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 A mezzo secolo di distanza ripercorriamo la breve stagione dell'amore. La musica psichedelica, i grandi miti come Janis Joplin e Grace Slick, i primi movimenti studenteschi. Cosa rimane oggi?

Si pensa spesso alla musica californiana degli anni sessanta, come ad una musica “politica”. In gran parte è vero, anche se dire che gli “HIPPIES” o i “FREAKS” fossero davvero politicizzati non è del tutto corretto. “Politico” era sicuramente l’atteggiamento che i giovani avevano nei confronti del sistema, il rifiuto radicale dei modelli del capitalismo americano e dell’imperialismo, il sogno di un mondo governato dall’amore, il pacifismo e la non-violenza come valori assoluti. La musica di quegli anni era intimamente legata al sogno di una società diversa, e la spinta visionaria arrivava in gran parte dal movimento nato nelle università. I giovani – “la nuova forza del mondo” – irruppero sulla scena il 14 settembre del 1964, quando MARIO SAVIO guidò la prima rivolta studentesca all’università di Berkeley, durata fino al 5 gennaio 1965.

 

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Mario Savio, leader del Berkeley Free Speech Movement, durante un'assemblea degli studeni del campus della University of California, Berkeley, 7 dicembre 1964. Foto Robert W. Klein/AP

 

Il rock nacque contemporaneamente all’ondata pacifista che invase l’America, contro l’escalation della guerra in Vietnam voluta dal Presidente JOHNSON, animata da una parte dai dettami non violenti di MARTIN LUTHER KING e dall’altra dai sogni di rivoluzione di MALCOM X, dal FREE SPEECH MOVEMENT di SAVIO e del BLACK POWER, dalle poesie di GINSBERG e CORSO (Beat Generation). Era musica cosciente per la prima volta della propria forza, dei propri contenuti, della propria capacità di raccontare ed esplorare. Il rock in quel momento divenne elemento unificante, megafono del movimento, di quel movimento dei figli dei fiori, del “FLOWER POWER”, degli HIPPIES, di quella lunga stagione dell’amore (summer of love), della rivolta della controcultura. Se la radice della nuova musica era il folk, è da questa bruciante accelerazione “politica” che inizia il rock vero e proprio.

 

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Il 16 ottobre del 1965 è un giorno nuovo per San Francisco. Quattro HIPPIES locali riuniti in una bizzarra congrega, la “FAMILY DOG PRODUCTION”, annunciano lo spettacolo di inizio di una nuova età, la prima “danza pubblica” cittadina. Un concerto di rock, come è scritto nei manifesti fatti a mano, che MARTHY BALIN, grafico per l’occasione e futuro fondatore dei JEFFERSON AIRPLANE, ha preparato per quella serata. È il primo fulmine di una rivoluzione di fatto, che incanterà San Francisco per anni interi. E quella sera, alla Longshoreman’s Hall, il locale dove si tiene l’esibizione, la sala è piena, e per 5 ore tutti sono liberi di parlare e di vivere sulla colonna sonora che i tre complessi scritturati, i JEFFERSON AIRPLANE, i MARBLES e i CHARLATANS, non fanno fatica ad offrire. Vestiti bizzarri, qualche lid di hashish, la danza sfrenata e senza pudori e quella musica che è l’occasione di tutto. Davvero quel suono può portare a tanto? Certo. Per credere ascoltiamo proprio i JEFFERSON AIRPLANE partendo da una composizione di GRACE SLICK, WITHE RABBIT” dall’album “SURREALISTIC PILLOW”. Una cantante bella e suadente, dalla voce lisergica, figlia ribelle di una famiglia di banchieri, proveniente dalla band Great Society. È un brano ispirato al bolero di Ravel ed alla favola di Alice nel paese delle meraviglie e legata all’esperienze dell’uso della droga, in particolare dell’LSD, che inizia a circolare liberamente negli ambienti musicali di San Francisco. Album molto venduto ed in classifica per un anno, rispecchia la vita della band, amore e droga con un’accezione libertaria, lo stile musicale è nuovo, supera quello folk con sonorità jazz, blues, psichedeliche, con uno stile musicale come commentario sociale, come narrazione di esistenza, una sezione ritmica raffinata e mai ripetitiva.

 

Jefferson Airplane - After bathing at Baxters (extended version)

 

Ma è con il 3° album, “AFTER BATHING AT BAXTER’S”, che raggiungono l’apice. Con tutta la bella gente della Baia e l’acme di tutto il pop, specie nella suite della facciata B del vinile (How suite it is, shizoforest love suite),dove si giunge ad una musica purissima, mai più toccata, nemmeno dagli stessi JEFFERSON. Ascoltando la lunga suite “SPARE CHAYNGE”, ci si rende conto che è un vero e proprio trip collettivo, la grande creatività che non ripaga sul piano commerciale. In “WAN’T YOU TRY/SATURDAY AFTER NOON”, cantano dello “Human Be-In”, evento a cui assistettero oltre 20 mila persone (gennaio 1967) e che fu l’anticipazione del grande e primo esempio a livello planetario di concerto di massa, il “MONTEREY INTERNATIONAL POP FESTIVAL”. Appollaiati alla rocca di FRISCO, negli anni del mito, sugli scranni della fantasia ci sono oltre ai JEFFERSON, i GRATEFUL DEAD, i QUICKSILVER, i BIG BROTHER di JANIS JOPLIN. Giorno dopo giorno si sgretolava il monumento pop costruito dal formato codificato dei dischi a 45 giri, i famosi tre minuti, sui quali era costruita la programmazione delle emittenti radiofoniche e quindi di tutte le incisioni dell’epoca. Cominciarono a circolare nuove idee, e ripensare il disco nella sua versione a 33 giri, più adatto a realizzare i sogni dei musicisti che volevano incidere brani più diretti, come quelli dal vivo, e molto più lunghi. Sono proprio i GRATEFUL DEAD nel primo omonimo album del ’67 che iniziarono.

 

Grateful Dead - Dead Viola Lee Blues

 

Rappresentarono il lato oscuro del movimento, con una musica psichedelica, che agli inizi durante la stagione della “SUMMER OF LOVE” non esprimeva ancora la tipica potenza dal vivo (è stata definita più grande “jam band” della storia), che scava nei più remoti e inquietanti labirinti psichici, sulla scia della fascinazione lisergica, un percorso tutto rivolto all’interno, privo di slogan e proclami. Praticavano la loro utopia in una grande comune di artisti, spingendo la musica ai limiti delle visioni imposte dall’LSD, traducendone gli effetti e i tempi in modo letterale. Se ascoltiamo il primo album, in particolare la lunghissima “VIOLA LEE BLUES”, e “THE GOLDEN ROAD”, riusciamo a percepire il clima HIPPY, il resto dell’album è fatto di cover ed è ancora acerbo. Qualche mese fa, per il 50° anno dalla sua pubblicazione, è stato ristampato con l’aggiunta di brani inediti e molto rivalutato dalla critica. Ma è con l’entrata nel gruppo di ROBERT HUNTER, poeta e amico di JERRY GARCIA che aveva partecipato attivamente ai primi esperimenti pubblici di KEN KESEY sugli effetti dell’acido lisergico sulla creatività, che la band ha una svolta, rivoluzionandone l’immagine ed il sound. Con il contributo del pianista TOM CONSTANTEN, che porta soluzioni elettroniche ricche di effetti e l’amore per le armonie dissonanti basilari nell’alchimia dell’acid rock, nasce il 2° album “ANTHEM OFTHE SUN”. Progetto molto più elaborato del precedente, nel quale uniscono composizioni in studio e brani live, riproducendo in modo più fedele l’atmosfera dei concerti. L’album comprende due suite, ma la più interessante è la prima “THAT’S IT FOR THE OTHER SIDE”, nella quale il pianista CONSTANTEN mutua con un piano preparato il grande JOHN CAGE. Per le sonorità psichedeliche, per come fu realizzato in studio e dal vivo, rimane un album rivoluzionario per il suo genere.

 

The Charlatans - Walkin' - Jack Of Diamonds

 

THE CHARLATANS sono i progenitori di tutto il movimento, cinque folli capitanati da GEORGE HUNTER e da DAN HICK, che a partire dal 1964, si muovono incerti nell’inquieto magma cittadino. Durano poco, nemmeno la stagione intera della città, nulla di nuovo, se non retaggi del vecchio rock. Rimarrà l’alone leggendario delle loro vesti bizzarre ed appariscenti (tardo Vittoriano e inizio Edoardiano). Il primo e unico album, omonimo, lo incidono nel 1969, fatto di rock-country-blues, venato di suoni psichedelici. Con THE CHARLATANS, a spartirsi gli spazi e la musica, c’è un altro complesso del posto, la GREAT SOCIETY, cinque strumentisti improvvisati che annoverano tra le proprie fila il talento naturale, GRACE SLICK, che l’anno successivo approda nei JEFFERSON, portando due composizioni “WHITE RABBIT” e “SOMEBODY TO LOVE”, più rockeggiante e meno lisergica di quella che ha cantato nell’album “SURREALISTIC PILLOW”. Quindi un suono smunto e pallido, nulla di nuovo se non la voce dolcissima e labile di GRACE. Un’altra band che nasce sul finire del 1965 sulla terra del Frisco, è quella dei QUICKSILVER MESSENGER SERVICE, che raggiunge stabilità e fama soltanto quando l’epoca d’oro di San Francisco sta svanendo. Ma il risultato è raggiunto, senza compromessi. Con un suono pulitissimo, l’andare chitarristico nuovo ed esaltante. Con essi si dissolvono le ultime barriere sugli insegnamenti delle chitarre di JOHN CIPOLLINA e GREG ELMORE, in dialogo estatico tra di loro e in uno svolazzare alto delle stesse. Anche se è con il secondo album “HAPPY TRAILl” che realizzano il capolavoro dell’acid-rock, ma siamo ormai alla fine del movimento di Frisco.

 

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Jerry Garcia - Foto di Jim Marshall

 

Dal loro suono e da quello dei DEAD, ritmi in libertà e gli strumenti in danza frenetica, attingono in molti. I MOBY GRAPE ad esempio. Nati dall’idea di un secessionista degli AIRPLANE, ALEXANDER “SKIP” SPENCE, dei quali era stato il batterista. Vengono fuori con un grande battage, magliette con il loro nome, e concerti gratuiti nei locali della città. Fu sicuramente uno dei migliori gruppi del periodo, con i membri che tutti insieme contribuiscono alla voce ed alla scrittura delle canzoni, fatte di elementi di rock, folk, blues, country e jazz. Altro elemento centrale di questo gruppo era la tripla chitarra, oltre al basso. Nessuna band aveva usato tre chitarre in modo efficace come i GRAPE, un collage di suoni che ha perfettamente senso. Ascoltare per credere il brano “OMAHA”, nel quale le chitarre di SKIP, MILLER e LEWIS, competono in una battaglia a tre di grande carica per due minuti. Il capolavoro (spesso quando si parla di un capolavoro i pareri sono contrastanti) arriva con il doppio album “Wow/Grape Jam”. È un doppio diverso da tutti gli altri pubblicati il quel periodo, ha due copertine diverse e fu venduto un dollaro in più rispetto al prezzo di un unico Long Playing. Il primo, “WOW”, è un album di blues e di brani arrangiati con archi e tromba. Il secondo, “GRAPE JAM”, è la prima session del mondo nuovo, una musica figlia del blues, con l’apertura ad elementi esterni, MIKE BLOOMFIELD e AL KOOPER, che rompono gli schemi granitici dei gruppi di allora. Una pietra scagliata contro l’immobilismo, uno scambio di idee fervido sugli stessi prati sonori, l’eco di una libertà e di una comunione musicale che derivano dal jazz. Oggi sembra quasi ovvio, ma allora era una conquista faticosa. Ascoltiamo il brano “NEVER” da questa “JAM” e apprezzeremo il senso di quello che è stato detto e quello che verrà dopo qualche mese con la leggendaria “SUPER SESSION”, pubblicata da BLOOMFIELD e KOOPER, è il segno della grande libertà di scambio di esperienze.

 

Moby Grape - Grape Jam - ( Full Album + 2 bonus)

 

Nella genealogia della Costa, un posto a parte merita COUNTRY JOE Mc DONALD, pioniere di cento stili, da solo o con i leggendari scudieri personali, i FISH. La sua zona di azione è Berkeley, i campi delle Università della California del Nord, i posti da cui nel 1964 partirà la scintilla della ribellione dei giovani americani. Folksinger come tanti altri e uno spiccato interesse ai problemi più truci della quotidianità. Fonda prima un giornale, fa diversi concerti nella Baia diventando portavoce degli studenti del campus di Berkeley, poi incontra l’elettrificazione e fonda la band dei “FISH”, i pesci, come recita una frase del Presidente MAO: “i rivoluzionari sono come i pesci nel mare”. Sono essenziali i testi. L’“Amerika” presa a schiaffi da gente che non bada a sottigliezze. Saranno i primi “politici” del pop, dopo i FUGS, cantano del Vietnam, dell’acido lisergico, degli States infangati in guerre assurde e lo fanno con ironia sconcertante. Quando esce il primo album, “ELECTRONIC MUSIC FOR THE BODY & MIND”, sono già famosi ed acclamati. Il brano “SUPERBIRD”, è un attacco al Presidente LINDON B. JOHNSON che continuò la guerra in Vietnam — dopo che l’aveva iniziata J.F. KENNEDY — e dice: “guardate su in cielo, adesso, che cos’è che sto indicando? È un uccello, un aeroplano. Un uomo pazzo. È il mio Presidente LBJ. Sta volando in alto, in alto, su per i cieli proprio come Nembo Kid…”.

 

Country Joe & The Fish - Feel Like I'm Fixing To Die Rag

 

Il secondo album amplia ancora di più quei temi. “I FEEL LIKE I’M FIXIN’ TO DIE”, il brano che dà il titolo all’album il cui testo dice: “Venite tutti uomini grandi e forti, ZIO SAM ha bisogno del vostro aiuto ancora una volta. Si è cacciato in un pasticcio terribile, lasciate giù i libri e prendete il fucile. C’è da divertirsi davvero”. Ma l’ironia dei “FISH” non penetra nelle ossa, non infuoca l’aria, c’è bisogno di una musica più carnosa, che infiammi: il blues ad esempio. Il blues trasfigurato e lasciato perdere, vivificato più sulle sponde inglesi che nella sua terra d’origine, approda anche quello nella BAIA. I profeti sono i BIG BROTHER AND HOLDING COMPANY, da cui spunta JANIS JOPLIN, cantante eroina di quel mondo percosso da onde telluriche. Si impongono alle sterminate masse di FRISCO come complesso fisso all’“AVALON BALL ROOM”, il locale scelto dalla “congrega” “FAMILY DOG”, come sede degli happening più deliranti dell’epoca d’oro.

 

Janis Joplin - Summertime (Live -1969)

 

Non ci sarebbe stato futuro per loro, se il manager non avesse inserito nel gruppo JANIS JOPLIN, con una voce unica al mondo, come era successo per i JEFFERSON, con l’inserimento di GRACE SLICK. La base per i voli musicali di JANIS sono i respiri fondi, la carica emotiva, la sua voce che è un incrocio tra BESSIE SMITH e CALAMITY JANE. È la musica come anima, come radice di sé, il grido della formalità abbattuta, la vittoria dello spirito, del suono, tutto questo lo percepiamo nel primo album, a partire dal brano “BYE BYE BABY”. Ma è con l’album “CHEAP THRILLS” che si consacrerà nel fuoco questo suono così ribollente. La voce roca di JANIS che si flette a gettare frecce, il blues immerso in acque personalissime, non sarà mai canonico come quello dei BATTERFIELD o dei CANNED HEAT, sarà l’ennesimo suggello, sotto un’ottica originale e propria, di tutta la rivoluzione sonora di SAN FRANCISCO. Ne è la prova il brano “SUMMERTIME”, grande voce e anima fatta a pezzi.

L’insegnamento della HOLDING COMPANY resta isolato, chiuso nella sua bellezza quasi perfetta. Ma vanno ricordati almeno due altri tentativi di impadronirsi nell’aria della BAIA, di concetti simili a quelli del blues di JOPLIN: le ricerche sonore di STEVE MILLER e della sua band e della ELECTRIC FLAG. Il primo veniva da Chicago, dove aveva suonato con diversi musicisti di blues. Nel ’66 si stabilisce a SAN FRANCISCO, ormai musicista maturo e di grandissima preparazione per l’epoca, insieme al bravissimo chitarrista BOZ SCAGGS fonda la STEVE MILLER BLUES BAND. Con la chitarra di BOZ musicista geniale e vero cervello del gruppo, con STEVE che domina dall’alto, con le uscite vocali eteree, con la maestosità delle tastiere di JIM PETERMAN, incidono “CHILDREN OF THE FUTURE”, il cui brano “IN MY FIRST MIND”, è l’esempio in cui la psichedelia e il blues si fondono in mondi lisergici. Diversa la parabola della ELECTRIC FLAG, un complesso guidato da MIKE BLOOMFIELD e da un geniale musicista cittadino, NICK GRAVENITES, dall’organo pulsante di BARRY GOLDBERG, dal batterista BYDDY MILES, poi batterista di JIMI HENDRIX, e da altri sei elementi, che viaggia su tematiche sonore vicino al blues ritmico, non aderente sino in fondo a quella collocazione ma più vicino alle sonorità del miglior R&B allora in auge. Soluzioni queste che oggi sembrano sfumature, ma che allora erano piccoli passi verso la formazione di uno stile preciso e innovativo. Tutto si conferma al primo album, “THE TRIP” (il serpente di fuoco), colonna sonora del film omonimo di ROGER CORMAN con protagonista PETER FONDA.

 

Monterey Pop Festival 1967: Canned Heat, Jefferson Airplane, Janis Joplin, Eric Burdon, The Who...

 

Nel 1967 l’anno dell’estate dell’amore (summer of love), si tiene il primo festival all’aperto della storia della musica pop (o rock o giovanile), è il primo megaraduno della storia, all’ insegna della musica e dell’amore in libertà. Il “MONTEREY INTERNATIONAL POP FESTIVAL” del 16, 17 e 18 giugno, al quale partecipano band non protagoniste del movimento della BAIA di SAN FRANCISCO, anticipa di due anni quello più grande e famoso “WOODSTOCK” (1969) e quello dell’isola di “WIGHT” (1970). Chiude l’era del “BEAT” e del “MITO” e segna il trionfo dell’arte “PSICHEDELICA” in rapporto all’universalità della cultura hippy, quando il rock abbandona la forma-canzone, per “allargare l’area della coscienza”, come disse ALLEN GINSBERG (poeta che faceva uso di acidi). C’è un’America con voglia di trasgredire, sedurre, ribellarsi, e lo fa in maniera spettacolare ed oggi, a 50 anni di distanza, quella “ESTATE DELL’AMORE” risulta importantissima quale consacrazione di un fenomeno a livello pubblico, massivo, cosmopolita. Ne è dimostrazione il lancio via satellite in diretta il 25 giugno ’67 dagli studi di Abbey Road dell’album psichedelico dei BEATLES,SERGENT PEPPER’S LONELY HEARTS CLUB BAND” con il brano “ALL YOU NEED’S LOVE” con i cori di M. JAGGER, K. RICHARD, M. FAITHFULL, E. CLAPTON, K. MOON e G. NASH.

 

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Foto di gruppo per la libreria City lights di Laurence Ferlinghetti

 

Cosa rimane di quella stagione? Rimane il sogno generazionale espresso attraverso una tendenza “comportamentista”, un linguaggio sonoro: rock, hippy, psichedelia, un trinomio allora per moltissimi versi inscindibile. Un vivere comune (nascita delle ”COMUNITÀ”) alla ricerca di inedite prospettive esistenziali, magari a volte confusi e contraddittori, ma all’insegna di un ottimismo e di una genuinità che fino ad allora non ha paragoni nella storia dei movimenti giovanili spontanei. Non a caso per molti studiosi “L’ESTATE DELL’AMORE” sarebbe metaforicamente l’anticamera del ’68, nonostante la contestazione studentesca europea presenti caratteri fortemente diversificati rispetto all’ondata anarcoide californiana. Ma questa è un’altra storia.

 

Gli autori di Vorrei
Michele Lospalluto
Author: Michele Lospalluto
Speaker e giornalista di Radio Regio di Altamura. Appassionato di musica rock, blues, jazz, etnica, d'autore e sperimentale.
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