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 Nei pirandelliani Quaderni di Serafino Gubbio operatore, proposti in scena da Emanuela Villagrossi e Laura Piazza, la lucida consapevolezza della deprivazione di realtà e di umanità indotta dalle macchine da ripresa.

 

A più di un secolo di distanza dalla sua prima stesura, l’opera forse meno frequentata di Luigi Pirandello viene proposta al pubblico dello Spazio Banterle, un piccolo spazio teatrale all’interno del Centro Culturale di Milano gestito dal Teatro degli Incamminati, in una riduzione scenica che ne rivela l’ incredibile attualità.

Agli albori dell’industria cinematografica italiana, non poteva sfuggire al critico più amaro delle finzioni umane, all’inesorabile demistificatore Luigi Pirandello, la nascita di questa nuova trappola in cui l’artificio della macchine avrebbero irretito gli uomini. Se il teatro rappresentò per lui una metafora della vita stessa quale egli la intendeva, il cinema gli appare come l’ultimo, più sofisticato strumento della alienazione da quel tanto di realtà e di verità che è concessa agli uomini: poichè attraverso di esso tutto diviene materia di spettacolo, e perfino il cielo non ci appare più che “una meraviglia da cinematografo”.

L’analisi sottilissima e spietata di tutta la complessa macchinazione rappresentata da questa nuova “arte” è affidata a un testimone che ne è insieme protagonista e vittima, l’operatore (per caso e per necessità) Serafino Gubbio. Tutto il complesso mondo della casa di produzione Cosmograph (ironica denominazione che allude alla pretesa quasi demiurgica che il cinema si assume), dal produttore alle comparse, dalla grande diva ai suoi spasimanti, dalle attricette ai tecnici, professionisti e dilettanti, i tanti personaggi illustri e anonimi che si affollano attorno alla costruzione del film, attratti dal successo della nuova forma di spettacolo e spinti dalla vanità, è osservato nei suoi particolari più realistici dall’uomo che, al servizio della macchina da presa, si sente ridotto ad “una mano che gira la manovella”.

tutto diviene materia di spettacolo, e perfino il cielo non ci appare più che “una meraviglia da cinematografo”.

 

“Serafino non ha volontà, interessi, desideri.. L’impassibilità lo caratterizza rispetto a qualsiasi immagine o situazione che si trova a registrare, morte compresa”. Così Emanuela Villagrossi, cui si deve l’ideazione dello spettacolo, e che in scena, insieme con Laura Piazza, è di volta in volta voce del narratore o dei suoi personaggi. Un’impassibilità che è “la qualità precipua che si richiede” all’operatore, e tale che in futuro, pensa Serafino, sarà meglio assicurata da un’altra “macchinetta”. Non a caso, scorrono sul fondo della scena le immagini di una telecamera fissa, quella piazzata proprio su un angolo della strada esterna al teatro, e, più avanti, un’altra di queste telecamere, con lo “sguardo” più impassibile che si possa immaginare, ci restituisce le immagini registrate di una sparatoria nella notte metropolitana.

 

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È anche questo confronto con l’attualità che rende lo spettacolo decisamente nuovo, e giustifica pienamente la scelta degli autori:

“Il progetto di mettere in scena Quaderni di Serafino Gubbio operatore era un desiderio di vecchia data di Emanuela Villagrossi - racconta Laura Piazza - Siamo molto amiche e per me era importante partorire un lavoro insieme. Inoltre, amo moltissimo Pirandello e ho sempre sognato di vederlo in scena più di frequente e libero dal pirandellismo anche teatrale. Abbiamo fatto una ricerca ma non ci pare che il romanzo sia stato portato in scena in occasioni memorabili. Ho solo trovato un vecchio adattamento a cura di Massini. Il nostro adattamento è stato a cura di Emanuela, con la collaborazione di Michele Sancisi, mentre io ed Emanuela siamo coautrici oltre che interpreti della messa in scena. Le altre due artiste, Gaia Giani e Maresa Lippolis, ci hanno offerto delle immagini video sulla base di nostre sollecitazioni.”

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Sfrondata dalle vicende dei personaggi secondari e dalle altre tematiche tipicamente pirandelliane ad essi connesse, la riduzione per la scena si concentra sulla tematica dello sguardo e delle macchine per riprendere la realtà, sulle conseguenze della loro presenza nell’arte e nella nostra vita.

“Si è deciso di eliminare sostanzialmente tutti i personaggi e di inglobarli tutti nell’ottica di Serafino - dice ancora Laura Piazza -, in questo seguendo un’indicazione implicita dello stesso Pirandello, portando all’estremo la focalizzazione interna. Non abbiamo in realtà dato particolare rilievo alle sottotrame un po’ più datate (ad esempio, la questione della donna-tigre). Ci interessava molto la riflessione sulla tirannia dell’immagine, così anticipatrice delle assurdità contemporanee, sul rischio che l’immagine si svuoti di vita. Ma ci ha molto toccato pure l’amore implicitamente espresso nei confronti del teatro, e del capitale umano del teatro, gli attori”.

Un’intervista alle due interpreti e coautrici della messa in scena, che contiene anche la registrazione audio di parti dello spettacolo, che verrà ancora rappresentato allo spazio Banterle il 26 e 27 ottobre, la si può trovare nel podcast del programma di RAI Radio 3 Piazza Verdi, nella puntata intitolata Nuvole. 

La trama del romanzo è costruita attorno a una parabola di divoramenti: la donna mangiatrice di uomini, la diva Varia Nestoroff, che irretisce e spinge all’autodistruzione i suoi amanti; la tigre, una belva viva scelta per aumentare la spettacolarità di una scena di caccia grossa, che finisce per divorare sul serio l’incauto finto cacciatore; la macchina da presa, “il ragno” mostruoso a cui diamo in pasto la realtà per vedercela ridotta in “scatolette” da cui trarre divertimento e guadagno.

“La macchina è fatta per agire, per muoversi, ha bisogno di ingojarsi la nostra anima, di divorar la nostra vita. ... Che volete farci? Io sono qua. Servo la mia macchinetta, in quanto la giro perchè possa mangiare. Ma l’anima, a me, non mi serve. Mi serve la mano; cioè, serve alla macchina. L’anima in pasto, in pasto la vita, dovete dargliela voi signori, alla macchinetta, ch’io giro.”

È evidente che Pirandello non pensa ad un cinema che abbia dignità di creazione artistica, chè anzi suppone che gli attori veri si sentano mortificati da queste recite prive di contatto col pubblico, dalla riduzione della fisicità del teatro a pura immagine, priva di spessore, a mostra di sè per la quale non occorre nè impegno nè talento. 

È nel cinema come industria, come fatto commerciale, del quale sottolinea ripetutamente gli aspetti venali, che l’autore vede i pericoli dell’alienazione dalla realtà e dalla stessa umanità

Ma come prendere sul serio un lavoro, che altro scopo non ha se non d’ ingannare –non se stessi- ma gli altri? E ingannare mettendo su le più stupide finzioni, a cui la macchina è incaricata di dare la realtà meravigliosa? ... Si fan denari a palate, e migliaja e migliaja di lire si possono spendere allegramente per la costruzione d’una scena, che su lo schermo non durerà più di due minuti.”  

E’ questa macchina commerciale che “riempie le sale cinematografiche e svuota i teatri” a costringere gli attori ad umiliare la propria arte, che tutto deve alla corporeità viva, a una presenza sempre rinnovata e sofferta, offrendosi invece  alla riproduzione meccanicadella propria immagine.

È questa macchina commerciale che “riempie le sale cinematografiche e svuota i teatri” a costringere gli attori ad umiliare la propria arte

Anche il sacrificio di una magnifica bestia come la tigre, seppur condannata a questa fine dalla sua pur innocente ferocia, fa parte di questo assurdo spreco destinato non tanto a “ lasciare un ricordo duraturo negli spettatori” quanto ad alimentare la grande macchina vorace che fa “denari a palate”.

Laura Piazza e Emanuela Villagrossi mettono invece in scena, per evocare l’epilogo della vicenda, una piccola tigre di plastica e concludono lo spettacolo aprendo su un display un file da Youtube, titolo: Uomo divorato da una tigre. Solo qualche secondo, poi il buio: cosa sarà accaduto in quelle immagini, cosa nella realtà, non vogliamo saperlo, sembrano dirci; anche perchè non possiamo saperlo. Le frontiere tra realtà e finzione sono sempre meno definibili, in ragione della moltiplicazione e dell’onnipresenza delle “macchinette” da ripresa, e ad esserne vittima è la nostra stessa umanità. Serafino Gubbio non è così indifferente alle sofferenze delle persone coinvolte con lui nella produzione del film, e per questo, a un certo punto, pensa all’amante infelice della diva come a uno che potrebbe chiamare “fratello”, ma afferma che non potrà farlo, in realtà: perchè, dice, “in una umanità che prende diletto d’uno spettacolo cinematografico e ammette in sè un mestiere come il mio, certe parole, certi moti dell’animo diventano ridicoli”.

Le frontiere tra realtà e finzione sono sempre meno definibili, in ragione della moltiplicazione e dell’onnipresenza delle “macchinette” da ripresa

Profetico anche in questo, il Pirandello dei Quaderni: l’impassibilità dell’operatore è dilagata, oggi che tutti siamo in grado di riprendere lo scorrere della vita con una “macchinetta”, e che siamo irresistibilmente incoraggiati a farlo, la capacità di empatia appare non solo ridicola, ma addirittura spregevole, e gli odiatori trionfano sugli odiati “buonisti”.

 


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