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Vorrei | Rivista non profit

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20150928 cinema a

Cinema. A quasi due settimane dall’avvenuta premiazione al Festival di Venezia, Vorrei propone una panoramica ragionata sui film che si sono contesi il Leone d’Oro e gli altri premi, a cominciare proprio dal venezuelano Lorenzo Vigas, vincitore con Desde Allá e da Valeria Golino, vincitrice della Coppa Volpi.

 Nella Sala stampa del Palazzo del Casinò, giornalisti, redattori, blogger e accreditati a vario titolo, in attesa della premiazione. Ciascuno con le sue aspettative, le sue preferenze e le sue previsioni.
Molti i premi collaterali assegnati prima di quelli più attesi. Uno su tutti il Premio Venezia Classici per il miglior film restaurato a Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini. Unanime il consenso.
Quasi inesistenti invece le reazioni della sala stampa alla consegna degli altri premi collaterali, eccezion fatta per due film: The childhood of a leader Free in deed. Il primo, debutto alla regia dell’attore statunitense Brady Corbet, si aggiudica il Leone del Futuro - Premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentis”, nonché uno dei cinque riconoscimenti della sezione Orizzonti, il Premio Orizzonti per la miglior regia. A Free in deed  di  Jake Mahaffy, una coproduzione statunitense-neozelandese, va invece il Premio Orizzonti per il miglior film.

Pochissimi applausi e molte manifestazioni di dissenso per le due Coppe Volpi per le migliori interpretazioni femminile e maschile. L’una a Valeria Golino, protagonista del film di Giuseppe Gaudino Per amore vostro. L’altra a Fabrice Luchini nel film L’Hermine di Christian Vincent, che riceve anche il Premio Osella per la miglior sceneggiatura.

È il caos, invece, quando il presidente della giuria Alfonso Cuarón annuncia il Leone d’Oro per il miglior film: Desde Allá di Lorenzo Vigas, primo regista venezuelano ad aggiudicarsi la statuetta più preziosa alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
Nessun premio per i due film più quotati per il Leone d’Oro, sconfitti da Vigas: Francofonia di Aleksandr Sokurov, un’indagine sul rapporto arte-potere, e il documentario Behemonth del regista cinese Zhao Liang, un viaggio dantesco nella società contemporanea cinese e nel suo sviluppo economico.
Tanta la sorpresa, tanti gli applausi per Lorenzo Vigas, ma non l’unanimità. Da più parti l’ironia verso il messicano Alfonso Cuarón, che si è proprio premiato i suoi, soprattutto perché il Leone d’argento per la miglior regia è stato assegnato ad un altro sudamericano, l’argentino Pablo Trapero per El clan.
L’unico premio a mettere d’accordo giurati e sala stampa è il Gran premio della Giuria ad Anomalisa di Charlie Kaufman e Duke Johnson.

Ecco ora una panoramica più dettagliata delle principali opere che si sono date battaglia, premio per premio.

Leone d’Oro per il miglior film: Desde Allá di Lorenzo Vigas

Dopo il cortometraggio Gli elefanti non dimenticano, in concorso a Cannes nel 2004 nella Settimana Internazionale della Critica, il regista venezuelano torna, per il suo esordio nel lungometraggio, a indagare le conseguenze dei traumi legati alla figura paterna. Con lui, il cileno Alfredo Castro, il Tony Manero di Pablo Larrain, e l’esordiente Luis Silva che, per la sua fisicità e dirompenza, ricorda un giovane Marlon Brando.

Da lontano. Questo il significato del titolo per un film che indaga a più livelli l’isolamento e l’abbandono.
Da lontano un uomo di mezza età vive un’esistenza grigia, chiusa in un laboratorio di protesi dentali. Quando esce adesca ragazzini e li porta nella casa sua, che assomiglia più un museo di ricordi che a un luogo in cui vivere il presente. Chiede loro di spogliarsi, ma li tiene a distanza, senza toccarli.
Da lontano un ragazzino violento, che vive di espedienti nelle pericolose strade di Caracas, deve fare i conti con il suo impulso animale, la sua fame.
Armando ed Elder.
Uniti dall’irrisolto rapporto col padre e da un’omosessualità latente.
Uniti e divisi dall’appartenza a una società chiusa, omofoba, violenta.
Caracas. Il degrado, le strade pericolose, la gerarchizzazione che rende impossibile il contatto tra le classi sociali se non attraverso l’uso e l’abuso del denaro.
Una duplicità che si riflette nel racconto e nel continuo gioco di messe a fuoco e inquadrature sfuocate, primi piani e controcampi. Silenzi, sguardi, umanità pulsanti.
La società degradata fuori, il dissidio interiore dentro. Con i suoi tentativi di ricomposizione e sublimazione.
L’incontro con il ragazzo sembra poter accorciare la distanza con il mondo sfuocato.
L’incontro con l’uomo sembra portare a una sorta di ricomposizione con i fantasmi del passato e il bisogno di un’esistenza più tranquilla.
Ma entrambi gli spostamenti si rivelano impossibili.
La ricerca dell’interezza da parte del ragazzo viene mangiata dal suo stesso appetito.
A nulla vale l’estremo atto d’amore da lui compiuto nel finale.
Sconfitto dalla volontà dell’uomo di restare lontano, e da lontano guardare gli oggetti del desiderio.

Leone d’Argento per la miglior regia: Pablo Trapero per El clan

Non è la prima volta che Trapero partecipa a Venezia, ha già ricevuto premi e riconoscimenti nei più importanti festival del mondo (Venezia, Cannes, Toronto) ed è il primo regista sudamericano cui il Ministero della Cultura francese abbia conferito, nel 2015, l’Ordre des Arts et des Lettres.
Tra realtà e finzione El clan racconta la storia dei soprusi operati dalla famiglia Puccio, a trent’anni di distanza dall’arresto dei suoi membri.

Inizio anni Ottanta. Argentina. Provincia di San Isidro.
Esterno: l’epilogo della dittatura militare argentina. Quella dei genocidi, delle torture, delle atrocità, mascherate da “scomparse”.
Interno: la famiglia Puccio e il suo dispotismo. Complicità date per scontate da una parte e impotente volontà di ribellione dall’altra.
Volti disumani in cerca di un appiglio.
Una casa. Un teatro dell’orrore shakespearianamente dentro il Teatro dell’orrore.
Alejandro. Una star del rugby. Un espediente per distogliere l’attenzione.
Esser parte di un’organizzazione criminale senza saperlo? Senza avere il coraggio di leggerne i segni manifesti? Omissioni che non placheranno la coscienza.
Intrighi, suspance, lente ipnotica. Vortici di violenza. Il limite da valicare è la verità.

Gran premio della Giuria: Anomalisa di Charlie Kaufman e Duke Johnson

Follia, genialità, lucidità. Charlie Kaufman, l’unico sceneggiatore il cui nome prevale su quello del regista. Ambiente privilegiato delle sue storie surreali e paradossali, sempre venate di assunti filosofici e di profondo esistenzialismo, è la mente. Non a caso la parola mind compare in due titoli dei film di cui è sceneggiatore, Confessions of a dangerous mind (2002) e The eternal sunshine of a spotless mind (2004), Oscar per la miglior sceneggiatura originale e arrivato in Italia col fuorviante titolo acchiappaspettatori da commediola romantica Se mi lasci ti cancello.
La mente, però, era già entrata in altri due film. Prepotentemente in Essere John Malkovich (1999), prima sceneggiatura originale di Kaufman a essere portata sullo schermo e subito nominata all’Oscar. Più velatamente in Adaptation (2002), altra nomination per l’Oscar, questa volta come miglior sceneggiatura non originale, in cui Charlie Kaufman e il suo immaginario gemello Donald entrano nel film come personaggi, interpretati da Nicholas Cage. Il paradosso dei paradossi è che Donald Kaufman figura negli accrediti ufficiali come cosceneggiatore del film.
La mente e i suoi deliri sono protagonisti anche di Sineddoche, New York, di cui Kaufman è sia sceneggiatore che, per la prima volta,  regista. Un film labirintico in cui la figura retorica del titolo si riflette nella confusione tra i ruoli interpretati e la vita reale di un attore newyorkese, interpretato dal compianto Philip Seymour Hoffman.

A Venezia, Kaufman arriva con Anomalisa. Questa volta, invece degli attori in carne e ossa mette in scena pupazzi in stop motion, condividendo la regia con un esperto del settore, Duke Johnson e insieme costruiscono un film in cui i pupazzi risultano ancora più adatti degli esseri umani per convogliare nello spettatore l’idea di una umanità più reale del reale.  

Anomalisa, anagramma di A Mona Lisa, combina l’anomalia del modo in cui il protagonista vede una donna, Lisa, con il nome di questa.
Michael Stone è un uomo che la routine della vita ha reso arido, come la pietra del suo cognome, annoiato e perfino depresso a dispetto del successo e del benessere economico ottenuto con la sua professione. Michael vende motivazioni, il suo libro Help me to help you è un best seller. Gira per gli Stati Uniti tenendo conferenze su come produrre di più e rendere più soddisfacente la propria vita. Eppure ciò che vende agli altri non ha alcun effetto su se stesso.
Il suo malessere, dettato dalla consapevolezza di essere solo uno dei tanti, si riflette nella lente distorta con la quale vede le persone. Tutte hanno la stessa faccia, solo capelli e abbigliamento sono diversi. Tutte hanno la stessa voce, una voce maschile.
Può sembrare, ed è, un’autocitazione della scena di Essere John Malkovich nella quale l’attore, che interpreta se stesso, finisce all’interno della sua stessa mente. John Malkovich nella mente di John Malkovich vede tutti con la sua faccia sebbene con abiti e acconciature diverse.
Ma se allora la scena era funzionale ad uno snodo narrativo, qui simboleggia la condizione esistenziale di Michael. La lente che gli fa vedere il mondo piatto, alienato, omologato, che è poi il riflesso della sua stessa piattezza, alienazione e omologazione.
Ma durante un viaggio a Cincinnati qualcosa avviene.
Michael incontra Lisa, un volto diverso dagli altri, una voce femminile.
Teatro dell’incontro, l’Hotel Fregoli. Tante le implicazioni di questo nome. Anomalisa è l’adattamento cinematografico di una pièce teatrale che Kaufman ha scritto con lo pseudonimo di Francis Fregoli, alludendo alla sindrome schizofrenica che comporta la trasformazione somatica degli altri in unico soggetto, sindrome a sua volta così denominata dal celebre trasformista Leopoldo Fregoli.
Lì, per una notte, l’illusione di poter rompere gli schemi, di sentirsi diversi e condividere la diversità. La reciproca anomalia.
Anomalisa. A Mona Lisa. Un volto inconfondibile, irripetibile. Come Monna Lisa. Come “la” Monna Lisa di Leonardo. Unica, eterna, universale. Ma quella di Kaufman è solo “a” Mona Lisa, “una” Monna Lisa. Un’immagine destinata a svanire dalla realtà e forse anche dal ricordo.

Una curiosità: il film è stato realizzato anche grazie ad una raccolta fondi effettuata sul web attraverso il sito Kickstarter, che contribuisce a dare il “calcio di inizio” a diverse attività creative.

Il video di presentazione del progetto mostra una “Ultima cena” in stop motion. Sullo sfondo dell’eccentrica imitazione leonardesca, uno dei tredici pupazzi si stacca dal gruppo dei commensali, si pone davanti alla telecamera e illustra le finalità della raccolta fondi. L’assoluta indipendenza creativa, libera da vincoli e compromessi con la produzione.
La genialità di Leonardo Da Vinci al servizio della genialità di Charlie Kaufman.
Forse è un po’ troppo ambizioso. Eppure non stona.

Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile: Fabrice Luchini

Attore teatrale, cinematografico e umorista francese, Fabrice Luchini è il protagonista de L’Hermine di Christian Vincent, che riceve il Premio Osella per la miglior sceneggiatura. Luchini è Xavier Racine, il “giudice a due cifre”, il giudice che non dà mai una pena inferiore ai dieci anni. Il film è un delicato affresco dell’odierna società francese e una profonda analisi dei sentimenti umani.

Aspettarsi. Senza saperlo.
Barriere infrante nel tempo che al tempo passato ritornano.
Abbandonarsi a un ignoto conosciuto e assaporarne il riconoscimento.
Linguaggi che mutano nell’incontro. Razionalità che cade di fronte al destino.
Una voce. Pulsa. Dentro. E spezza le catene del sistema.
Riconoscersi e andare oltre. Oltre l’accettazione della routine e dell’assenza di sentimento.
Fluttuare istante dopo istante in una delicatezza dirompente. Che pervade entrando in punta di piedi.
E che nella sua mancata aggressività riesce a farsi spazio nel profondo.
A scalfire territori dati ormai per conosciuti, abitati da altro, muti.
Aspettarsi. E scegliere di rimanere.

Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile: Valeria Golino

A quasi trent’anni di distanza dalla prima Coppa Volpi per Storia d’amore di Citto Maselli, Valeria Golino riceve il premio con la stessa commozione: «il premio mi dà la stessa infantile ingenua allegria che mi dava allora. Non cambia niente in quel senso, è sempre così, spero che rimanga sempre così. E sono molto contenta per me. Sono anche contenta per gli altri, (…) e per i miei amici non udenti che mi hanno aiutato in questa avventura».
Valeria interpreta Anna, la protagonista del quarto film italiano presentato in concorso, Per amore vostro di Giuseppe Gaudino.

Napoli su due livelli. Il sotterraneo e il mare.
Anna. Sospesa tra ombra e luce.
Un tempo bambina spensierata e coraggiosa, prescelta per il volo dell’angelo durante la festa dell’Assunta. Ora donna ormai votata a un’esistenza grigia, incasellata, spenta.
Anna vede quasi tutto il mondo in bianco e nero. Ma il mare no. Il mare lo vede a colori.
Dover essere presenti pur mancando a se stessi.
Paura, sogno, contrasto. Impulsi di vita sacrificati in nome di ruoli ormai stretti.
Linguaggi muti. Occhi sordi e fantasie assopite.
Vivere per gli altri nell’oblio del proprio essere donna.
Con un marito violento, e tre figli da crescere. Uno di loro sordomuto.
Un set televisivo. Una soap opera che sembra parlare di lei.
Dietro la macchina da presa, lei dà le battute a chi sta davanti.
«Dov’è finito il tuo sogno? (…)  A volte una come me fa le cose non perché le voglia fare, ma perché c’è sempre qualcun altro che vuole che io le faccia».
Anna è la suggeritrice. Un ulteriore ruolo al servizio di qualcun altro.
Ma questa volta un ruolo grazie al quale riscopre se stessa per trovare il coraggio di rivoluzionare la sua esistenza.
E compiere un nuovo volo. 

Premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentis” - Premio Orizzonti per la miglior regia:
The childhood of a leader di Brady Corbet

Attore cinematografico e televisivo, sceneggiatore e regista, il ventisettenne Brady Corbet sembra non sbagliare un colpo. Il suo debutto al Sundance Film Festival con il cortometraggio Protect You + me gli porta una menzione speciale della giuria. La sua prima collaborazione con la Borderline Films, Two Gates of Sleep è presentata in prima visione a Cannes nella Quinzaine des RéalisateursThe Childhood of a leader è il suo esordio come regista di lungometraggi.

1918. Francia. Uno, due, tre. Padre, madre, figlio.
Un diplomatico americano, delegato del presidente Woodrow Wilson, a Parigi per la redazione del trattato di Versailles. Una ricca francese, ossessionata da un cristianesimo che si avvicina al fondamentalismo. Un bambino ribelle, refrattario alle regole dell’educazione imposte dal suo ceto sociale.
Uno, due, tre.
Tre i membri della famiglia. Tre i ritratti femminili. Oltre alla mamma, l’istitutrice privata Ada e l’anziana governante Mona, più madre della vera madre per il piccolo Prescott.
Tre gli scatti d’ira corrispondenti ai tre atti del film. Genesi di un’identità.
Uno, due, tre. Edipo, il Male, la Storia.

Ha dell’incredibile la genesi del film, se si pensa che il regista ventisettenne ha posto le basi del progetto undici anni fa, come dichiara in conferenza stampa. Undici anni per sedimentare, approfondire e rielaborare le infinite citazioni storiche, letterarie, filmiche e stilistiche. Nel frattempo il suo lavoro di attore in film e serie televisive americane, ma anche con registi europei unici come Michael Haneke e Lars Von Trier, verso i quali riconosce il suo debito di regista. «Il film riguarda gli eventi del XX secolo, non soltanto la tirannia e la violenza. Ma è anche un riflesso del cinema che ha descritto il XX secolo. Ci sono riflessi di Michael Haneke, Lars Von Trier, Jean Vigò e Carl Theodore Dreyer».
Tutti gli elementi cinematografici concorrono per delineare un’allegoria del totalitarismo: la musica assordante di Scott Walker, la sospensione nei dialoghi, la fotografia a tratti claustrofobica, la contrapposizione tra il mondo diplomatico maschile e quello domestico femminile che ruota attorno al bambino.
«Ho scelto un bambino come protagonista per non dare un giudizio sul personaggio del film. Non mi piacciono le storie facili in cui il bene e il male sono perfettamente identificabili, volevo fare un film sulla vita di un bambino prima che diventasse adulto e abbracciasse una ideologia. Molti dei fatti storici che vengono raccontati nel film sono reali. Altri liberamente reinterpretati, nella convinzione che attraverso un’ampia licenza poetica sia possibile esplorare meglio i momenti significativi della storia».

Uno, due, tre. Quattro. Robert Pattinson, da vampiro adolescenziale a nuovo feticcio cronemberghiano.
Uno, due, tre. Quattro. Il colpo di scena finale.

Premio Orizzonti per il miglior film: Free in deed di Jake Mahaffy

Dopo aver presentato nel 2012 il cortometraggio Miracle Boy, il regista statunitense Jake Mahaffy torna a Venezia con il lungometraggio Free in deed, in concorso nella sezione Orizzonti e vincitore del Premio Orizzonti per il miglior film. Di nuovo una storia di riscatto, ambientata in una comunità americana con la presenza di attori non professionisti.

L’origine di Free in deed è un reale fatto di cronaca accaduto in un quartiere afroamericano di a Memphis, Tennessee nel 2003: la morte accidentale di un bambino durante una sessione di guarigione in una sede della Chiesa della Pentecoste, una delle tante derivazioni del Protestantesimo.
Il rituale di imporre le mani sul malato per invocare lo spirito santo è una pratica di guarigione molto diffusa nelle comunità ecclesiali afroamericane e usata anche nei presunti casi di possessione demoniaca.
«Come può un uomo far morire un bambino credendo di aiutarlo?», questa la domanda che spinge Mahaffy ad iniziare il progetto. Dieci anni per indagare il mondo delle cosiddette “chiese di fortuna”, edifici abbandonati spesso fatiscenti, recuperati dalla comunità e resi di culto e sostegno sociale. Dieci anni per raccogliere fondi, testimonianze ed incontrare i reali protagonisti di allora.

Un documentario nelle intenzioni del regista, una storia di finzione strettamente ancorata al reale nel risultato. «Ho incontrato tutte le persone coinvolte nella storia. Ho voluto capire i personaggi e le loro spiegazioni. Volevo cercare di comprendere questa storia direttamente dai racconti delle persone che l’hanno vissuta. All’inizio pensavo di girare un documentario, ma alla fine, dopo che alcune interviste non erano andate troppo bene, ho scelto di scrivere una sceneggiatura, virando su una storia di fiction pura basata su fatti realmente accaduti».
Libertà e azione. Libertà come rifugio nella fede e come azione che supera i limiti del credo. Dualità. Nel racconto, nei caratteri, nella messinscena. Un reale fatto di cronaca e la sua sceneggiatura realistica. Due attori professionisti, David Harewood ed Edwina Findley, e i veri fedeli di una chiesa del luogo. Un pastore pentecostale con un passato sconosciuto da esorcizzare e con un culto esorcistico da praticare. Una madre, disperata, che ormai vede solo nel delirio religioso l’unica possibilità di salvezza per il figlio autistico.

Musica, riti, deliri. Le urla del bambino mentre compie atti autolesionistici e canti liberatori dei fedeli mentre inneggiano alla gloria del Salvatore.
Il racconto tragico di limiti contrapposti: da una parte quello dell’ignoranza e della religione intrisa di superstizione, dall’altra quello delle Istituzioni e della medicina.
Esterno: Memphis e i suoi quartieri neri degradati e abbandonati.
Interno: una chiesa di fortuna, rifugio di umanità disperate, sole e in cerca di risposte.
Ma la fede non è l’ultima risposta.
L’autismo del bambino come metafora della desolazione dell’intera comunità, un male individuale come specchio di un malessere comunitario.
Cosa resta all’uomo disperato se non il rifugio nella fede? A chi rivolgersi quando anche la religione fallisce nella sua pretesa volontà di salvezza?
La storia di un miracolo mancato, destinato a fallire già in partenza, forse. Uno sguardo lucido e realistico sulla disperazione della comunità afroamericana di città del sud come Memphis, dove il tempo sembra essersi fermato al segregazionismo post Guerra di Secessione.

Premio del Pubblico Pietro Barzisa: Tanna di Bentley Dean e Martin Butler

Primo lungometraggio di finzione dei due documentaristi  Bentley Dean e Martin Butler, che ricevono anche il Premio Fedeora per la miglior fotografia, Tanna è un melodramma universale ambientato su un’isola a sud del Pacifico.

Paesaggi incontaminati. Arcipelago di Vanuatu.
La tribù Yakel, con i suoi canti, i riti, e le sue regole ferree.
Una canzone su due amanti che sfidano l’ordine dei matrimoni forzati.
La storia di Wawa e Dain. Come i due amanti shakespeariani, pronti a tutto pur di restare uniti.
Scappate. Vi inseguiranno.
Scappate. Vi rimpiangeranno.
L’ineluttabilità del destino.
Occhi che si cercano. Colmi di interrogativi.
Labbra che si sfiorano e mani che, toccandosi, sembrano abbracciare tutta la terra.
Riconoscersi e trovare rifugio nella natura, nella sua bellezza, nella sua assenza di giudizio.
Il coraggio di una sfida e di una vittoria apparente. Contro l’imposizione e le regole sociali.
Riconoscersi e potersi unire pienamente solo nella morte. Come Romeo e Giulietta.
Wawa e Dain, due amanti realmente esistiti, il cui sacrificio sovvertirà un ordine millenario.
L’amore assoluto.
E Selin, la sorellina di Wawa, vitale, ribelle, intuitiva.
Spirito della natura come la Hushpuppy di Re della terra selvaggia.
A lei non toccherà la stessa sorte. Forse.

A bigger splash di Luca Guadagnino

Come le sezioni, le suggestioni, le occasioni di incontro, anche i premi collaterali minori sono talmente numerosi che risulta quasi impossibile per un film lasciare Venezia senza averne ricevuto almeno uno. Ed è così forse che si spiegano i due portati a casa dal plurifischiato A bigger splash di Luca Guadagnino. Il nome di un quadro di David Hockney dato al soggetto di un film di Jacques Deray di cinquant’anni fa, La piscina.

Eccesso. Che lascia un retrogusto di punti interrogativi.
Tempo che non passa riempito da inutili tentativi di renderlo vivo.
Sessualità edipica poco convincente. Sessualità gratuita.
Spiattellata a dispetto del tentativo di mantenerla celata.
Sovrabbondanza di desideri castrati dal loro stesso essere messi in mostra.
Momenti di ilarità che non perdonano l’assenza di una sospensione ricercata.
Accenni di disperazione muti. Corpi offerti e non vissuti. Assenza di comunicazione.
Prevedibilità.
Vuoto rimasto vuoto.

L’Italia non ha solo fatto incetta di premi collaterali, ma si è anche distinta, eccezion fatta per A bigger splash, per la qualità dei suoi film, presentati in ogni sezione della Mostra del Cinema.

Film in concorso: L’attesa di Piero Messina

Regista di cortometraggi e documentari, Piero Messina sceglie il pubblico di Venezia per il suo esordio nel lungometraggio e Juliette Binoche come sua protagonista. Waiting for the miracle è la canzone di Leonard Cohen scelta per la sequenza chiave de L’Attesa. Storia di un miracolo.

Lui. Lei. L’altra.
In attesa: la veritá.
Sospensione e fraintendimenti. Volti parte di un gioco sospeso.
Alla ricerca di maschere in grado di sublimare il vuoto.
Attendere qualcuno che non verrà. Attendere che la verità si manifesti in tutto il suo dolore.
Chi la conosce adotta meccanismi di difesa e protezione. Di sublimazione.
Chi ne è totalmente inconsapevole resta bloccato. Cieco di fronte a segni rivelatori.
Lui attende che la verità sul suo destino venga rivelata.
Lei rimanda il momento della rivelazione, preda di allucinazioni.
L’altra cade nel vortice delle omissioni e sembra godere a tratti di questo gioco al rimando.
Vuoti che prendono molteplici forme, più o meno convincenti.
Il disvelamento lento della verità riassembla i pezzi senza poterli mettere tutti a posto.
Dentro, lui, lei e l’altra, restano forme da reinventare.

Fuori concorso: Non essere cattivo di Claudio Caligari

Tre lungometraggi. Tutti presentati alla Mostra Internazionale d’Arte cinematografica di Venezia. Il primo, Amore Tossico (1983) aveva anche vinto il Premio speciale nella Sezione De Sica. Il secondo era L’odore della notte (1998). Diciassette anni dopo, Non essere cattivo (2015) viene presentato anch’esso fuori concorso. Un film talmente apprezzato da aver fatto chiedere a molti come mai non fosse nella selezione ufficiale. Forse la scomparsa del regista, come ha dichiarato il direttore della Mostra Alberto Barbera «avrebbe potuto creare imbarazzo nella giuria».

Un film «che volevo in tutti in modi fosse fatto» poiché vede protagonista «una umanità profondissima che soltanto in certi contesti sociali ritrovi, perché è lì che i valori di base vengono vissuti in maniera totale. Sullo sfondo che piano piano vuole mangiare questa umanità, in qualche caso ci riesce, altre volte no», dichiara in conferenza stampa a Venezia Valerio Mastandrea, già interprete di L’odore della notte e qui in veste di produttore.

Non essere cattivo è la terza parte di un’ideale trilogia insieme ad Accattone di Pasolini e Amore Tossico. Caligari torna sui luoghi del suo primo lungometraggio e ambienta la vicenda a metà degli anni Novanta, momento in cui secondo lui muore il mondo pasoliniano: «Non è un semplice spaccato fenomenologico del nuovo mondo tossico, ma, più ambiziosamente, la fotografia dell’esito finale del mondo pasoliniano: oggi Accattone va in discoteca, consuma e spaccia cocaina e pastiglie... La ricerca sul campo è stata fondamentale e ha portato alla luce una miniera di fatti e racconti di vita: un quadro antropologico impressionante per quantità e verità, da cui, più che un nuovo Accattone o un nuovo Amore tossico, potrebbe forse uscirne un nuovo Mean Streets».
Non essere cattivo riceve molti premi collaterali tra cui due Premi Pasinetti: uno per il miglior film, uno per il miglior attore a Luca Marinelli.

Ostia. 1995. Due amici-fratelli, Vittorio e Cesare.
Due umanità di confine, intrappolate nel borgo-ghetto romano.
Dove l’espediente fa da padrone e lo sballo sembra meno alienante del quotidiano.
Una vita di eccessi, consumata tra droga, alcol, discoteche, furti, prevaricazione.
Notti insonni, musica assordante, allucinazioni.
Essere o non essere cattivi?
Corpi asciutti, volti scavati, occhi fuori dalle orbite, carne che implode.
Una vita in simbiosi prima, due destini divisi dopo. Lo scarto?
Il desiderio di Vittorio di condurre un’esistenza diversa.
L’impossibilità per Cesare di uscire dai meccanismi della strada.
Essere o non essere cattivi?
Due strade: «lavorà con le mani, nei cantieri, o menà le mani fra furti e spaccio».
Vittorio supera Accattone e i protagonisti di Amore Tossico decidendo di andare a lavorare.
Cesare cerca di rifarsi una vita quando incontra Viviana, ma la sua lotta per la sopravvivenza ha un esito tragico.
Essere o non essere cattivi, a volte, non è una scelta.

Sezione Orizzonti: Pecore in erba di Alberto Caviglia

Classe 1984, una tesi di laurea su David Cronenberg, corsi di regia presso la New York Film Academy e la London Film School, un diploma alla Scuola Romana di Fotografia, diverse collaborazioni con Ferzan Ozpetek, Alberto Caviglia esordisce a Venezia con il lungometraggio Pecore in erba, in concorso nella sezione Orizzonti.
Che cosa accadrebbe se l’antisemitismo non fosse visto «come un qualcosa di necessariamente negativo e condannabile ma come una caratteristica innata dell’individuo? Che accadrebbe se in una società un individuo potesse nascere antisemita? Potrebbe davvero manifestare la propria natura o no?». Convinto che l’antisemitismo sia ancora molto radicato e presente nella società attuale, il regista ebreo sceglie di utilizzare la satira, poiché crede che «sia più facile da un certo punto di vista, ma soprattutto più efficace per andare ad attaccare e prendere in giro quell’ipocrisia che fa nascere il pregiudizio e in generale la discriminazione». Alberto Caviglia riceve il Premio “Civitas Vitae – rendere la longevità risorsa di coesione sociale”.

Luglio 2006. Italia. Trastevere. Media in subbuglio. Emergenza: Leonardo Zuliani, l’antisemita per antonomasia, è scomparso. Mockumentary alla Woody Allen di Zelig e di Prendi i soldi e scappa, di cui ricalca incipit e molto altro.
Personaggi della cultura e dello spettacolo come Freccero, Mentana, De Bortoli, Buy, De Cataldo, interpretano loro stessi e si uniscono nella commemorazione e nell’esaltazione delle gesta di Leonardo, l’eroe antisemita specchio di una società distorta.
Leonardo è autore del fumetto di successo Bloody Mario sulle morti cruente del compagno di classe Mario, di una Bibbia ripulita di tutte le parole “ebreo” nelle varie declinazioni lessicali e grammaticali, di un “kit dell’amore” che comprende una tanica di benzina e una bandiera israeliana.
A lui sono ispirati giocattoli e giochi in scatola come Ghettopoli, L’allegro aguzzino, lo Scarebreo.
Di lui parla il film campione di incassi Paura d’odiare, che il critico cinematografico Gianni Canova recensisce come «il manifesto del neorealismo postmoderno, l’apripista di un nuovo linguaggio cinematografico che ha appassionato masse e masse di spettatori».
Attivista per i diritti civili in questo mondo capovolto, Leonardo è anche ospite di Fabio Fazio a “Che tempo che fa”, per la presentazione del suo libro La morte corre da Sion, ripreso dal titolo italiano dell’unico film diretto da Charles Laughton La morte corre sul fiume.
Dai fratelli Marx a Sacha Baron Cohen, passando per i Monty Python e per Ciprì e Maresco, il paradosso si fa strumento di una campagna di sensibilizzazione. Contro l’ipocrisia, contro i pregiudizi, contro l’oblio.

Giornate degli Autori: Arianna di Carlo Lavagna

Regista e produttore di documentari, spot pubblicitari e cortometraggi d’arte presentati nei maggiori festival internazionali, Carlo Lavagna è stato ossessionato a lungo da un sogno infantile che ha portato alla genesi del suo primo lungometraggio, Arianna, presentato alle Giornate degli Autori. «Arianna è un film che viene da lontano, da un inatteso gesto dell’inconscio di un bambino che un giorno sogna di essere donna e da allora si trova a confrontarsi con una domanda fondamentale a cui non aveva pensato: perché ci è data questa identità e non un’altra?».
Un tema indagato fin dai tempi di Omero, che coinvolge il potere e la sua prevaricazione nel voler normalizzare ciò che non riesce a contenere, a spiegare, ad accettare.

Arianna, vittima di quel sistema, l’incarnazione del Male, l’Osceno che minaccia l’ordine precostituito. A Ondina Quadri, la protagonista, il Premio Fedeora miglior attrice esordiente alle Giornate degli autori e al film il Premio Laguna Sud miglior scoperta italiana

Sessualitá negata. Infranta.
Uccisa in nome di una presunta normalità.
Occhi in cerca di un mistero messo a tacere per decenni.
Guardarsi e restare muti di fronte all’inspiegabile.
Ad un corpo che non risponde. Che non esplode perché non può.
Un passato che riemerge. Un nodo irrisolto.
Una verità dolorosa con cui fare i conti.
Arianna.
L’errore alla ricerca di una nuova matematica e del suo posto nel mondo.
Se il film di Carlo Lavagna indaga un tema importante partendo da un sogno, il film di Tom Hooper The Danish girl tratta un argomento simile partendo da un dato di realtà. Li accomuna l’assenza di giudizio, la delicatezza nel descrivere i loro personaggi, l’afflato lirico che pervade entrambe le storie.

Tom Hooper (I miserabili, Il discorso del re) è per la prima volta in concorso a Venezia. Con sé porta Alicia Vikander (l’Anna Karenina di Joe Wright), Eddie Redmayne, (premiato quest’anno agli Oscar per la sua interpretazione di Stephen Hawking ne La teoria del tutto di James Marsh).

E la storia di Lili Elbe, la prima transgender ad essersi sottoposta a un intervento chirurgico.
A quale prezzo. Quanto occorre pagare per essere se stessi. Per sentirsi interi.
Anni offuscati stravolti dal velo posto su di sé. Inconsapevolmente.
Uno specchio. All’improvviso. Una luce. E tutto appare brutalmente vero.
Abiti che non possono più attendere. Identità che pulsa dentro e non può più essere celata.
Risvegliarsi in un corpo altro. Meschino. Sconosciuto.
Giocare tra identità apparentemente schizofreniche in attesa di un unico vincitore.
La gabbia non è la vergogna. La gabbia è un corpo che ha cessato di esistere davanti ai propri occhi.
Occhi che vanno al di là della maschera del mondo, che sudano e brillano di fronte al vero Io.
Potersi finalmente intravedere e fare di tutto per ricomporsi.
Nonostante il pericolo.
Rischiare il tutto per tutto per raggiungere la piena interezza.
Per trenta secondi.
L’eternità.

L’intervista: Aleksandr Sokurov e Francofonia

Occhi che ti penetrano nel profondo, senza giudizio, con una semplicità e una gentilezza che, sole, riescono a metterti completamente a tuo agio. Il timore che ti ha accompagnato tutta la notte svanisce. L’occasione è un incontro con l’Umano, che comprende il tuo senso di piccolezza e apprezza il tuo essere lì.
Di fronte all’uomo Sokurov si capisce perché il regista, Leone d’Oro nel 2011 per Faust, abbia dedicato una vita intera all’indagine del rapporto tra arte e potere. Si comprendono le sue scelte registiche, i molteplici linguaggi usati. Si restituisce il senso originario a tutti quei riferimenti che in una visione fugace durante un festival rischiano di essere non totalmente compresi.

Mentre il maestro parla della necessità di salvaguardare la cultura, di valorizzare la storia, della foga distruttrice dei nazisti durante l’assedio di Leningrado, delle devastazioni iconoclaste dell’Isis, del Louvre come patrimonio universale, risulta evidente perché siano proprio i fantasmi di Marianne e Napoleone a ossessionare l’autore e interrogare lo spettatore di Francofonia. «L’unica garanzia per la nostra esistenza, oggi, è l’esistenza del vecchio mondo, dell’Europa» dichiara il regista.
E allora a ricordarci la nostra identità, la nostra appartenenza a un’unica famiglia con una cultura grandiosa da conservare ecco pulsare martellanti le parole contraddittorie ma complementari di Marianne: «Libertà, uguaglianza, fratellanza». E di Napoleone: «Questo [il Louvre] l’ho fatto io».

Marianne, uscita dal quadro di Delacroix, simbolo del popolo. Napoleone, uscito dall’affresco di David mentre sta per incoronare Giuseppina sostituendosi al pontefice, simbolo del potere assoluto. Ma di un potere che ha comunque voluto e saputo proteggere l’arte.
Come hanno fatto Jacques Jaujard e Franz Wolff-Metternich, a rischio della loro stessa vita, per proteggere il patrimonio del «museo dei musei».
1940. Europa. Parigi. Museo del Louvre. Due uomini, uno francese, uno tedesco. Due nemici.
Jacques Jaujard, direttore del Louvre. Franz Wolff-Metternich, responsabile dei beni artistici durante l’occupazione nazista della Francia.
Nazionalismi messi in disparte. Ruoli accantonati in nome di un progetto più alto.
L’arte. Che va conservata. a ogni costo.
Reciproche appartenenze che cadono di fronte alla salvaguardia di un patrimonio universale.
Barriere che si infrangono  in nome di un tesoro maestoso, salvifico.
Due destini uniti dalla cultura, contro il potere, contro la Storia, contro la meschinità di cui l’uomo è capace quando perde l’umanità.
Ritratti viventi e uomini dipinti. Macerie che non possono essere dimenticate. Volti che nella loro esposizione museale riacquistano una dignità umana. E parlano di noi.

Dopo Arca russa, un unico piano sequenza all'interno dell’Hermitage di San Pietroburgo ecco un altro film ambientato in un museo. Ma se allora l’Hermitage era il teatro per la rappresentazione di 300 anni di storia russa, oggi è il Louvre, il «museo dei musei», ad essere il protagonista assoluto del film, in quanto casa dell’arte europea fin dalle sue origini. Un’arte che attraverso la molteplicità di linguaggi, stili, creatività individuali e collettive, connota l’aspetto identitario della grande famiglia chiamata Europa.
Stratificazioni, suggestioni, sguardi che penetrano all’interno della storia e dei volti che l’hanno fatta. Foto e filmati d’epoca, collegamenti skype durante una tempesta col capitano di una nave carica di opere d’arte, fantasmi di scrittori che si aggirano all’interno delle stanze del Louvre, il tutto orchestrato dalla voce fuori campo del regista.
Marianna e Napoleone, la Gioconda e La zattera della medusa, simboli di una comune identità pur nelle sue differenze.

Venezia. Domenica 13 settembre. Mattino presto. Non c’è più nessuno. Serrande abbassate al Palazzo del Cinema. Portone sbarrato al Palazzo del Casinò. La struttura del red carpet già scomparsa per metà. Nessuna Renault col leone bianco e la dicitura ufficiale di Venezia 72 sulle portiere davanti all’Hotel Excelsior. Il movie village solo un’ombra di quello che era poche ore prima.
Un vago ricordo delle parole di Prospero affiora alla mente: «Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni e le nostre piccole vite sono circondate dal sonno».
Che sia stato tutto un sogno? Che tutti gli attori fossero spiriti?
No. La realtà riaffiora. Appuntamento al 31 agosto 2016, con Venezia 73.

 


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