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Il Museo Etnologico di Monza e Brianza. Quarant'anni di attività in una sede provvisoria. Intervista alla vicepresidente Silvana Giacovelli.

Il Museo Etnologico di Monza e Brianza è insieme qualcosa di più e qualcosa di meno di un museo nella comune accezione del termine: “un museo in scatola”, lo ha definito tempo fa la presidente Anna Sorteni. Dal punto di vista giuridico, è un’associazione culturale animata da straordinarie persone, donne per la maggior parte, che da quasi quarant’anni ormai si dedica con intelligenza e passione al compito di ricercare, raccogliere e catalogare materiale etnologico proveniente per donazione da tutto il territorio di Monza e Brianza, proponendone esposizioni tematiche attorno alle quali organizza lezioni, pubblicazioni, incontri, conferenze: cultura che permette di dare radicamento, e quindi spessore, slancio, orientamento, alla costruzione di una identità collettiva aperta verso il futuro.

Custodire le tracce materiali del passato, quelle che hanno fatto parte della vita quotidiana della gente comune, quelle della cultura con la c minuscola di cui si occupa l’etnologia, farne oggetto di mostre e strumenti di conoscenza, è un compito che non ha una importanza e una dignità minori rispetto a quelli dei grandi musei d’arte e di storia. Nella rapidità con cui le tipologie e le forme degli oggetti che produciamo e di cui ci circondiamo svaniscono o vengono sostituite, rischia di venir cancellata l’immagine più concreta delle trasformazioni prodotte dai processi storici sul nostro modo di vivere: di lavorare, di nutrirci, di vestirci, di giocare, ma anche di studiare, o di pregare… L’istinto di conservare ciò che il “progresso” travolge e rende obsoleto è tanto più prezioso in quanto, in contrasto con la logica dell’usa e getta, ridà valore anche agli oggetti più umili, trasformandoli in documenti che ci permettono di conoscere il passato e di misurarci con esso. 

E tuttavia i turisti che volessero visitare a Monza il suo museo etnologico si troverebbero in difficoltà. Il MEMB è una realtà molto attiva, ma non abbastanza esposta all’attenzione del pubblico, per il semplice fatto che, nonostante la sua portata davvero significativa anche sul piano dei numeri, non ha ancora una vera sede museale. Le sue numerose collezioni sono ospitate, o meglio stipate, nei locali soprastanti il teatrino della Villa Reale.

Di sedi designate da quasi ogni amministrazione entrante o uscente è davvero ricca la storia del MEMB, ma solo nello scorso mese di maggio, nell’ambito del progetto per la realizzazione dell’edificio polifunzionale “Fabbrica Cederna”, del quale è stata posata la prima pietra, è stata prevista anche la destinazione di una parte di questo spazio a sede definitiva del Museo Etnologico di Monza e Brianza (leggi qui).

Per il momento, a continuare a lavorare con immutata passione e dedizione per questo costituendo museo sono i volontari dell’associazione ad esso intitolata, e in modo particolarmente attivo e assiduo, oggi, la vicepresidente Silvana Giacovelli: è stata lei ad accendere il mio interesse per il MEMB quando ha presentato, in assenza della presidente Anna Sorteni, quella piccola mostra sulla religiosità popolare in Brianza allestita nei locali del Mulino Colombo in occasione della recente visita del Papa, su cui ho scritto a suo tempo: una mostra, ancora in corso, che mi è sembrata un esempio davvero interessante del modo in cui si possa e debba intendere la funzione di un museo etnologico.

In tre diverse modalità (spettacolo, conferenza, tavola rotonda), e con cadenza trimestrale, il MEMB ha usato e userà l’occasione della mostra per invitarci a riflettere su un presente in cui la società multietnica si trova a confrontarsi con la presenza di fedi diverse sullo stesso territorio: dopo lo spettacolo inaugurale del 24 marzo, una conferenza del Professor Paolo Pilotto è tornata in giugno, a riflettere sul tema della religiosità popolare, distinguendo tra fedi e religioni da una parte, quali realtà istituzionalizzate e storicamente distinte, e purtroppo spesso tendenzialmente in conflitto tra loro, e religiosità o devozione dall’altra, quali atteggiamenti, invece, ancora largamente condivisi e capaci di incontro e reciproco rispetto.

Per tutti questi buoni motivi, ho voluto incontrare Silvana Giacovelli nella sede sempre provvisoria del museo: piccole stanze e corridoi stipati di scaffali, armadi, cassetti, schedari, zeppi di oggetti di ogni genere, dai merletti, dalle bambole ai capi d’abbigliamento, dagli utensili più vari ai giocattoli, agli immancabili cappelli, fino ad ornamenti femminili peculiari come la sperada, preso a simbolo dal museo stesso. Una donna così cordiale, Silvana Giacovelli, così comunicativa e piena di energia, e così bene affiancata da una altrettanto trascinante e solida collaboratrice come Elena Caimi,  da rendere comprensibile l’esistenza del felice paradosso di un museo privo di una vera sede che ha al suo attivo ben cinquantasei mostre e un patrimonio di oltre ventimila pezzi catalogati, insieme ad un prezioso archivio fotografico. In attesa della forse ancora lontana possibilità di poter vedere dispiegato questo patrimonio etnologico in tutta la sua consistenza, ho cercato con questa intervista di curiosare un poco dentro alla storia e al dinamismo particolare di questa non comune realtà.

 

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Forse non è inconsueto che le associazioni locali dedichino al loro passato, alle peculiarità della loro cultura, energie ed interesse, ma trovo davvero straordinaria la enorme quantità di prezioso materiale etnologico che in meno di quarant’anni la vostra associazione è riuscita ad accumulare, pur in condizioni di apparente precarietà. Qual è il vostro segreto?

Fin dall’inizio, il nostro progetto si è sviluppato grazie ad una rete di relazioni amicali sulla quale i soci fondatori hanno potuto contare e che funziona ancora adesso come base indispensabile.

I primi passi, parlo dell’inizio degli anni ottanta, li abbiamo mossi nell’ambito del club femminile Soroptimist International, seguendo un’idea della pittrice Pina Sacconaghi: è stata lei a donare il primo nucleo degli oggetti qui conservati, a partire, oltre che dai suoi acquerelli, dai merletti confezionati dalla madre, ricamatrice, da lei montati e incorniciati, come puó vedere, e corredati da accurate descrizioni.

Tra parentesi, è questa origine dal Soroptimist International che spiega la “trazione” femminile della vostra associazione?

Non direi. Del nucleo originario, proveniente dal Soroptimist Club, siamo rimaste, dopo la morte di Pina Sacconaghi, che è stata la prima presidente del MEMB, la presidente Anna Sorteni ed io, entrambe presenti in questi ruoli dall’82. È vero che lei ed io ci siamo assunte due compiti essenziali, rispettivamente quelli della organizzazione delle mostre, della ricerca di sostegni e contributi, così come fondamentale è il ruolo di Elena Caimi, che senza riserve e con totale dedizione segue tutte le pratiche organizzative: dalla catalogazione, agli allestimenti, alla comunicazione, alla gestione degli imprevisti dal 1987. Tutta la nostra attività è però supportata da molti aiuti volontari, a partire dalla preziosa Mariella Casiraghi e dagli amici che fanno guardiania e guida alle mostre al Mulino Colombo. Altri aiuti volontari vengono da chi provvede all’apertura e chiusura delle mostre, o al trasporto dei materiali. Anche il rispetto, l’apprezzamento di chi attraverso la stampa ha seguito e incoraggiato le nostre attività è stato molto importante per noi, insieme alla fondamentale disponibilità alla donazione da parte di singoli cittadini e industrie.

Ad esempio, quando le eredi delle tessitura Pastori Casanova, hanno deciso la chiusura della ditta, hanno donato al MEMB disegni, “messaincarta”, lampassi, gobelin, lampassi di seta e lamè e broccati.

 

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E le istituzioni?

Anche le diverse amministrazioni hanno seguito con rispetto e favore la nostra attività. Inizialmente le mostre venivano allestite in Galleria Civica o Arengario, ma dopo il restauro del Mulino Colombo abbiamo ottenuto una convenzione con il Comune, che ne è titolare, di gestione e collaborazione, grazie alla quale riceviamo un modesto budget. Anche questi locali che adesso ospitano gli uffici e le collezioni ci furono assegnati dal Comune nel 1982. Abbiamo vissuto per anni in queste stanze con semplici scaffali metallici, ma poiché la Regione ci aveva catalogati come Museo in allestimento, potevamo avere contributi per l’arredamento: così la presidente Sorteni fece realizzare cassettiere e armadi atti a contenere i materiali. Poi, la mancanza di una sede espositiva aperta al pubblico determinò la cessazione di questi contributi.

Ma forse un’ispirazione femminile c’è in questa attenzione di un museo etnologico per gli oggetti appartenenti alla vita privata?

No, anzi la nostra aspirazione è sempre stata quella di testimoniare la cultura materiale del territorio in tutti i suoi aspetti, anche quelli della produzione e del lavoro. È per questo che il nostro bacino di raccolta non si è mai limitato ai confini del Comune.

Ecco: il rapporto col territorio è un altro degli aspetti che meritano attenzione. Che genere di collaborazione avete stabilito, se lo avete fatto, con analoghe iniziative dei comuni vicini?

Nel passato abbiamo stabilito una collaborazione molto interessante con i coniugi Farchi di Vedano al Lambro che organizzavano autonomamente delle mostre, dando luogo ad uno scambio proficuo. Non abbiamo però aderito ad una rete, sebbene ci sia stata e ci sia una collaborazione con altre realtà: Provincia, Comune e Associazioni; abbiamo realizzato mostre itineranti, e avuto delegati in altri comuni quali Arcore e Vimercate.

Il lavoro didattico è uno degli aspetti più interessanti di questo Museo. Come funziona? 

Convinte che i giovani abbiano il diritto di conoscere oggetti della casa, attrezzi da lavoro, abiti e giocattoli del passato, che non avrebbero in nessun altro modo l’opportunità di vedere, abbiamo realizzato nel 1990 il progetto didattico “il Museo per la Scuola” che propone diversi temi sviluppati attraverso la proiezione di diapositive del nostro materiale.

Andiamo nelle classi di scuole elementari e medie, oppure riceviamo studenti al Mulino Colombo per la visita alla struttura lavorativa, che risale al ‘600, dando agli studenti anche la possibilità di vedere e toccare fisicamente gli oggetti.

In che altri modi riuscite a proporre all’esterno le vostre collezioni?

Abbiamo avuto contatti anche con case di riposo. Coi loro ospiti, facciamo anche un lavoro di documentazione etnologica registrando le loro memorie. Emozionante è stato l’incontro con gli ospiti della casa di riposo dei cappellai “Bellani”: l’anziana signora che con le lacrime agli occhi rivede la “cardina”, la macchina alla quale ha lavorato tutta una vita, è un ricordo incancellabile. Le macchine per la lavorazione del cappello, dei cappellifici e laboratori che stavano chiudendo, le ho recuperate personalmente, con l’aiuto del Sig. Gianni Pelli titolare della Pelli autotrasporti nel 1982/83, che autorizzato, le depositava a piano terra dell’ala nord della Villa Reale. Furono spostate nella ex tessitura “Fossati Lamperti” quando iniziarono i lavori di restauro della Villa stessa.

Con le macchine per la lavorazione del cappello fu realizzata la prima mostra importante del MEMB, “Monza racconta il cappello” nel piano nobile della Villa Reale nel 1984. Queste dovrebbero diventare il punto di forza della nuova sede del Museo Etnologico a Cederna. 

 

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Quella dei cappellifici è l’unica realtà produttiva monzese che avete potuto documentare?

Anche l’artigianato tessile è ben documentato, con reperti provenienti dalla tessitura Pastori Casanova, che ho già ricordato, e da quella della famiglia Sacconaghi. Un’altra attività ben documentata è la fotografia: macchine fotografiche di varie epoche, macchine fotografiche a lastre, come quella donata dal fotografo Farina insieme alle lastre che riproducono i dipinti sopra le arcate della navata centrale del Duomo prima del restauro. Abbiamo affidato la catalogazione e la conservazione del materiale fotografico a persone che si sono documentate sul tema addirittura presso gli Alinari a Firenze: così i nostri raccoglitori sono davvero organizzati come si deve, in modo da preservarli dal deterioramento.

Mi incuriosisce anche la stabilità dei vostri organismi direttivi: come avete fatto a mantenere per decenni la stessa presidenza e vicepresidenza?

Crediamo che si spieghi con la forza della nostra motivazione e convinzione, che ci spinge ad essere sempre presenti e trainanti. Sia la presidente Anna Sorteni che io proveniamo da città, come Perugia, la mia, e Venezia, la sua, che vivono nel culto della conservazione del passato, che han sempre cercato di resistere alle tendenze distruttive della modernità. In Brianza c’ è tanta imprenditorialità, ma l’ attenzione verso la custodia di ció che puó avere un valore storico si va affermando lentamente e solo da poco tempo.

Come vedete il futuro del MEMB?

Sono ormai quasi vent’anni che abbiamo un progetto avanzato dal sindaco Faglia per il riuso dell’area Cederna e, ogni volta che veniva ventilata una possibile collocazione definitiva del nostro museo, Anna Sorteni, nella sua qualità di architetto, ne disegnava il progetto. Al termine del suo mandato 2017, il sindaco Scanagatti ha voluto dare impulso alla realizzazione della sede con la posa della prima pietra nell’ex cotonificio Cederna, ma, anche se questa proseguisse, la destinazione del MEMB in quel contesto non è ancora chiaramente definita.

 


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