Questo sito utilizza cookies, anche di terze parti. Per proseguire devi accettare la nostra policy cliccando su “Sì, accetto”.

Print Friendly, PDF & Email

 20150316 6 Linfoart PieroMarellieAlbertoCasiraghy

Intervista al poeta. Il rapporto tra noi e i classici, la responsabilità del poeta e, ancora e ancora,  di necessità della poesia.

Nella foto (tratta da linfoart.blogspot.it) Piero Marelli e Alberto Casiraghy

Piero Marelli, poeta e traduttore di poeti, autore di più di cinquanta pubblicazioni, e di un Poema cinematografico (Antigone, libro e dvd, edito da Lieto Colle), tipografo per professione e oggi solo per passione, curatore di spettacoli teatrali, antologie e  convegni, presidente di premi letterari, insignito a sua volta di prestigiosi riconoscimenti, continuamente e appassionatamente impegnato in nuovi percorsi poetici che dal passato più o meno recente, dalla grande tradizione letteraria europea, traggono alimento per rivolgersi al presente. Noto come poeta in dialetto brianzolo, ha dedicato  e dedica molta parte della sua produzione, anche in lingua, alle grandi figure del mito e del teatro classico, rivissute in termini contemporanei con fine sensibilità e grandissimo amore: da Antigone e Edipo a Cassandra e Alcesti, fino all’Agamennone e alla Clitennestra della “Orestea dei fuochi” di prossima pubblicazione. E’ con lui che desidero parlare dei tanti temi legati al ruolo che può e deve avere la poesia nella nostra società, per proseguire nella riflessione che anche altri poeti attivi oggi in Brianza ci hanno permesso di svolgere sulla nostra rivista.

 C’è in molta parte dei tuoi versi, mi sembra, come una naturale destinazione verso il teatro, verso la recitazione: il loro  ritmo, il rimando di personaggi e vicende al teatro classico, la struttura di testi come l’”Edipo a Verano”, dove un personaggio dialoga con un coro, sembrano fatti per la rappresentazione pubblica, più che per la lettura privata. E’ così? E in che misura questo ha a che fare con la natura della poesia contemporanea?
In parte la misura teatrale dei miei versi ha a che fare con la mia formazione e cultura teatrale, con la mia esperienza alla  scuola di teatro con insegnanti come Roberto Rebora; è lì che ho incontrato le figure che ritornano nella mia poesia. Il primo approccio è la lettura personale, ma la parola detta, recitata, ha un fascino che mi ha conquistato proprio da allievo di teatro. Al di là di questo, c’è anche la misura teatralizzante del verso che tanta poesia contemporanea ha messo in azione. Da Eliot a Auden, per esempio, c’è tanta poesia che, letta bene, diventa inevitabilmente un atto teatrale, perché ha nel suo DNA segreto la misura recitante, se possiamo dire così.

Ho la consapevolezza, etica e culturale, che i miti devono restare miti, non possiamo privarli della loro natura simbolica per calarli nella realtà.

 La destinazione della poesia alla fruizione pubblica più che a quella privata è un modello che proviene dalla civiltà classica, no? Che convocava la comunità a riflettere sui miti antichi, attraverso la poesia, nel grande rito collettivo del teatro.
Il modello greco è ancora attuale: non solo perché lì si trovano le nostre radici, ma anche perché le figure della tragedia hanno toccato vertici di poesia difficilmente raggiungibili. Ma ogni epoca riscrive il mito secondo i propri bisogni. Cosa fa il poeta nei confronti del mito? Lo aggiorna attraverso la parola poetica della sua contemporaneità: non si fa poesia con l’illusione di cercare l’originalità assoluta, ma rivivendo e aggiornando l’antico. Io sono particolarmente sensibile al fascino del mito, ma ho la consapevolezza, etica e culturale, che i miti devono restare miti, non possiamo privarli della loro natura simbolica per calarli nella realtà. Facendo attenzione, perciò, al pericolo di un loro uso interessato, strumentale: i miti mal compresi possono diventare estremamente pericolosi, basti pensare alle saghe nibelungiche esaltate dal nazismo o al mito della romanità utilizzato dal fascismo per i suoi fini. Aggiornare il mito significa ridargli, nella veste della nostra contemporaneità, la dimensione della umanità reale: la mia Antigone, la mia Cassandra sono le donne che puoi incontrare all’angolo di strada, con le loro gioie e i loro dolori,  tanto è vero che la mia Antigone parla addirittura in dialetto.

È, dunque, di questa umanità essenziale e profonda, che si riconosce lungo i secoli proprio attraverso la poesia, che scrivi?
Franco Fortini diceva: Scrivere non serve a niente, ma scrivi! Io scrivo, e studio seriamente, non certo per inseguire la fama, ma perché la conoscenza è la gioia più profonda che esista. C’è la fatica, che però c’è comunque, nella vita, e non ha in sé un compenso, mentre dalla fatica dello studio e da quella della  poesia hai un ritorno di felicità! La nostra felicità è il misterioso lascito della poesia, anche di una poesia totale del dolore, come quella dei miei amati poeti russi! Ho realizzato molti anni fa, da regista, uno spettacolo teatrale all’Agorà di Carate, che riproponeva il Requiem di Mozart con intermezzi recitati di poeti contemporanei: iniziava con l’Urlo di Ginsberg (“Ho visto le migliori menti della mia generazione distrutte dalla follia…” inizia a recitare a memoria, come gli piace fare spesso anche durante una chiacchierata.). Alla fine dello spettacolo mi son trovato ad osservare coi ragazzi della compagnia: Ma vi siete resi conto? Il Requiem è una messa da morto, ma sentite quanta vitalità, quanto entusiasmo, ci mette addosso! E’ questo il paradosso della poesia: attraverso la parola poetica, il dolore, quello autentico, naturalmente, ci viene restituito come una grande intensità esistenziale, regala una forma di felicità.

Se riconosco autenticità nei giovani, li incoraggio e consiglio, ma cerco di comunicar loro quello che diceva Ungaretti della poesia: “La poesia è fatica”

Ma perché dunque  la poesia ha così poca risonanza pubblica nella nostra realtà? Perchè ci sono poche pubblicazioni e pochi lettori di poesia?
C’è un grosso equivoco riguardante la poesia. Io che collaboro con due editori, ricevo tre o quattro manoscritti al mese, e sono migliaia i testi proposti, mentre sono solo poche decine i libri di poesia che si vendono, che si leggono. Il problema è questo: tutti vogliono essere poeti, ma senza sottoporsi a quel minimo di educazione alla parola poetica che è indispensabile. La falsa cognizione che per essere poeti basti tirar fuori “il sospirino del tuo cuoricino” produce migliaia di aspiranti poeti che però non leggono di poesia, non coltivano la conoscenza necessaria: in realtà la parola poetica è qualcosa di estrema severità, che ha bisogno di una educazione al linguaggio, di confrontarsi con la tradizione per sapere di quale parola ha bisogno la nostra contemporaneità. Non si possono concedere alibi al dilettantismo in poesia: se riconosco autenticità nei giovani, li incoraggio e consiglio, ma cerco di comunicar loro quello che diceva Ungaretti della poesia: “La poesia è fatica”,  un discorso che deve resistere alla sfida del tempo; è come mettersi  in gara con la parola consumata, la parola banalizzata che ci proviene dai media, quella che il giorno dopo già non ci dice più nulla. La parola poetica può aiutare a decifrare più in profondità il dolore o la gioia che tutti proviamo, ed è questo il  valore che le permette di durare, quell’intensità che viene da un atto di conoscenza profonda.

E non è anche necessario recuperare quella “poesia civile”, quella funzione pubblica che nella polis greca richiamava sia i singoli che la collettività alla responsabilità?
La poesia è sempre “civile”, lo è per sua natura. Di “incivile” c’è solo la poesia non riuscita. Si fa forse confusione tra poesia politica e poesia civile, e naturalmente anche la poesia politica ha diritto all’esistenza, ma ad essere civile è la natura stessa della poesia: perché scopre continuamente la bellezza nella diversità dell’altro, perché, come dice Elliot, “la diversità è creativa”, perché l’altro mi dà quella parte che io non posseggo. La poesia si dà a condizione del riconoscimento di quanto mi è dato dall’altro, ed è perciò che io dico che poesia è un atto di restituzione, restituzione di un dono che altri ti hanno fatto. E’ questa la ragione più profonda per cui  bisogna leggere gli altri poeti! E ai ragazzi che  si avvicinano alla poesia io dico sempre: Comperate un giubbino in meno e qualche libro di poesia in più. Accade che qualcuno a questo punto si allontani, e  va bene così…

Come dice Elliot, “la diversità è creativa”, perché l’altro mi dà quella parte che io non posseggo

Ma se la poesia non circola, non viene letta né in privato né in pubblico, difficilmente produce senso, difficilmente può diffondere questi valori…
E’ una società, la nostra,  che si disinteressa di questi valori, che non accoglie la parola che ha senso, che rifugge dall’impegno che la poesia comporta. Assumersi la poesia è assumersi un carico di responsabilità. Sarà anche vero che la poesia non serve a niente, nel senso che indicava Fortini: non ha certamente una utilità pratica, strumentale. Ma accade paradossalmente che chi proclama l’inutilità tout court della poesia, poi i poeti li ammazza! Stranamente, quando un uomo cerca di parlare attraverso la parola poetica, i regimi lo fanno fuori: lunga è la storia degli omicidi di poeti,  da Garcia Lorca a Mandelstam, anche di quelli indiretti che appaiono come suicidi, come nel caso della  Svetajeva o di Majakovskij;  un poeta che amo,Vladimir Majakovskij, di cui ho scoperto aspetti di grande tenerezza (tanto che intitolerò il poemetto che sto scrivendo su di lui “Volodia”, cioè col diminutivo affettuoso con cui lo chiamava qualche  amico, lui che era  un omone alto e possente..).Ma, voglio sottolinearlo,  malgrado tutto, il mondo non riesce a fare a meno della poesia: a volte esplicito, a volte latente, c’è un bisogno assoluto di poesia, inestirpabile. Perchè il poeta si pone le domande più impegnative e sa rendere intrigante anche la domanda più banale: il poeta è colui che non si accontenta della realtà apparente, e scava; si chiede che senso ha il vivere e il morire, e perfino che senso ha la stessa felicità! Anche la spiegazione “scientifica” della natura è passata nell’antichità attraverso la poesia. Ricordiamoci che in realtà è quello del poeta il mestiere più antico del mondo! (ride)

È vero però che la parola che ha senso mette in difficoltà: perché non è che poi non si legga per nulla, solo si leggono preferibilmente testi usa e getta. E’ la densità di senso che limita la diffusione della poesia?
Purtroppo questa è la sua condizione ineliminabile! Ci si affida alla poesia proprio per mettere in discussione le categorie acquisite passivamente, mettere in crisi le nostre certezze. La poesia rende liberi, “Dichter macht frei”: potremmo riappropriarci così, parafrasandolo,  del motto che rievoca la più grande tragedia del Novecento! Che era, a sua volta, una parafrasi criminale del grande motto delle città anseatiche: Staadtluft macht frei, l’aria della città rende liberi.

Queste citazioni mi inducono a chiedere a te, che hai tradotto Rilke oltre che i  provenzali, una cosa che  mi sono sempre chiesta,  ovvero: quanto si deve essere padroni di una  lingua per tradurne i poeti?
Tradurre è assumersi una responsabilità: sulla parola di partenza, l’originale, che bisogna interpretare, e lo si fa non solo attraverso la conoscenza della lingua, sulla quale ci si può anche aiutare con le altre traduzioni, ma soprattutto conoscendo il clima spirituale in cui il testo, l’opera del poeta sono nati. Ma poi c’è anche una responsabilità sulla parola d’arrivo: anche il testo tradotto deve avere una qualità poetica. Ho iniziato di recente ad affrontare anche i sonetti di Rilke, dopo le Elegie Duinesi; e rispetto a queste, i sonetti concedono poco alla libertà formale! Perciò resisto all’entusiasmo e all’impazienza dell’editore: li consegnerò quando sarò convinto fino in fondo. Invece sta per uscire la traduzione, dal provenzale  in dialetto brianzolo, dell’opera omnia di Guglielmo IX d’Aquitania, il primo trovatore: ma c’è una grande affinità tra il provenzale e il dialetto brianzolo, ho già tradotto così Jaufrè Rudel .

Da un così affascinante passato ad un tempo, il nostro,  in cui siamo dominati da tecnologie di diffusione dei messaggi che  strutturano in ben altro modo, meno denso di significato, il nostro pensiero. Come ne usciamo? Bisogna che qualcuno rimanga legato al passato?
Non  rimanendo attaccati al passato, no, decisamente. Oggi un ragazzo che si dedica agli studi umanistici è destinato alla disoccupazione. L’umanesimo dovrebbe permanere nella società  a partire dalla concezione del lavoro, mentre anche gli uomini vengono usati come macchine, di cui si può fare a meno quando non servono più. Una partecipazione consapevole agli eventi della cultura e del mondo  è possibile per tutti: io ho strappato la mia cultura al tempo che mi lasciava l’officina, e sono orgoglioso della mia mancanza di titoli di studio; perché un autodidatta è proprio chi non rinuncia ad appropriarsi degli strumenti che danno senso alla realtà.  La poesia non è fatta per gli studenti universitari, è fatta per l’uomo, non per l’accademia, come Dio non è fatto per i teologi, ma per chi vuole capire che la vita ha senso solo se fabbrica amore.

Dunque se ne esce con l’ impegno a trovare nel presente lo spazio in cui ricostruire il senso?
In realtà il presente non è qualcosa che si dà e che si esaurisce in se stesso. Il presente è fatto di passato e di sogni futuribili. Il nostro passato è fatto di tante cose che non sappiamo neanche di avere. Ma la poesia entra nella vita, e senza confondersi con la vita stessa: l’estetismo è sintomo di una cultura in crisi. La poesia non costruisce alibi, pone interrogativi, invece, e magari aiuta anche a risolverli.

 

 

E’ qui vicino il luogo che avevi in nome. Di Piero Marelli

E’ qui vicino il luogo che avevi in nome
in parole fortunate – parla con un fiume una strada
una fotografia, se questa è la sua possibilità
di rivelarsi, anche in minima parte
nel cesto di pane e ricami
al centro della tavola – non so
se in questa casa volevi abitare
di un paese che i morti aveva dimenticato –
se le antiche, ma proprio per questo non solo
rimpiante parole, aspettano ancora
di essere vendicate – se il discreto
degli occhi dell’insonnia non ha saputo
rivelare il disegno del tappeto ormai in debito
di colori, se i figli delle favole
hanno diviso le loro voci.

Piero Marelli, La Pietra serena, Edizioni La Vita Felice 2001

 

 


Iscriviti alla newsletter
Iscriviti gratis alla nostra newsletter per ricevere gli aggiornamenti e le novità sugli articoli e le iniziative di Vorrei

Per iscriverti devi accettare i nostri termini di utilizzo dei tuoi dati, ovvero la nostra politica riguardo la privacy. Non li cediamo a nessuno e non abusiamo mai! :)