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20190423 Walter Gropius

I cento anni di un ragazzo radicale e il movimento artistico tedesco che all’indomani della prima guerra mondiale andava alla ricerca della perfetta identificazione tra forma e funzione.

 

In questi ultimi cento anni, quando si parla di arte visiva, c’è una parola che mi pare resti relegata in secondo piano. Questa parola sentita come lontana dalla creatività e contraria ad essa, è ciò che ci priva oggi di eguagliare quelle vette dell’arte o di fare esperienze totalmente nuove. Parlo del razionalismo. Quel movimento artistico tedesco che all’indomani della prima guerra mondiale si caratterizza per la ricerca della perfetta identificazione tra forma e funzione. Questa parola unita all’esperienza democratica della Repubblica di Weimar, viene forse avvertita come troppo assimilabile alla funzionalità dei sistemi industriali e alle abitazioni economiche della classe operaia. Il razionalismo invece è radicale posizione di giovani sognatori. Dunque movimento in forte polemica contro il monumentalismo e contro l’eclettismo tradizionale, e movimento di intellettuali alla ricerca di una funzionalità nuova che risponde all’esigenza anche questa nuova di una moralità del costruire che educhi una società che cambia. Nasce così il design di oggetti concepiti dalla cultura, nutriti dalla filosofia, fatti bene e a basso prezzo. Proprio cento anni fa l’Europa di questa scuola che vuole costruire in altro modo le case, ha voglia di rinascere. E lo fa a Weimar che in questo momento è teatro di tante cose: luogo emblematico della Turingia tedesca che porta con sé il ricordo della grande Prussia, patria del Bauhaus scuola da intendersi come estensione culturale della volontà di una regione nella quale si forma il primo parlamento democratico tedesco passato alla storia per aver scritto la Costituzione della Repubblica di Weimar. Quella stessa Weimar però che da luogo d’elezione diventa patria di negazione e di chiusura verso una scuola che dura dal 1919 al 1933. In questo breve arco di tempo Weimar ha visto una vera e propria età dell’oro di arti e scienze a servizio di una nuova industria aperta al nuovo. A livello politico, è stata in grado di vivere un vero primo esperimento di uguaglianza fra tutti gli esseri umani, di partecipazione attiva alla politica e di libertà di pensiero invidiabile. A Weimar in questo 1919 si parla di suffragio universale con l’apertura del voto alle donne, si risponde egregiamente alla crisi dell’oligarchia e soprattutto si raggiunge seppur per pochi momenti l’agognato egualitarismo dopo secoli di regni ed imperi. Il tutto ovviamente si riflette a Berlino dove nel 1919 c’è un humus particolare.

 

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A Berlino c’è un’emancipazione che altrove nessuno vede e si parla di Gestalt come via per la risoluzione dei problemi che riguardano la percezione o l’esperienza. A Berlino c’è il neue ovunque e il fondamentale attivismo degli artisti socialisti della Novembergruppe non è da meno. A cento anni di distanza da questa frenetica attività però le cose non cambiano e allora come oggi siamo costretti a dire che Berlino non è la Germania. Figurarsi poi la piccolissima Weimar e la straordinaria stagione della scuola di Gropius, Klee, Moholy-Nagy, Ludwig Mies Van der Rohe e Kandinsky immediatamente connotata come la più straordinaria officina di artisti. Officina sovvenzionata da uno stato accorto che permetterà ad una generazione di artisti di dare il volto all’intero secolo. Non solo l’esperienza dura pochi anni ma corre il rischio di essere solo l’unificazione di una serie di scuole d’arte se Gropius non l’avesse dotata di un suo “Manifesto e programma del Bauhaus statale di Weimar” nel quale si legge che il design ha l’obiettivo di interessare tutte le arti. La scuola infatti non trascura alcuna professione, si occupa di fotografia, teatro, danza, disegno, collage, editoria e perfino abbigliamento. Molte idee, prototipi e oggetti di uso comune hanno prodotto negli ultimi cento anni una serie di successi senza precedenti. Nel decennio della sua direzione Gropius riesce ad adunare nell’istituto, con incarico di insegnamento, le più significative personalità del movimento artistico moderno in nome proprio di questa spinta alla profondità. È così che il Bauhaus diventa l’oggetto di roventi discussioni sui problemi dell’arte e dell’insegnamento artistico. Nel ’25, in seguito all’opposizione politica del governo della Turingia, la scuola è costretta a trasferirsi a Dessau, ma ancora sono tante le città tedesche che offrono ospitalità a questo gruppo prestigioso di intellettuali. Cinque anni dopo però, le cose cambiano profondamente e la Repubblica nel 1930 vede un terremoto alle elezioni con conseguenze devastanti. I nuovi partiti di destra manifestano le loro richieste di potere con violenza e terrore crescenti. La Repubblica si avvia alla guerra civile, nonostante il grande successo fra i giovani che da tutta Europa confluiscono nella scuola stanchi di accademismo e figli di una classe sociale che sogna di cambiare. Certamente la Germania di questo inizio Novecento assume un ruolo di primo piano nella cultura architettonica perché ci sono case da ricostruire dopo la grande guerra e problemi sociali da risolvere e dunque in questi anni si formano imprese fondate sulla stretta collaborazione tra capitale finanziario, industria ed intervento dello stato. Tra gli studenti, molti sono ebrei secolarizzati attratti dall’obiettivo di saldare la cesura tra industria ed arti applicate e stabilire una stretta ed eccitante collaborazione tra artisti e industrie. Tra queste l'AEG azienda di prodotti elettronici, formata nel 1883 da imprenditori e persone attente al mondo dell'arte.  Sono loro i nemici numero uno di cui i carnefici di Hitler faranno piazza pulita.

 

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Nel 1933 il Bauhaus ovviamente viene chiuso dai retrogradi nazisti appena saliti al potere; l’avevano già costretto a traslocare come dicevo nel 1925, e infine a Berlino nel ’32.  Eppure, alle follie della grave situazione sociale che si era venuta a determinare risponde il Bauhaus con la più importante organizzazione culturale tedesca. Risponde con lo studio sulla purezza dei materiali e la linearità delle forme. Con le prospettive spaziali che inneggiano ad altre possibili forme del quotidiano e con la straordinaria convivenza delle infinite anime che hanno trovato nella scuola la loro patria d’adozione. Risponde con visioni estetiche diverse. Tutte figlie del razionalismo. Anche le lezioni più vivaci che con Johannes Itten ad esempio, studiano i valori simbolici dei materiali. Risponde cioè con un’attenzione verso lo spirituale che non si addice alla retorica del regime e al suo autoritarismo. Risponde offrendo ai suoi allievi di imparare anche a curare il corpo, il vestiario e l’alimentazione attraverso le filosofie orientali. Il Bauhaus infatti è multiforme e curioso perché è emanazione della mentalità democratica della Repubblica e dunque pensa all’unità del sociale contro la prevaricazione del più forte. Stimola la ricerca del nuovo da opporre a tutti coloro che voglio rifugiarsi nella sicurezza delle immagini note e dell’immaginazione riciclata. Una scuola senza voti che oppone il libro della natura alle belle e vecchie forme cariche di orpelli storicisti che inibiscono la creatività e che sono solo espressione dell’incultura di una classe sociale che per lavoro si è trasferita dalle campagne alla città.

 

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Oggi dunque che festeggiamo i cento anni da quell’aprile mese della sua fondazione, vorrei rendere omaggio al direttore Walter Gropius, e all'ordinamento dei principi costruttivi che saranno il fondamento progettuale delle costruzioni del panorama americano ed europeo più moderno. Vorrei rendere omaggio alla definizione della figura del designer come artista che elabora metodologie di progettazione che sono prima di tutto figlie del pensiero e poi pratiche nuove, eccitanti e soprattutto comune a tutte le arti. Rendo omaggio ad una scuola nella quale lo studente doveva seguire un corso preliminare di sei mesi, durante i quali studiava le caratteristiche dei materiali, dei colori, delle forme naturali della geometria studiando però anche le leggi della percezione visiva e della psicologia della forma. Una scuola dove a tenere il corso di “Teoria della forma e della figurazione” era Paul Klee che nella sua esplorazione dell’universo interiore assegnava un valore diverso ai segni, alla composizione o ai contrasti di colore. Klee con quella sua mirabile azione equilibratrice, che lo portò ad essere soprannominato dagli allievi “il Buddha” da ascoltare come un oracolo. Una scuola di tre anni, composta essenzialmente da attività di laboratorio (falegnameria, metalli, tessitura, stamperia, scultura, ceramica) dove si sperimentavano molte caratteristiche tecniche e di lavorazione. Festeggio i cento anni di un obiettivo importante come quello di eliminare il diaframma tra artista e artigiano per arrivare alla costruzione completa, traguardo finale delle arti visive. Festeggio insomma un Bauhaus scuola di democrazia, in quel suo mutato rapporto tra docente e allievo, entrambi a servizio della conoscenza della materia. Entrambi portati a passare al lavoro creativo e attraverso la funzione, arrivare a fare un’unica cosa: creare ordine nella disperata confusione della nostra epoca. Dal 1931 in poi infatti il Razionalismo con la sua forma pura e la sua variegata funzionalità inizierà a percorrere strade divergenti e profondamente contrarie al bieco monumentalismo dei Fascismi. Mentre per i gerarchi più retrivi ogni espressione dello Spirito doveva confluire nello Stato, al quale sottoporre temi propagandistici che in pieno delirio d’onnipotenza dovevano confrontarsi con l’eternità, il Bauhaus invece resta la brezza fresca della libertà. Dunque un faro nella notte. Porterà i suoi frutti altrove, sarà oggetto di studio e d’ammirazione e soprattutto avrà per sempre l’intelligenza, la voluttà e lo spirito di un quattordicenne.

 

Gli autori di Vorrei
Matilde Puleo
Author: Matilde Puleo
Storica e critica d’arte, curatrice, organizzatrice di eventi culturali e docente (www.megamega.it). Collabora con riviste di settore e scrive regolarmente di arti visive e cultura. La tendenza è quella di portare avanti l’approfondimento e l’articolazione del pensiero come fari con i quali sviluppare la necessaria capacità d’osservazione e di lettura del mondo.
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