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Libri. La nuova traduzione del capolavoro firmata da Sergio Claudio Petroni per Bompiani

Ma’ era robusta, ma non grassa... i suoi piedi larghi e forti, scalzi, si muovevano lesti e agili sull’assito. I capelli fini e grigi erano raccolti in una piccola crocchia sulla nuca. Le maniche della veste coprivano fino al gomito le braccia forti e lentigginose, e le mani erano pienotte e delicate, come quelle di una bambina paffuta... La sua faccia carnosa non era dolce: era risoluta, garbata. I suoi occhi nocciola sembravano aver vissuto ogni tragedia possibile, salendo come gradini il dolore e la sofferenza fino a raggiungere una comprensione sovrumana e un sommo equilibrio. Sembrava conoscere, accettare, gradire il suo ruolo di cittadella della famiglia, di roccaforte inespugnabile... E il grande e umile ruolo di Ma’ in seno alla famiglia le aveva conferito dignità e una nitida, equilibrata bellezza... il ruolo di arbitro l’aveva resa remota e infallibile come una dea”.

 Questa è la descrizione della signora Joad nella nuova, bella e integrale traduzione di Furore (The Grapes of Wrath in originale), capolavoro di John Steinbeck, (Bompiani, Milano, 2013, p. 104-105).

Avevo letto pochi anni fa la traduzione precedente, del 1940, sottoposta alla censura fascista e clericale e a una cultura linguistica formale, con tagli e rifacimenti arbitrari. Quella nuova, di Sergio Claudio Petroni usa una forma più rispondente all’aspro contenuto. Ecco ad esempio un dialogo tra il figlio Tom Joad e Ma’:

“Perdio, sto parlando come Casy. E’ che lo penso tutt’il tempo. Certe volte è come se lo vedo.

“Non riesco a capire,” disse Ma’. “Non ci riesco.”

“Manco io,” disse Tom, “E’ solo roba che m’è venuta da pensare. Ti viene da pensare un sacco quando non ti puoi muovere. Devi tornare al campo, Ma’.”

“E... Tom... più avanti, quando si sistema tutto, tu devi tornare da noi. Ce la farai a trovarci?”

 

E’ la storia di una famiglia di contadini dell’Oklahoma, costretta dal protrarsi di annate agricole sfortunate a cedere la proprietà del podere alle banche creditrici, e successivamente ad essere cacciati da orto e cascina, spianati dalle macchine agricole generate dal progresso tecnologico. 

La storia della migrazione, negli anni trenta del secolo scorso, di migliaia di famiglie contadine americane verso un west ormai “civilizzato”, è la storia attualissima di tutte le migrazioni del pianeta. Fatta soprattutto di povertà, sfruttamento, odio e paura da parte delle popolazioni già insediate nei luoghi di arrivo nei confronti dei nuovi venuti. I migranti, pur essendo WASP (white, anglo-saxon, protestant) come i residenti della California, vengono apostrofati da questi ultimi spregiativamente come Okies, gentaglia originaria dell’Oklahoma. E se tentano di difendere i propri diritti e la propria dignità, vengono additati come “comunisti” e provocati per essere inguaiati con una giustizia al servizio dei padroni. 

I romanzi insegnano spesso la storia meglio degli storici di professione. La grande depressione che colpì gli Stati Uniti dopo la crisi del 1929 difficilmente potrebbe essere illustrata meglio che in questo libro. E all’interno della storia con la S maiuscola, quella economica. E’ noto che sotto la presidenza di Franklin D. Roosevelt, iniziata nel 1932, vennero realizzati negli USA, nel quadro di un insieme di interventi denominato New Deal, ingenti investimenti pubblici per risollevare il paese, secondo una teoria elaborata dall’economista inglese John M. Keynes. Purtroppo i fatti hanno dimostrato che questo enorme sforzo non bastò ad ottenere i risultati voluti. La depressione cessò solo grazie a investimenti senza limiti: quelli richiesti dagli armamenti della seconda guerra mondiale. Come dire: lo sviluppo, se deve rispondere alle reali esigenze degli esseri umani (cioè non essere distruttivo come una guerra o come il saccheggio delle risorse del pianeta) è una questione di qualità più che di quantità.

 Furore è anche istruttivo sulla evoluzione della famiglia nella convivenza umana. L’obiettivo perseguito senza tregua dalla Signora Joad di mantenere unita la famiglia era posto continuamente a repentaglio. Questo perché i migranti che hanno perso un luogo di riferimento, una “casa” in un luogo e in una comunità, sono sempre a rischio di dispersione senza possibilità di ritrovarsi. Oggi Internet e i telefonini hanno ridotto enormemente questo problema. Ma allora (e spesso anche adesso) bastava separarsi anche momentaneamente, per necessità o perché obbligati da autorità nemiche, per non ritrovarsi più. La famiglia Joad perde per strada, oltre ai due nonni costretti a una sepoltura non più rintracciabile, il figlio maggiore che sceglie di fermarsi presso un fiume, confidando per la sua sopravvivenza nelle risorse naturali. E il futuro prospettato dal racconto fa presagire altre separazioni, dall’esito sconosciuto. 

In questo scenario di desolazione, solo la solidarietà tra le famiglie dei migranti e il matrimonio del giovane Al Joad con Aggie, conosciuta nel vagone che ospita la sua e un’altra famiglia vicino al campo di cotone, aprono uno spiraglio alla speranza. Ma anche la determinazione di Tom Joad (alla macchia per aver ucciso un picchiatore, per difendersi dopo che quello aveva massacrato l’amico ex predicatore Casy) di dedicare il suo futuro, qualunque fosse, al riscatto degli oppressi. 

Ma c’è un ultimo aspetto che merita la massima attenzione: l’effetto del progresso tecnologico sui rapporti tra uomini e donne.

Sicuramente la signora Joad era da sempre il pilastro dell’unità della famiglia, numerosa e allargata com’era allora. Ma il ruolo di capofamiglia spettava pur sempre all’uomo, al signor Joad che, sia pure aiutato da tutti, garantiva la sussistenza economica con la forza delle sue braccia. Con l’avvento delle macchine, la forza fisica diveniva sempre meno importante, e privava così il pater familias di un elemento determinante per la sua supremazia. 

E di questo stato Joad padre si lamenta più volte nel corso della storia. Con serena rassegnazione.

 

 

 

Gli autori di Vorrei
Giacomo Correale Santacroce
Author: Giacomo Correale Santacroce

Laureato in Economia all’Università Bocconi con specializzazione in Scienze dell’Amministrazione Pubblica all’Università di Bologna, ha una lunga esperienza in materia di programmazione e gestione strategica acquisita come dirigente e come consulente presso imprese e amministrazioni pubbliche. È autore di numerose ricerche, saggi e articoli pubblicati su riviste e giornali economici. Ora in pensione, dedica la sua attività pubblicistica a uno zibaldone di economia, politica ed estetica.

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