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Un libro-intervista a dodici poeti. Con illustrazioni di Luciano Ragozzino. Sa avvicinare alla poesia e al suo mistero anche il lettore più provato da tanta pretenziosa oscurità in cui spesso si avvolge la produzione poetica contemporanea.

Un libro che promette molto e molto mantiene, questo di Elisabetta Motta intitolato “La poesia e il mistero. Dodici dialoghi con illustrazioni di Luciano Ragozzino”, ed edito da La Vita Felice:  perché con profondità e competenza, ma anche con la semplicità e la leggerezza di chi parla di cose familiari e amate,  sa avvicinare alla poesia e al suo mistero anche il lettore più provato da tanta pretenziosa oscurità in cui spesso si avvolge la produzione poetica contemporanea. L’autrice ha presentato questo suo libro lo scorso ottobre, nell’ambito del Salotto Letterario della Regina Margherita, ma fin da allora era attesa ad un appuntamento con Seregno, la città in cui è nata e in cui vive, e in cui l’ho potuta ascoltare la scorsa settimana nell’ambito di una bella serata organizzata da due associazioni locali (Seregn de La Memoria e L'Umana Avventura): un appuntamento con una città legata anche ad alcuni dei poeti intervistati e attraverso essi ad una parte dei contenuti del libro stesso.

“La poesia e il mistero” è tante cose insieme: un’antologia di testi poetici, sette per ciascuno degli Autori, un distillato della loro produzione;  una lunga meditazione, svolta attraverso il dialogo con interlocutori capaci di fornire una testimonianza significativa, sul tema della relazione tra poesia e mistero; un racconto di incontri umani e personali;  una raccolta di illustrazioni, di immagini originali  che costituiscono una sorta di sintesi o di commento ai testi e alla testimonianza di ciascuno dei dodici poeti scelti liberamente dall’Autrice.  È il resoconto di un’avventura, di un lungo percorso di approfondimento e di scoperta dei tanti aspetti davvero inattesi e differenti che agli occhi di poeti e di intellettuali di diverso orientamento ideale assume il rapporto col sacro e col mistero.

Elisabetta Motta, insegnante, critica letteraria e vicepresidente della Casa della Poesia di Monza e Brianza,  si occupa da tempo di questo tema, come testimoniano le sue pubblicazioni precedenti, ma in questa nuova opera ha voluto e saputo evitare che la sua divenisse una ricerca di stampo quasi confessionale, sulle tracce di una sorta di natura religiosa della ispirazione poetica. Molti fra i poeti intervistati dichiarano una distanza dalla religiosità convenzionale, dalla fede cattolica imparata nell’infanzia, una estraneità rispetto alla fede intensamente vissuta e condivisa invece da altri.

Quell’atteggiamento “vagamente sacerdotale” che certi poeti “inalberano come un vessillo”, avvolgendosi in “immagini enigmatiche” e “simboli indecifrabili”

Non solo: dichiarato è anche da più d’uno fra loro il fastidio per quell’atteggiamento “vagamente sacerdotale” che certi poeti “inalberano come un vessillo”, avvolgendosi in “immagini enigmatiche” e “simboli indecifrabili” (Fabio Pusterla). Mistero è qui, un po’ per tutti i poeti ascoltati,  una dimensione della realtà, quando ad essa si rivolga uno sguardo attento e partecipe: non solo al cielo stellato e al cosmo, ai grandi temi della vita e della morte o alla inquietante presenza del male, ma anche ad ogni umile aspetto della vita quotidiana. Citando Pessoa, Elisabetta ricorda che “Il mistero non è mai così trasparente come nella contemplazione delle piccole cose”. Così due piccoli ragni sospesi nel vuoto rimandano il poeta Giorgio Orelli  al “trasparente mistero” in cui si sentiva immerso, dove in “un battito d’ali,  una fioritura fuori stagione… non gli era difficile cogliere i segni di una misteriosa tessitura del mondo”. E sono sempre quei due piccoli ragni a rappresentare forse un’idea del testo poetico come tessitura, filo lanciato tra il detto e il non detto:  “frontiera capitale” per chi scrive, dice Orelli nell’intervista, “quella che separa il detto dal non detto”. E non solo per la scrittura, forse, ma per ogni forma di comunicazione. Dire troppo o troppo poco, dilemma cruciale che la poesia risolve con la densità della sua parola, col suo potere che è di per sé intriso di mistero.  È, la poesia, un mondo parallelo di  “parole armonizzate, nel quale si riflette il mistero che è nel cuore delle cose:  dove c’è un silenzio colmo di attesa/ una parola trattenuta come quando/si vede una donna e si resta a guardare/ il suo mistero. Così ne parla Alberto Nessi, un altro, con Pusterla, Orelli, De Marchi, dei poeti svizzeri in lingua italiana intervistati da Elisabetta Motta.

 

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È in questione, in questo confronto serrato e incalzante coi poeti che l’autrice ha scelto di incontrare, innanzitutto il compito della scrittura, sebbene tale questione, come ogni altro tema importante legato ad essa, non emerga in modo sistematico dai dialoghi: come giustamente ha osservato nel corso della serata seregnese Corrado Bagnoli, Elisabetta Motta non usa griglie precostituite, si lascia condurre dall’ascolto, va incontro al nuovo che ogni incontro promette. “Compito della scrittura è quello di «scavare» nel reale alla ricerca di un senso, farsi strumento di «resistenza»”…. ”creare palizzate, argini, terrapieni contro la mercificazione che tutto travolge”. Questa è la definizione che ne dà Fabio Pusterla, e che emerge dalla sua risposta alla domanda su cosa sia per lui il sacro:

La mercificazione non è solo attorno a noi, è in noi. Pure, ogni tanto, sentiamo che non siamo solo una merce, o dei consumatori di merce.

La mercificazione non è solo attorno a noi, è in noi. Pure, ogni tanto, sentiamo che non siamo solo una merce, o dei consumatori di merce. Intuiamo che per sentirci vivi abbiamo bisogno di una profondità, di una radice; è lì, per me, lo spazio del sacro.” E cita poi ampiamente un’altra sua intervista, in cui ricordava The cave of the lost dream di Werner Herzog, un documentario che celebrava il modo in cui gli artisti preistorici delle incisioni rupestri nell’Ardèche avevano saputo sottrarre quelle figure di animali alla prigionia del tempo, creando qualcosa di “lancinante e meraviglioso”. Lo fa per riportare  appunto al senso del sacro la radice di ogni arte degna di questo nome: “Un sacro laico, svincolato da qualsivoglia metafisica o ideologia religiosa: una caverna che rappresentasse il punto più profondo e più inviolabile di noi e del nostro passato e della nostra speranza di futuro, una cosa che non possa mai essere venduta o comprata.” La parola poetica ha la capacità di rimetterci in contatto con questa profondità che è in noi e che  ci permette di rivolgere alla realtà uno sguardo pieno di interesse e di stupore.

Così possiamo talvolta contemplare qualcosa di “una bellezza che fa male”, perché “ogni volta ti sfugge e ti cattura, ti chiama e vola via”, come i due laghetti alpini di cui parla Pusterla in una sua prosa, due occhi che ti guardano e producono in te “la nostalgia di ciò che non sei”. Il rapporto tra lo sguardo e la parola poetica è un altro dei temi che emergono nei dialoghi, richiamando anche il rapporto tra la poesia e le arti visive, spesso evocato sia dall’intervistatrice che dai poeti. Questo tema è emerso in particolare nell’intervista a Corrado Bagnoli, che è stato, insieme a Pietro De Marchi e Giancarlo Pontiggia, presente all’incontro col pubblico di Seregno: non a caso, dal momento che si tratta di tre poeti di origine seregnese. L’occasione da cui  è scaturito l’interesse di Elisabetta Motta per la poesia di Bagnoli è stata una mostra, svoltasi presso il  locale circolo culturale San Giuseppe,  del pittore Pierantonio Verga, con la scoperta del legame tra l’opera di questo pittore e quella del poeta, nonché di  entrambe col tema del mistero.

Le case che campeggiano nei quadri di Verga sullo sfondo di cieli notturni, La casa dell’angelo, La casa povera, La casa del poeta, appaiono a Elisabetta non solo come “luoghi umili e silenti di accoglienza e protezione, ma anche al tempo stesso punti d’incontro tra finito e infinito”; o, come  dice Bagnoli, “una sorta di correlativo oggettivo della sua idea di poesia.  Che è quella di una parola che indica, fa vedere: “quando qualcuno mi chiede da dove viene la mia scrittura, un po’ provocatoriamente ma in modo veritiero, dico che sono stati i pittori a insegnarmi a scrivere.” Non a caso, Bagnoli ha diretto con Piero Marelli e lo stesso Pierantonio Verga la collana di libri d’artista Fiori di Torchio edita dal Circolo Culturale Seregn de la Memoria e giunta al LXVII numero; dopo la scomparsa di Verga, continua a farlo insieme ad Alessandro Savelli, trovando ogni volta inattese corrispondenze tra voci poetiche e immagini grafiche. Il suo poemetto Casa di vetro “racconta” l’arte di Verga, e ricorda l’insegnamento del suo maestro Lucio Fontana che invitava i suoi allievi  a non preoccuparsi del quadro, ma del mondo, di quella relazione col reale da cui sola può nascere l’arte. Se la pittura ha in comune con la poesia questa origine dallo sguardo, inteso anche ampiamente come visione, anche la loro crisi nel mondo contemporaneo ha un’origine comune nell’assenza di “uno sguardo che getti luce sulle cose”, che si assuma la responsabilità di discriminare.

L’idea di mistero espressa da Bagnoli ha a che fare col rapporto tra finito e infinito sia nei termini “razionali” della poesia leopardiana che in quelli religiosi della incarnazione, rivissuta però nel miracolo molto umano della attesa di un figlio. Anzi, di quella figlia che oggi a sua volta sta per diventare madre. Perché talora il mistero si presenta anche sotto forma di sottili coincidenze , di richiami reciproci e sovrapposizioni di eventi e di momenti che sembrano suggerire un sovrappiù di senso: è stato il comune interesse per la poesia di Giorgio Orelli a far incontrare ad Elisabetta Motta il poeta Pietro De Marchi  quando entrambi ignoravano la comune origine seregnese. Anche questi fili sottili che a volte intrecciano le nostre vite a quelle degli altri sembrano segnalare la presenza di una dimensione di mistero ed è in questi termini che De Marchi dice di voler declinare il tema in occasione di questo suo ritorno nella città  di sua madre, dove è nato e dove hanno vissuto e vivono ancora i suoi parenti, presenze significative nella vita cittadina: soprattutto il nonno materno, musicista e compositore, autore ed esecutore di musica sacra come organista e maestro di cappella nella Basilica.

Fonte di ispirazione per la poesia di De Marchi è la memoria delle persone e dei luoghi, deposito di tutto ciò che può essere considerato sacro: perché sacro, dice, per lui è sempre stato un aggettivo, associato a cose molto concrete e non sempre di natura nobile ed elevata, ma sempre colme di senso. Il compito della scrittura è per lui quello di custodire, preservare ciò che appartiene alla memoria, attraverso il mistero della parola e della diversità delle lingue alla quale la sua appartenenza alla cultura svizzera lo  rende inevitabilmente attento. Già con la citazione di una frase di Elias Canetti in ex ergo, Elisabetta Motta aveva segnalato come “il fatto più misterioso dell’umanità” l’esistenza di lingue diverse, insieme alla natura stessa del linguaggio. E tuttavia, Pietro de Marchi considera ancor più grande, ed emozionante per lui, il mistero delle note, al quale ha intitolato una sua poesia, quel linguaggio della musica che le grandi mani del nonno suscitavano dalla tastiera  e che non ha bisogno di traduzione.  

 

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Della forza con cui il paesaggio vissuto nell’infanzia si imprime in noi, divenendo il primo veicolo del senso del sacro e del mistero,  parla Giancarlo Pontiggia, ricordando l’emozione con cui, inoltrandosi tra i campi di granturco che si stendevano vasti in quella che era molti anni fa la periferia del paese, scopriva l’enigma della pioggia e del sereno e si immergeva nella contemplazione del cielo stellato: “il bimbo che contempla quei «carri lucenti»,  quelle geometrie di nomi e di numeri, perdendosi nell’infinità di un cielo d’estate, già avverte tutta la tensione drammatica di quello sguardo. Non c’è niente di più intenso di un cielo stellato, in cui tutto è fisico e simbolico insieme, in cui la bellezza genera all’istante pensieri fatali e brucianti”.

Misteriosa, a quel tempo, la campagna lombarda, dice il poeta ricordando la sua infanzia. Capace di rivelare l’infinito quasi quanto il cielo e il mare della Grecia con la loro “inaudita potenza”, quel paesaggio puro, essenziale, dove tutto “è divino, esatto eppure estatico”. Tornare a una dimensione originaria, ancestrale, all’infanzia, alla Grecia coi suoi poeti “sovrastati dal senso del mistero, arresi alla potenza di un destino insondabile, eppure grandiosi nella loro volontà di perseguire il vero, di dar conto delle contraddizioni del reale”: questo, per Pontiggia, l’antidoto  all’aridità dell’intellettualismo e della ricerca ad ogni costo del nuovo.

La critica, la resistenza agli aspetti deteriori della modernità, il bisogno di contribuire a salvare il cuore della nostra umanità accomunano molti passaggi di questi dialoghi. Vi si affrontano temi di altissimo peso e valore, vi si discute non solo di letteratura, arte, religione, ma anche di sapienza e ricerca della verità. Ho segnalato solo la metà dei poeti intervistati da Elisabetta, scegliendoli anch’io liberamente tra quelli che hanno avuto in me maggiore risonanza: meritevoli tutti di attenzione i rimanenti, portatori di altre visioni della poesia e del mistero. Da Giampiero Neri che si confronta con il lato oscuro della nostra umanità, evocando Giuda,  a Davide Ferrari che affida alla poesia, il compito, per lui comune anche alla scienza, di avvicinarsi alla meraviglia del reale avventurandosi nei misteri della materia. E poi l’ispirazione più apertamente religiosa di Donatella Bisutti e la “fame“ di vita del “lupo” Davide Rondoni, la “perpetua caccia spirituale” di Massimo Morasso o di nuovo il paesaggio, la terra coi suoi elementi,  la Sardegna coi suoi spazi colmi  di silenzio e densi di mistero da cui proviene Antonella Anedda. Ho cercato, temo senza riuscirci, di dare un’idea della grande ricchezza del testo, che offre spunti inesauribili di riflessione, pagine a cui ci si sente spinti a tornare nel corso del tempo per trarne godimento intellettuale o per esercitare una benefica meditazione laica.

 

Nella foto, Elisabetta Motta con Fabio Pusterla. In apertura una tavola  originale di Luciano Ragozzino dedicata a Giampiero Neri contenuta nel libro di Elisabetta Motta "La poesia e il mistero"(2016).

 


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