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Intervista al giornalista e scrittore sul suo ultimo libro Venditori di Fumo. «Taranto era una specie di terra vergine in cui non si incontravano resistenze di alcun tipo, sindacali, di associazioni civili, etiche. Potevano fare quello che volevano e l'hanno fatto!»

Nelle scorse settimane Giuliano Pavone è stato Monza, al circolo Libertà, ospite del Comitato Beni Comuni. Andando ben oltre la mera cronologia dei fatti, nel suo ultimo libro Pavone si pone domande di carattere più sistemico e filosofico, rispondendo anche a quell'antipatica, annosa questione che molto spesso tutti fanno ai tarantini: «Ma come avete fatto a non accorgervene?»

«E non è che non ce ne siamo accorti. È che l'Ilva è lì, da sempre, nel mio passato così come nel futuro, a quanto pare, di chi nasce a Taranto e dintorni. Abbiamo l'orizzonte verticale, segnato dalle ciminiere dell'azienda.» Una metafora visiva di una cappa culturale decisamente totalizzante.

Il sottotitolo del libro è Quello che gli italiani devono sapere. Perché è importante per gli italiani parlare del caso Ilva?
Perché Taranto rappresenta lo specchio dell'Italia. Io certamente vedo la cosa dal di dentro, dato che l'ho vissuta comunque in prima persona, nonostante abbia lasciato la città già nel 1988, e quindi mi possa stare chiaramente più a cuore; ma la questione è molto complessa e per le dimensioni dello scandalo chiarmanente questa situazione è un simbolo, perché ci sono tante piccole Taranto in Italia. Ad esempio a breve tornerà a Trieste dove c'è il vecchio stabilimento siderurgico, cittadino e ci sono le stesse problematiche, sanitarie e ambientali di Taranto; e anche lì nessuno sa niente, tranne i militanti che se ne occupano, che cercano di aumentare la consapevolezza comune, guardando con preoccupazione all'aumentare del numero di morti, controllando l'incidenza delle malattie, raccogliendo i dati sull'inquinamento. Una situazione parallela a quella tarantina insomma, perché anche lì fino a relativamente pochi anni fa nessuno sapeva effettivamente quello che stava e che era successo.

Nel 2005 il comitato Donne di Cornigliano ha ottenuto la chiusura dell'aria a caldo dello stabilimento genovese, cioè della parte più inquinante. Grande successo, politici soddisfatti, sindacati contenti, tutti felici. A Taranto la produzione dell'area a caldo aumentava, assorbendo quella che non veniva più prodotta lì

Le tue parole anticipano una domanda che avrei voluto porti in seguito ma a cui mi stai già, tristemente, rispondendo, ossia: quanto avvenuto a Taranto potrebbe succedere anche altrove?
Sì, anzi è già successo! Lo specifico di questo caso - che mi fa ancora più rabbia da tarantino - è che da noi le cose si sono spinte fino a un punto dove altrove non sarebbero potute arrivare per tutta una serie di motivi: il ricatto occupazionale, per il fatto che in passato Taranto era una specie di terra vergine in cui non si incontravano resistenze di alcun tipo, sindacali, di associazioni civili, etiche. Potevano fare quello che volevano, e l'hanno fatto! C'è un episodio emblematico che spiega questo: a Genova Cornigliano c'era un altro stabilimento cittadino, gemello di quello tarantino, che a seguito della protesta del comitato Donne di Cornigliano, formato dalle mogli degli operai che sin dagli anni '80 avevano iniziato a collegare l'aumento del tasso di tumori in quell'area (quattro volte superiore alla media) con la vicinanza alla fabbrica, nel 2005 ha ottenuto la chiusura dell'aria a caldo dello stabilimento, cioè della parte più inquinante. Grande successo, politici soddisfatti, sindacati contenti, tutti felici; ma mentre tutto ciò avveniva, alla chetichella, contestualmente, a Taranto la produzione dell'area a caldo aumentava, assorbendo quella che non veniva più prodotta lì. E lì non s'è ribellato nessuno, nessuno ne ha parlato, non c'è stato una mossa in nessun senso; e parliamo di un periodo storico non così lontano dall'oggi, con il caso Ilva già bello che scoppiato. Perciò ecco che si fortifica quella sensazione di essere dei cittadini di serie B, una sensazione di extraterritorialità di questa città e di questo caso, per cui lì neanche le leggi europee valgono. Di certo, esiste uno specifico tarantino, perché Taranto è sempre stata una città industriale del sud, da prima dell'arrivo dell'Italsider: era lì che si costruiva l'arsenale militare. A Taranto c'era l'immigrazione al contrario, operai arrivavano, non solo dalla provincia ma anche da altre parti di Italia e dall'estero. La città ha questa storia molto particolare, era indissolubilmente legata all'industria e l'Italisider rappresentava una sorta di seconda scommessa, quando dopo la fine della seconda guerra mondiale la parabola dell'arsenale si era offuscato. Si è ben pensato di riproporre una nuova realtà industriale, molto più impattante, perché quandolo stabilimento è stato inaugurato era più grande della città e tuttora fa impressione, basta guardare google maps per rendersene conto.

 

20150319 ilva

 

In questa storia così particolare e così meridionale c'è anche un grande assente, che di solito opera invece nei casi di cattiva gestione e di scempio dell'ambiente: sto parlando delle infiltrazioni mafiose, che non hanno giocato un ruolo in questa faccenda...
In realtà no, questo è l'unico dato che manca. Si parla però di rapporto gelatinoso, così dicono i giudici nei loro scritti, indicando quella commistione tra tutti i personaggi, i poteri implicati nella vicenda, indicando questo sistema di relazioni clientelare e corrotto che amministrava la città e l'Ilva. Uno dei motivi per cui ho voluto fare questo libro e pubblicarlo per un editore nazionale, che fosse capace di distribuirlo ovunque in Italia, è stato anche perché gli italiani non sanno niente del caso o ciò che sanno lo sanno male, spesso gli viene raccontato male, per cui in molti pensano che sia soltanto una specie di vertenza occupazionale, come ce ne sono tante in Italia. Il problema è un po' più ampio, dall'ambiente alla salute alla corruzione, e poi ci sono tantissime bufale, alcune clamorose, come quella del ministro Clini, che ha pubblicamente dato la colpa ai tarantini, che sono andati a costruire il quartiere Tamburi vicino alla fabbrica, quando in realtà il quartiere c'era già da prima, facendo passare questa enorme gaffe come una realtà su scala nazionale, che ben si sposa con il nostrano abusivismo edilizio, perciò molti possono averci facilmente creduto... Un'altra di quelle cose assurde che c'è riguardo al caso Ilva è l'esistenza di un governo ombra, una rete di persone il cui nome non compariva scritto da nessuna parte e in nessun carta ufficiale dell'azienda, che però, di fatto, comandava in azienda. I cosidetti fiduciari, tra cui anche alcuni ex dipendenti, non avevano un numero di matricola o cariche pubbliche, ma in realtà ogni decisione passava da loro, e la cosa è che in fabbrica lo sapevano tutti. In questo, sì, c'era un'organizzazione mafiosa: però era "interna" al sistema stesso.

C'è una procedura di inflazione che da anni va avanti aperta dalla UE, che accusa giustamente lo stato italiano di non essersi preso cura dei suoi cittadini e d'averli esposti a un rischio continuo, a cui nessun governo sta dando una soluzione

Prima parlavi di extraterritorialità di Taranto e del caso Ilva. Cosa vuoi dire?
Beh, tanto per cominciare dal fatto che c'è una procedura di inflazione che da anni va avanti aperta dalla UE, che accusa giustamente lo stato italiano di non essersi preso cura dei suoi cittadini e d'averli esposti a un rischio continuo, a cui nessun governo sta dando una soluzione nè sembra curarsene, proprio come se riguardasse un altro stato; le risposte che finora sono arrivate non hanno mai convinto la UE, perciò prima o poi dovremo pagare anche questa multa. Il decreto salva-Taranto (o come lo chiamo io, piuttosto, salva-Ilva) annunciato in pompa magna da Renzi, in realtà non è affatto definitivo né rassicurante: i soldi su cui si basa vengono da un sequestro fatto a Milano, i cui fondi però stanno in Svizzera, che ha già detto che aspetterà che la sentenza vada in giudicato prima di mollare anche un solo euro. E comunque questi soldi non bastrebbero neanche lontanamente né a pagare multe né a sanare la situazione. Il decreto prende una serie di provvedimenti economici, il più importante dei quali è, in pratica, la nazionalizzazione dell'Ilva, che è stata definitivamente espropriata dai suoi proprietari, per metterne a posto i conti e gli impianti, in vista fra qualche anno di una vendita. Questo è il settimo decreto, dal luglio 2012, data del sequestro degli impianti, che riconferma, in modo totalmente folle e scellerato, che lo stabiliento continuerà a produrre acciaio, la fabbrica continuerà a funzionare come prima. Si sono succeduti ben tre governi e l'unica costante è sempre questa: l'Ilva non deve chiudere, la produzione deve andare avanti, rendendo quindi il sequestro praticamente virtuale. Scelte completamente miope verso ogni prospettiva futura anche economica, perché l'azienda è totalmente in perdita, gli impianti andrebbero rifatti completamente, e l'acciaio non serve più a niente, non se lo compra più nessuno, perciò stanno, anzi stiamo, buttando un sacco di soldi dentro a un colabrodo; addirittura, probabilmente converebbe più chiuderla che tenerla così.

Si sono succeduti ben tre governi e l'unica costante è sempre questa: l'Ilva non deve chiudere, la produzione deve andare avanti, rendendo quindi il sequestro praticamente virtuale.

E l'ipotesi della riconversione?
Sarebbe una strada possibile, dato che ovviamente non è facile chiudere di punto in bianco; però da un lato si potrebbe chiudere l'aria a caldo, da un lato si potrebbe cominciare a fare delle bonifiche. E ammesso pure che non si possa fare una riconversione totale, lì di sicuro bisogna diversificare. La cosa su cui nessuno riflette è che, indipendentemente dal problema sanitario e ambientale, che chiaramente sono Il Problema, ma se facessimo finta che questi non esistessero, comunque da trent'anni questa fabbrica non assicura più livelli soddisfacenti socio-economici per la città. Migliaia di operai sono fermi, in cassa integrazione: dei famosi 12 mila occupati della fabbrica in realtà neanche la metà lavora davvero. Il problema vero è che finché c'è l'Ilva è come se tutto il resto non esistesse, come se fosse bloccato, come se tutto lo spazio e le risorse possibili fossero già impegnati: il che in effetti è vero, perché tutto, spazio e energie incluse, gira intorno a lei. L'aggravamento della situazione tarantina è dovuta proprio a questa monocultura industriale, che ha segnato indelebilmente la città.
Un filone dell'inchiesta tratta de "l'ambiente svenduto" a causa della corruzione e interessi economici. In questa società para-mafiosa che comandava azienda e città, ovviamente si tenevano a libro paga politici, giornalisti, funzionari, periti, persino i preti... C'è una registrazione video in cui il factotum dell'Ilva Archinà passa una busta a un perito tecnico in una stazione di servizio, quando quel mattino aveva ritirato dieci mila euro dal conto; perciò potremmo dire che si tratta della classica "bustarella", ma c'è un prete che invece asserisce che quei soldi ritirati casualmente quel giorno siano finiti nelle casse dell'arcivescovo dell'epoca, spacciandoli per una donazione. Del resto, Archinà era stato insignito da alcuni premi dalla curia ed era famoso per aver fatto restaurare chiese e aver donato elargizioni. Ora, è chiaro che nelle città in cui ci sono grandi aziende queste spesso fanno opere di mecenatismo e si adoperano nel sociale, ma quando queste buone azioni coprono o avvallano comportamenti pericolosi, è un altro discorso. E questo è sempre il problema della monocultura, perché pur volendo evitare di prendere soldi e aiuti da una certa azienda eticamente scorretta, se sul territorio c'è solo ed esclusivamente quella, come si fa? Non accettare i suoi aiuti significa non accettare niente, diventa un vero e proprio aut aut, risulta impossibile poi essere e andare contro. E ben il 60% del Pil della provincia dipende dall'Ilva. Perciò quando mi fanno quella domanda dell'inizio, cioè «ma com'è che siete stati tutti zitti, com'è che non ve ne siete accorti, com' è che vi siete svegliati così tardi» è colpa di questa cappa culturale. Io me lo ricordo, avevo vent'anni negli anni Novanta, certe cose si iniziavano a sapere e tutto sommato io e i miei amici potevamo fare le lotte come fanno i ventenni di ora; ma essendoci nato dentro, facevi proprio fatica a immaginare un altro contesto, un'altra realtà. Per farvi capire è un po' come la percezione della nocività del fumo di sigaretta: inizialente non si sapeva che faceva male, poi per tanto tempo si è iniziato a sapere che fa male ma si è continuato a fare e tuttora c'è chi fuma nonostante tutti i comprovati rischi per la salute.

 

Una scena tratta da “Marpiccolo” di Alessandro Di Robilant

 

Per scrivere un libro del genere, su una questione così complicata, mi chiedo: chissà quant'è durato il lavoro di ricerca!
Beh, in realtà, potrei dire nove mesi intensamente, un vero e proprio parto. La cosa difficile è stato trovare un editore a livello nazionale disposto a parlare di questa cosa, perché il libro o veniva ritenuto di poco appeal o scomodo o, come hanno detto al mio agente, «di Taranto non frega un cazzo a nessuno»; e quindi potrei dire che ci ho messo più tempo a pubblicarlo che a scriverlo, anche perché poi ho dovuto aggiornarlo, man mano che il processo andava avanti, anche se chiaramente questo non è un instant book, ma un saggio, perciò non è che deperisce con gli eventi. Il fatto che io fossi tarantino è stato chiaramente un valore aggiunto, perché magari esistono giornalisti d'inchiesta migliori di me, ma io ho un contatto diretto con l'ambiente cittadino, certe cose non c'è neanche bisogno di farmele spiegare.

Il vero scooop è che tutto ciò che ho scritto è pubblico, di libero accesso. Il che non vuol dire che sia noto, c'è una grande differenza tra pubblico e noto.

Qual è la cosa più incredibile che hai scoperto di questi Venditori di fumo? Qual è lo scoop?
Il vero scooop è che tutto ciò che ho scritto è pubblico, di libero accesso. Il che non vuol dire che sia noto, c'è una grande differenza tra pubblico e noto. Il titolo del libro non l'ho scelto a caso venditori di fumo sia per il fumo che esce delle ciminiere sia in relazione alle strategie di disinformazione che sono state attuate da sempre in questa vincenda in cui la verità è stata insabbiata, sviata, seminando diversi punti di vista, annebbiata dalle plurime voci, questioni, ogni volta alzando calderoni e problematiche differenti. Alla fine alzare un gran casino in cui far affogare le uniche notizie rilevanti. Basta prender anche Enrico Bondi, l'ultimo amministratore delegato dell'Ilva diventato poi commissario governativo, quindi passato da una parte all'altra: beh lui è stato capace di dire che essendo Taranto una città portuale, in cui il contrabbando da sempre prolifica, e nello specifico il contrabbando di sigarette, questo è uno dei motivi per cui la gente si ammala di più di tumore: perché fuma tanto a buon mercato. Chissà perchè non è stato capace di spiegare il raggio mortuario che si estende a partire dai contorni della fabbrica, che aumenta con la vicinanza agli impianti...

2015.03.18 giuliano pavoneSecondo te, c'è stato un momento in cui qualcosa poteva cambiare?
Ci sono stati diversi momenti in cui le cose potevano andare diversamente. In realtà, un'altra cosa che pochi sanno è che anche la storia giudiziaria dell'Ilva è iniziata già negli anni '80, quando si facevano processi (e condanne) contro l'Italsider; nei 2000 è iniziata una prima stagione di sequestri e blocchi degli impianti, in cui anche Comune, Provincia e Regione si sono costituite parte civile. Nel luglio 2012, pur con tutta la disillusione possibile, si sperava che le cose cambiassero; anche perché la magistratura aveva chiesto ai periti degli studi che ipotizzavano la convertibilità della fabbrica a impianto ancora aperto, in modo tale da salvaguardare anche i posti di lavoro dell'Ilva stessa. E la risposta delle perizie era positiva. La politica, però, ha preferito affiancare un altro percorso, di toppe e rammendi, i cui risultati li sconteranno i tarantini sulla pelle; senza contare che ogni volta cambiavano la legge apposta per rendere l'azienda a norma o sbloccare gli impianti, come in una farsa all'ultimo minuto. E quest'ultima cosa dell'AIA, l'autorizzazione impatto ambientale, che se venisse approvata così com'è comunque non risolverà il problema, al massimo lo ridurrà, lasciandolo sempre a livelli inaccettabili, mandando avanti una fabbrica che produce a una lentezza estenuante con scarsissimo rendimento, dato che la domanda è pochissima. Non c'è alcuna intenzione di far fronte alla situazione: tutto è che tipo di modello di sviluppo vogliamo adottare? Su cosa vogliamo investire? Sulle rinnovabili? Sull'acciaio? Sul carbone?

E concludo l'intervista con l'inconfessabile confessione ultima di Giuliano Pavone che da tarantino mi rivela che ogni tanto pensa a che tipo di bomba a orologeria ha in corpo, quando e se scoppierà. Frase che può accomunare tante persone in Italia, a partire dai giovani e non di Seveso, che Pavone ha incontrato in Brianza e che mi conferma, hanno questo stesso assurdo timore...

 

20150319 Copertina Venditori di Fumo RID

 

 


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