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20150422 pier luigi nervi

Quante definizioni si possono dare alla cultura? cosa intendiamo per la sua valorizzazione? Nell'episodio 4 rispondono Massimo Guastini, Dario Porta, Massimiliano Rossin, Simona Cesana e Carlotta Fumagalli

La cultura sembra essere tornata al centro dell'interesse di tutti, ma di cosa parliamo esattamente quando parliamo di cultura? che cosa abbiamo in mente quando invochiamo la sua valorizzazione? E cosa non è cultura? Lo abbiamo chiesto a molte personalità attraverso 4 domande secche. Questo è il quarto episodio, qui la raccolta. Buona lettura.

  1. Una sua definizione, personale, della cultura.
  2. Cosa non è cultura?
  3. Qual è la funzione del patrimonio culturale?
  4. Cosa vuol dire, per lei, valorizzare il patrimonio culturale?

 

Massimo Guastini, Art Directors Club Italia

In generale, mi sono sempre molto identificato nella definizione che di cultura diede Antonio Gramsci. “Cultura non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione immanente con tutti gli altri esseri (…) Cultura è la stessa cosa che la filosofia (…) Ciascuno di noi è un poco filosofo: lo è tanto più quanto è uomo (…) Cultura, filosofia, umanità sono termini che si riducono l’uno a l’altro (…) Cosicché essere colto, essere filosofo lo può chiunque voglia. Basta vivere da uomini, cioè cercare di spiegare a se stesso il perché delle azioni proprie e altrui, tenere gli occhi aperti, curiosi su tutto e su tutti, sforzandosi di capire ogni giorno di più l’organismo di cui siamo parte; penetrare la vita con tutte le nostre forze di consapevolezza, di passione, di volontà; non addormentarsi, non impigrire mai; dare alla vita il suo giusto valore, in modo da essere pronti, secondo la necessità, a difenderla o a sacrificarla. La cultura non ha altro significato”. (Antonio Gramsci)
Nel nostro lavoro (la comunicazione) non intendo il termine “cultura” come aspetto meramente intellettuale. Più pragmaticamente la vedo come serbatoio di memorie delle buone pratiche tecniche, gestionali ed etiche che ogni generazione dovrebbe trasmettere a quella successiva.

 

Dario Porta, Musei civici di Monza

  1. Cultura è tutto ciò che consente di comprendere la realtà, di immaginarla, di comunicarla. Producono cultura l'esperienza, l'informazione, lo studio.  Da soli, tuttavia, questi elementi sono limitati e limitanti, è necessario che siano in relazione tra di loro e inoltre è necessario che ci sia un linguaggio che ne traduca il senso e lo trasformi in comunicazione. Non ha importanza quali forme assuma questa comunicazione, se per esempio sia scrittura, gestualità, creazione di simboli, tutto  dipende dal contesto che si assume  come modello di interpretazione di una data realtà. L'arte, per esempio, è una forma di comunicazione molto potente, in cui sono ben presenti tutti i fattori costitutivi della cultura, tra l'altro è una forma di comunicazione molto resistente al tempo e piena di possibilità interpretative.
  2. Non è cultura tutto ciò che nega la relazione, non è aperto al confronto, non è comunicabile. E dico non comunicabile, non dico che non comunica, che invece presuppone che altro o altri ne possano decodificare l'inespresso.
  3. Faccio di mestiere il "conservatore di museo", mi sarebbe facile risponderti che "patrimonio culturale" è quanto per legge è riconosciuto come tale e pertanto merita di essere tutelato, conservato e, per l'appunto, valorizzato. Le leggi recenti hanno riconosciuto come patrimonio culturale anche quello "immateriale", costituito dalla ricostruzione della memoria comunitaria resa possibile dai mezzi di conservazione e riproduzione digitale (interviste, archivi digitali, ecc). Proprio nella rappresentazione della memoria, nella possibilità di accedervi in modo facile e intuitivo a tutti, è insito il valore del patrimonio culturale. La memoria, torniamo al concetto di cultura, è relazione, interpretazione, linguaggio. La memoria, lo sappiamo, ha necessità di essere esercitata, deve "vedere" toccare, sperimentare. Il bene culturale è il produttore di memoria, è lì: è il monumento, il quadro, l'architettura, il diario, il museo; il parco. Come vedi non sono partito dal concetto di bello, dalla sua suggestione. Indipendentemente da un mero fattore estetico, c'è anche un patrimonio culturale che non va giudicato con meri criteri estetici, o del gusto di un'epoca o da un determinato potere politico. La memoria-testimonianza racchiude la possibilità di darci chiavi di lettura, di dirci chi siamo stati, di darci un'identità.
  4. Per me valorizzare il patrimonio culturale - torna la deformazione professionale - per prima cosa vuol dire conservarlo. Vuole anche dire riconoscerlo, sembra ovvio ma non lo è. In Italia soprattutto, non è infrequente che ci sia la necessità di "additarlo" fisicamente questo patrimonio culturale; porlo all'attenzione del pubblico e di chi è preposto alla tutela. Per non cadere in tentazioni o andare sul facile provo a distanziarmi per un attimo dal repertorio consolidato dei beni artistici "da museo" e dei monumenti, che tutti conosciamo per le loro qualità di bellezza, se non altro li conosciamo perché li sentiamo continuamente indicare nella loro funzione taumaturgica di "petrolio" che risolleverà le italiche finanze. Pensiamo al paesaggio. Il Codice dei Beni Culturali ne parla diffusamente, dedica pagine e pagine al "bene culturale" paesaggio.  Il paesaggio italiano, che nei dépliant turistici viene descritto ancora come se si trattasse di un idilliaco incanto da Grand Tour, è in realtà il più vilipeso e compromesso bene culturale. Banalmente non v'è tratto panoramico o degno di considerazione paesaggistica che non trovi forme di "valorizzazione", perpetrate da soggetti pubblici o privati, che non producano effetti di perdita o compromissione. Spesso in buona fede, perchè a monte manca il riconoscimento di bene culturale di cui dicevo sopra. Conservare un bene vuol dire permettergli di funzionare come comunicatore di bellezza, non privarlo delle sue prerogative ma bensì renderle agenti, valorizzarlo.

 

Massimiliano Rossin, Il cittadino di Monza e Brianza

  1. tutto quello che è in grado di trasformarsi in epos, anche al presente
  2. l'inesausta volontà di esprimere giudizi su qualsiasi cosa, senza passare dalla comprensione
  3. il risultato della capacità di consegnarsi un epos. o forse solo una delle poche ottime ragioni per spendere del tempo a guardagnarsi uno stipendio
  4. non cedere all'equivoco che sia gratuito, per quanto pericoloso sia ammetterlo

 

Simona Cesana, Poesiapresente

  1. La cultura è quello che si raccoglie dopo aver arato, seminato, coltivato il "bello", inteso in tutte le forme possibili.
  2. L'eventismo: iniziative che celebrano solo se stesse rimanendo del tutto staccate dalla realtà in cui accadono. La mancanza di progetto: per coltivare e raccogliere occorre un progetto che deve partire da un'idea, avere uno sviluppo e quindi un fine. L'hobbismo: la buona volontà non basta.
  3. Accogliere in sé ed educare il fruitore a cui si rivolge, che può essere un singolo, un gruppo ristretto di persone (la famiglia, la scuola...) o l'intera comunità.
  4. Analisi, decodificazione (dell'esistente o delle mancanze da colmare), progetto, azione, raccolta dei risultati e nuovo progetto.

 

Carlotta Fumagalli, Areaodeon

  1. Cultura è un termine così ampio, e sempre più abusato e sbandierato, che trovo difficile definirlo in poche parole o righe. In generale considero cultura tutto ciò che arricchisce la nostra esperienza umana, che ci stimola intellettualmente, emotivamente, spiritualmente. La tensione verso qualcosa di più grande, di migliore, di altro e oltre da noi.
  2. Tutto ciò che porta all'omologazione, all'impoverimento e appiattimento intellettuale, emotivo, spirituale, ciò che parla agli istinti più bassi dell'uomo e che soprattutto prolifica in questo impoverimento.
  3. Il patrimonio culturale sono le nostre radici, la nostra storia. Ci dice ciò che siamo e da dove veniamo, ma troppo spesso, soprattutto in Italia, definisce anche chi saremo. L'Italia, artisticamente parlando, come si sa e si dice di continuo, è un museo a cielo aperto, e questa ricchezza, questa tradizione, dovrebbero essere orgoglio, spinta e incentivo a perseverare, a crescere, a creare, invece spesso diventano zavorra e limite. Un limite che invece bisogna cercare di superare ogni giorno per non soccombere sotto la nostra stessa incredibile storia.
  4. Valorizzare il patrimonio significa conoscerlo e farlo conoscere, apprezzarlo e non lasciarlo morire. Ma perché non muoia il patrimonio va fatto vivere e questo implica cercare nuove forme di utilizzo, nuovi linguaggi, che avvicinino le persone, le facciano sentire partecipi e direttamente coinvolte. Sistemi che mostrino ai giovani e insegnino ai più piccoli non solo il rispetto e il valore, ma anche la responsabilità verso ciò che li circonda e che stimoli in loro un senso di appartenenza. Una casa non è fatta solo di mura, ma di persone, di senso - non basta riparare le crepe, una casa va fatta vivere perché continui ad esistere.

 

Nell'immagine l'hangar di Pier Luigi Nervi a Orvieto (distrutto nel 1944)

 

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