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20180326 zavoli

Il periodo più difficile della storia repubblicana in un classico del giornalismo di analisi scritto da Sergio Zavoli

Quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario del 1968. Noi preferiamo però andare controcorrente e occuparci piuttosto del 1988.

ll 1988 è stato l’ultimo anno in cui in Italia sono state registrate vittime – e quell’anno furono ben 6 – di azioni terroristiche. Dal 1969 al 1988 non era passato infatti anno senza che in Italia non si fosse verificato qualche omicidio politico.

Ora, a parte l’occasione dell’anniversario tondo – 30 anni – degli ultimi fuochi di un incendio che aveva devastato l’Italia nei due decenni presenti, è anche l’occasione per ricordare l’anniversario ancor più tondo – quarant’anni in questo caso, e che si celebrano proprio in questi giorni – dell’azione se non più sanguinosa, sicuramente più grave compiuta dai terroristi in Italia, e cioè il rapimento di Aldo Moro e l’assassinio suo e della sua scorta.

Perché parlarne ancora oggi? Nella campagna elettorale di modestissima portata intellettuale che abbiamo visto svolgersi negli ultimi mesi è riemersa una contrapposizione tra fascismo e antifascismo che sembrava sepolta, appunto, dagli anni del terrorismo, e a qualche commentatore non è sembrato vero poter cogliere l’occasione di azzardare un suggestivo parallelismo tra la situazione di ieri e quella di oggi. La tesi non ha fondamento, e basterebbero un paio di osservazioni per rendersene conto.

Innanzi tutto, il contesto politico della guerra fredda, che polarizzò lo scontro parlamentare e ideologico per decenni, non esiste più. Con la sua fine sono scemati anche gli interessi militari e politici americani in Italia, che alimentarono la “strategia della tensione”, cioè lo stragismo.

In secondo luogo, i movimenti extraparlamentari di destra e di sinistra – che allora furono, per la radicalità delle loro proposte e per il numero di militanti, gli oggettivi incubatori dei germi del terrorismo – coinvolgono oggi solo poche migliaia di simpatizzanti e non certo centinaia di migliaia come allora.

Allo stato attuale lo scontro tra neofascisti e antifascisti è quindi uno scontro su scala assai ridotta rispetto a quello di quarant’anni fa. Entrambi gli schieramenti non hanno poi nemmeno più l’identità che avevano negli anni Settanta.

I neofascisti sono fieramente contrari all’immigrazione e all’Islam, ma l’anticomunismo – che nei gruppi neofascisti degli anni Settanta era un elemento aggregante e immancabile – per i neofascisti di oggi non rappresenta più una priorità ed è anzi ridotto a un anticomunismo esteriore, da giorno delle foibe e poco altro.

L’estrema sinistra è in crisi da anni. I suoi gruppi, pur talvolta numericamente consistenti, sono quasi tutti su posizioni più che altro anarchiche. Nessuno di loro ambisce a una rivoluzione proletaria. Nessun gruppo è su posizioni maoiste o leniniste (se non in frazioni numericamente irrilevanti); un pochino meglio vanno i guevaristi, ma solo per via della forza iconica che il Che è ancora in grado di emanare e per il terzomondismo che in Italia ha fatto sempre proselti; la questione operaia non esiste più. L’antifascismo appare pertanto in tutta evidenza come una reazione al movimentismo di destra.

Alla fine della campagna elettorale si sono contati tre o quattro feriti tra i militanti di Potere al Popolo e di CasaPound (rispettivamente accoltellati e bastonati, nessuno in pericolo di vita); alcuni poliziotti sono stati feriti in scontri con elementi dell’estrema sinistra; il fatto più grave è senza dubbio quello avvenuto a Macerata, dove un singolo attentatore ha sparato a varie persone, e solo per un caso non ha ucciso nessuno.

È un bilancio non certo positivo. Anzi, è il peggiore delle ultime campagne elettorali, ed è anche il motivo che ha spinto qualcuno a ipotizzare l’approssimarsi di una nuova stagione di terrorismo. Ma è un bilancio lontanissimo dai bilanci che si registravano negli anni Settanta.

Non è quindi un esercizio inutile andare a leggere qualcosa sui tempi che furono, tanto per farsi un’idea delle enormi diversità rispetto a oggi, ma anche dei possibili – pochi, in realtà – punti di contatto.

Ho scelto forse il saggio più classico che ci sia sull’argomento, che è stato anche uno dei primi saggi che hanno tentato di affrontare in modo organico e documentato il fenomeno del terrorismo in Italia. Si intitola La notte della Repubblica – un titolo che è diventato anche un modo di dire – e il suo autore è il giornalista Sergio Zavoli. Il saggio è il frutto di un lavoro svolto da Zavoli e da un nutrito team giornalistico che realizzarono per la RAI l’omonimo programma televisivo in diciotto puntate che andò in onda a partire dal dicembre 1989.

La notte della Repubblica, sia in versione libro sia in versione televisiva, è un punto di riferimento imprescindibile: non esiste un altro lavoro di questa portata e di questo livello, e con il quale è pertanto doveroso confrontarsi.

Il libro è strutturato in maniera semplicissima: dopo brevi capitoli introduttivi che trattano in modo succinto gli eventi, è in gran parte composto dalle interviste di persone – vittime (feriti o congiunti di caduti), carnefici, osservatori dell’epoca – che vennero rilasciate a Zavoli pochi anni dopo i fatti, quando ancora molti protagonisti erano vivi (tenete presente per esempio che praticamente tutti i politici di primo piano di quegli anni sono ormai scomparsi) o erano ancora disponibili a rilasciare interviste. Oggi per esempio solo pochi terroristi sono ancora disponibili a parlare, tranne qualche caso di narcisismo al limite del patologico, poiché la maggior parte di loro si è rifatta una vita e i loro nomi ai più non dicono ormai un gran che.

Quello di Zavoli è un testo utile sotto molti punti di vista.

Innanzi tutto perché è possibile integrare la lettura del libro con la visione delle puntate del programma, che sono facilmente scaricabili da raiplay.it. In questo modo è possibile avere una visione ancor più approfondita dei fatti e poter cogliere anche i sentimenti degli intervistati, che sullo schermo talvolta traspaiono nitidamente.

In secondo luogo perchè consente di vedere in azione un giornalista di razza, e di capire con un esempio concreto cosa si intenda per giornalismo, e cioè preparazione, correttezza, dare la possibilità di espressione delle proprie motivazioni, anche chi per esempio aveva commesso omicidi, senza concedergli però la platea per fare comizi; un giornalismo che non è alla ricerca dello scoop a tutti i costi e che non esaurisce il suo scopo nell’estorcere all’intervistato una richiesta di perdono indirizzata ai parenti delle vittime come se fossimo a “C’è posta per te”.

Infine La Notte della Repubblica consente anche di vedere come si intervista un politico – anche potentissimo, come era Andreotti quando Zavoli lo incalzò chiedendogli conto del suo comportamento durante il sequestro Moro – senza per forza doversi mettere in ginocchio.

Con il loro lavoro, Zavoli è il suo team hanno provato per la prima volta anche a fare una ricostruzione numerica del fenomeno terroristico in Italia, che ha coinvolto circa 6.000 individui.

Circa 14.000 sono stati gli attentati piccoli e grandi che hanno causato 429 morti (di cui 77 agenti di Pubblica Sicurezza, 27 Carabinieri e 10 magistrati) e 2.000 feriti. 53 sono stati invece i terroristi morti.

Inoltre 150 sono stati i morti e 800 i feriti nelle 7 stragi di quegli anni. E ci sarebbero da conteggiare anche 50 morti nelle due stragi di Fiumicino del 1973 e del 1985 a opera di terroristi palestinesi.

E qui secondo me me sta una piccola pecca storiografica del libro (io tento di dire sempre se c’è qualcosa che non mi convince, anche per onestà intellettuale).

La Notte della Repubblica nei suoi conteggi ha infatti tenuto conto di tutte le azioni terroristiche compiute sul territorio italiano nel periodo preso in esame. Non è una scelta condivisibile. Il terrorismo italiano non ha avuto contatti con il terrorismo internazionale che più volte ha colpito in Italia.

Abbiamo già citato gli attacchi di fazioni estremistiche palestinesi nel nostro paese.

Non basta. L’ultimo morto del terrorismo storico in Italia – non consideriamo quelli di Massimo D’Antona e di Marco Biagi compiuti dalle Nuove Brigate Rosse, un gruppuscolo composto da una decina di persone che ha colpito un decennio dopo che si erano spenti gli ultimi fuochi – è unanimemente considerato quello del senatore democristiano Roberto Ruffilli nel 1988. Ma io prima ho scritto che i morti del 1988 furono 6.

Gli altri 5 morti del 1988 sono ormai dimenticati, ma vennero uccisi a Napoli qualche giorno prima di Ruffilli da una bomba piazzata da un gruppo terroristico asiatico denominato Armata Rossa Giapponese. Vicenda interessante, la loro, ma che in tutta evidenza c’entrava solo in senso lato con il terrorismo italiano: il loro obiettivo era colpire i soldati americani di stanza in Italia.

Ma forse sono a essere un po’ troppo sofisticato. In ogni caso, quello di Zavoli è un gran libro.

Rileggendolo ho ritrovato fatti ai quali non pensavo più da tempo che mi hanno fatto ricordare che il terrorismo non è stato un fenomeno lontano, a noi estraneo. È stato anche un fenomeno vicino, nel senso che – forse non ci si pensa mai – ha colpito anche dalle nostre parti.

20180326 zavoli libroRicordo solo tre episodi tra i più noti, senza pretesa di completezza. L’omicidio di un maresciallo e di un vicequestore a Sesto San Giovanni nel 1976 ad opera del brigatista Walter Alasia, che rimase a sua volta ucciso nell’azione.

L’omicidio in centro a Monza di Paolo Paoletti, dirigente dell’ICMESA, nel 1980 ad opera di Prima Linea, un movimento terroristico che era nato proprio tra Monza e Milano.

L’omicidio del carabiniere Valerio Renzi in centro a Lissone nel 1982 durante una rapina delle Brigate Rosse.

Sergio Zavoli, La notte della Repubblica, Mondadori, 531 pp., 12,00 euro.

 

In apertura, Macchiarini, sequestrato dalle Brigate rosse, nella foto inviata dai sequestratori.

Gli autori di Vorrei
Juri Casati
Author: Juri Casati

Classe 1975, lavora in un'Agenzia per il Lavoro. Laureato in Filosofia, è autore di numerosi racconti di genere horror, gotico, fantastico e fantascientifico. Coltiva interessi in ambito storico e di filosofia della scienza

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