema della Resistenza al nazifascismo. Tema che non viene declinato solo al passato, ma attualizzato, calato nella realtà viva di ciascuno dei protagonisti: ragazzi e insegnanti. Un libro appassionato, una testimonianza del fatto che la Resistenza continua: che cos’è, infatti, un insegnante che non si rassegna ad una scuola-diplomificio, che non vede nell’alunno solo un “utente” e dunque non percepisce il suo compito come quello di un semplice addetto ad un servizio pubblico, se non un combattente di una indispensabile Resistenza umana e democratica?

Piccola Staffetta Cop per sitoL’autore di Piccola staffetta si chiama Gianluca Alzati, vive e lavora in Brianza, e alla Brianza, alla sua storia ed ai ragazzi  ha dedicato tutti suoi libri, nonché le sue canzoni. Ha già raccontato di sé e del suo lavoro ai lettori di Vorrei, nella bella intervista di Azzurra Scattarella del 2011, al quale rimando per la  presentazione.

Oggi è di questo nuovo libro, che opportunamente si propone nel settantesimo anniversario della liberazione, che vorrei parlare con lui.

Di vicende legate al fascismo e alla lotta di liberazione in Brianza  hai già raccontato in due precedenti romanzi: da cosa nasce il tuo bisogno di proporre ai ragazzi questi argomenti?
In effetti c’è un sottile filo rosso che collega i miei primi due libri (Il mistero della vecchia chiesa abbandonata e La vendetta dei Lupi neri),  piccoli romanzi storici ambientati nella primavera del 1945, a quest’ultimo; ma sono passati quasi dieci anni dalla prima pubblicazione ed è tornata viva in me l’esigenza di provare ad attualizzare il forte messaggio che ci viene da quel periodo, la Resistenza, così importante per il nostro Paese: l’esigenza di parlare ai giovani in modo non retorico, non agiografico, ma il più diretto e chiaro possibile di cosa è stato perdere per vent’anni la libertà con la dittatura fascista e quale grande regalo ci hanno fatto i partigiani con la loro lotta civile e morale e il prezzo pagato per riconquistarla.

Anche fra i protagonisti del tuo romanzo, come nella realtà della nostra scuola, ci sono ragazzi che non sono nati né in Italia né in Europa, che provengono da altri continenti e altre culture, per i quali la Resistenza è un fatto lontano non solo nel tempo: come pensi che possa parlare anche a loro questa “memoria”?
È vero, ho provato a raccontare le classi multiculturali di oggi, la loro ricchezza, l’apertura mentale che portano alla nostra società, ma anche le difficoltà di un momento di transizione, di crisi economica, ma anche di consumismo, di disfattismo, di pregiudizi e di facili capri espiatori. Io credo molto nella consapevolezza delle proprie radici.  Questi ragazzi, che io chiamo i nuovi fratelli d’Italia, sono stati sradicati da piccoli dalla loro terra oppure sono nati qui, ma a casa con le loro famiglie magari non parlano l’italiano e guardano la televisione dei loro paesi d’origine: c’è dunque un bisogno profondo di condivisione di valori comuni e di esempi alti ed edificanti da proporre loro, di qualunque cultura e religione essi siano, senza aver paura di snaturarli o non rispettarne le diversità. La Resistenza, se la sappiamo comprendere a fondo, ci offre le sementi da piantare insieme, da qualunque luogo si provenga, per evitare i dissesti idrogeologici, presenti e futuri, della nostra società.

Nel tuo nuovo romanzo vengono messi in campo tutti gli strumenti possibili per permettere ai ragazzi di saperne di più sulla Resistenza: le testimonianze dirette, le targhe commemorative, i ritrovi festosi e quelli più istituzionali, il Bosco della Memoria…, senza disdegnare neanche l’uso consapevole di Wikipedia. Ma cos’è che davvero “funziona” meglio? A quali condizioni?
Non lo so neanch’io quello che funziona meglio. Sicuramente l’esperienza diretta, il contatto con le persone, i luoghi, le testimonianze, lasciano un’impronta forte nella memoria e nel cuore, ecco perché propongo ad esempio la biciclettata partigiana: un percorso alla scoperta dei luoghi tragici, ma anche festosi ed epici, fatto in modo non passivo e solo cerimoniale, ma pedalando per la città, sia essa Monza, come nel libro, ma anche Milano, Roma o Napoli, con il naso all’insù, guardandosi in giro e cercando le tracce dei partigiani, come in una caccia al tesoro. Per fare ricerca storica di documenti non escludo nessuno possibilità: ottimi i libri, che prediligo sempre, ma perché non sfidare i ragazzi a utilizzare in modo produttivo anche quegli strumenti multimediali sui quali smanettano come dei pazzi per tutto il giorno? L’importante è che ci sia sempre la guida consapevole di un adulto che sappia indicare la bussola, lasciando andare i ragazzi alla scoperta  dell’ignoto, ma facendogli sentire ogni tanto la mano sulla spalla per motivarne i passi di fronte alle difficoltà del percorso e magari perché no? Pedalando insieme a loro!

E magari anche cantando insieme?
Certo, la musica è un possibile strumento di condivisione passionale di messaggi, infatti, udite, udite, è in uscita il nuovo disco della nostra Controvento acoustic band, che si intitolerà "Normalmente diversi". Racconterà storie di coloro che vengono considerati ai margini della società, con il classico stile folk rock, ma con la partecipazione del coro della mia scuola, più di cinquanta ragazzi e una canzone finale remix quasi da discoteca che non mancherà di stupire il nostro pubblico!

Insegni da qualche anno ormai, e sei stato a tua volta uno studente non troppo tempo fa… Trovi che sia cambiato nel tempo il rapporto dei ragazzi e degli insegnanti con la conoscenza della Resistenza?
Grazie per il non troppo tempo fa! In realtà dai miei tempi, cioè dagli anni Ottanta, quando io frequentavo le scuole medie o le superiori, le cose sono cambiate tantissimo e non solo perché adesso scriviamo sulle lavagne interattive multimediali (LIM) e non più solo con il gesso. E non penso nemmeno, come molti,  che la scuola vada sempre peggio, anzi. Trent’anni fa ad esempio, almeno nella mia personale esperienza, di Resistenza si parlava molto poco, se non come uno dei tanti argomenti trattati in storia, un minuscolo episodio all’interno della pallosissima Seconda guerra mondiale, come direbbe Marco, protagonista del mio romanzo. Oggi, soprattutto da quando sono entrato in contatto con l’A.N.P.I. (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) ho scoperto tantissimi insegnanti preparati e appassionati, che ce la mettono tutta ad aiutare i ragazzi a conoscere la natura profonda della lotta per la libertà della Resistenza e non solo con lo studio della storia, ma anche attraverso l’arte, la musica e addirittura… l’educazione fisica! A volte lo studio di un personaggio come l’atleta Jesse Owens, afroamericano, vincitore di quattro medaglie d’oro all’Olimpiade di Berlino del ‘36, spiega molto meglio di tanti discorsi la follia di una teoria razzista come quella della superiorità degli ariani.

 

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A proposito di testimonianze dirette: in che modo è entrata nel tuo progetto di scrittura Lidia Menapace, staffetta partigiana in quei giorni della sua adolescenza, chiamata nel tuo romanzo a passare il testimone ai ragazzi protagonisti del libro? E perché proprio lei?
Lidia è entrata in questo progetto nello stesso istante in cui l’ho conosciuta. Nella primavera del 2013 mi è capitato di sentirla parlare in un incontro pubblico proprio sul 25 Aprile. In quel periodo stavo da tempo cercando una storia per imbastire un libro per ragazzi sulla Prima guerra mondiale, anche in previsione del centenario. Ma le storie non nascono a comando e l’ispirazione non arrivava. Quando ho sentito parlare questa giovane novantenne, con la forza delle sue parole, con la schiettezza dei suoi racconti, come quando lamenta il fatto che alle donne partigiane non fu permesso di sfilare a Milano in piazza con i loro compagni, perché chissà cosa ne avrebbe pensato la gente, ho capito che avrebbe dovuto essere lei la protagonista del mio prossimo romanzo. Le ho chiesto se voleva diventare personaggio vero in un contesto di finzione letteraria e lei ha subito accettato, divertita e entusiasta dell’idea. Poi ci siamo scritti,  abbiamo fatto filmati e registrazioni, sono stato anche ospite da lei a Bolzano: avevo bisogno di assorbire la freschezza del suo modo di raccontare, sempre con le parole giuste al momento giusto, per provare a farla apprezzare ai ragazzi. La Resistenza al femminile è molto poco conosciuta, invece le staffette, le partigiane, le ragazze di oggi come di allora, devono essere in prima file per passare il testimone alle generazioni future.

Vedere la scuola, e lo studio della storia in particolare, ma anche gli insegnanti e gli adulti in genere, dal punto di vista dei ragazzi  (come la tua narrazione in prima persona e  a più voci consente), produce un effetto di sano realismo: sappiamo fin dall’inizio che i ragazzi cercano di cavarsela senza studiare, che amano la scuola quasi esclusivamente come luogo d’incontro coi coetanei, che il loro atteggiamento abituale è di “resistenza passiva”, quando non di contrapposizione, agli adulti. Insomma, nessuna illusione;  ma pian piano ciascuno di loro rivela la sua realtà più complessa, e con essa le proprie potenzialità di essere umano in formazione. Da cosa trae alimento questa tua fiducia nei ragazzi?
La mia fiducia deriva proprio dall’esperienza diretta, dalla conoscenza quotidiana che, come dici tu, rivela a poco a poco le potenzialità insite in ogni essere umano. Quando tutti gli anni a settembre entro in aula e conosco la mia nuova classe prima, ho di fronte una trentina di volti nuovi di ragazzini e ragazzine a me sconosciuti, che mi guardano con qualche timore, ma anche con molte speranze. Nel corso dei successivi tre anni le nostre mattinate di scuola si arricchiscono di contenuti, di frasi, di pensieri, esperienze, positive, ma anche negative che alla fine hanno trasformato loro, ma anche me in qualcosa di diverso da come tutto era cominciato e tutto questo mi piace farlo riverberare nei miei libri: chissà quanti ex alunni, leggendo Piccola staffetta ritroveranno qualcuna delle loro riflessioni, tratti del loro carattere, battute di spirito e solenni sgridate, perché, in fondo cosa c’è di più reale della finzione letteraria?

20150303 speciale liberazione“Piccola staffetta” mi è sembrato non solo un romanzo di formazione adatto ai ragazzi delle medie, ma anche una sorta di manuale pratico di pedagogia democratica applicata, utile ai loro insegnanti.  Tu come lo hai concepito? A chi ti rivolgevi soprattutto nel raccontare questa breve e intensa vicenda educativa?
Questa domanda mi fa particolarmente piacere perché dimostra che hai compreso molto bene qual era la mia intenzione sotto traccia quando ho tessuto la trama del romanzo. La storia è infatti apparentemente dedicata e scritta per i ragazzi, in realtà ha l’ambizione di parlare soprattutto ai loro insegnanti, educatori e soprattutto ai genitori. Questo è particolarmente evidente quando la voce narrante è quella del professore che racconta le vicende dei ragazzi con il punto di vista dell’adulto, ma si può cogliere anche dalla pluralità dei punti di vista dei giovani protagonisti che mettono in risalto la complessità del loro mondo in un momento in cui non sono più girini, ma non sono ancora diventati rane nello stagno della vita! Prendi ad esempio un personaggio negativo come Ciccio-Benza, un energumeno pluribocciato, volgare e prepotente. Chi non ha avuto in classe o come compagno di classe di suo figlio un personaggio così? Bene, di fronte a queste situazioni abbiamo due opportunità: o maledire il momento in cui ci è capitato di incontrarlo, contando i giorni che mancano alla fine dell’anno, o cercare di trovare delle strade per tirare fuori il meglio di lui, cercando un dialogo e la valorizzazione del positivo di chi dalla vita ha spesso preso solo pesci in faccia. È più faticoso, ma spesso molto più soddisfacente, da tutti i punti di vista.

L’insegnamento che Marco e i suoi compagni trarranno non solo dalle molte occasioni di conoscenza che vengono loro offerte, ma anche dall’intreccio e dagli sviluppi di molte situazioni  personali e familiari difficili, riguarderà anche il senso ultimo della lotta di Liberazione, come lotta ai pregiudizi e alle ingiustizie, da vivere concretamente e quotidianamente. Non hai temuto che questa “densità” di temi risultasse un po’ eccessiva e che l’esito finale potesse apparire eccessivamente ottimistico?
Certo, è molto ottimistico, in effetti spesso le cose non vanno come ho raccontato nel romanzo e le buone intenzioni non si trasformano in fatti e realtà. Quello che volevo realizzare con questo libro era una sorta di incitamento a non arrendersi di fronte alle avversità: se non si sono arresi i partigiani oppressi dalla dittatura nazi-fascista, perché dovremmo arrenderci noi che viviamo in una società democratica garantita dalla Costituzione più bella del mondo? Forse alcune delle idee, delle emozioni, dei valori che ho cercato di trasmettere in questo libro, attualmente sono dei sogni, ma anche la fine dei campi di sterminio, della discriminazione razziale, della guerra, erano un sogno, ma il 25 Aprile del 1945 sono diventate realtà e questo non dobbiamo dimenticarcelo mai.

 

 


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