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“Bisogna saper perdere”, ovvero la politica come psicodramma. Il nuovo libro di Filippo Maria Battaglia e Paolo Volterra

 

Cosa voglia dire drammatizzare ed esasperare fino al grottesco  il confronto politico è qualcosa che abbiamo imparato a nostre spese soprattutto negli ultimi vent’anni e che stiamo purtroppo rivivendo acutamente in questi mesi di “battaglia referendaria”. Sappiamo già, noi che ne abbiamo viste tante,  che non si tratta di un male nuovo e dopotutto non è forse il peggiore tra quelli che affliggono la vita politica della nostra repubblica: anzi è proprio l’indebolirsi di una passione politica autentica e profonda uno dei mali  da cui ha origine l’odierno degrado.

 Qui purtroppo non si tratta di dedizione e fede, di tenacia e coerenza, ma di uno degli aspetti di quel malcostume politico nazionale al quale Filippo Maria Battaglia, giovane giornalista di Sky, dedica ogni anno, a partire dal 2013, uno dei suoi agili e gustosi volumetti: da A sua insaputa. Autobiografia non autorizzata della Seconda Repubblica, ai successivi Lei non sa chi ero io! La nascita della casta in Italia,  e Stai zitta e vai in cucina. Breve storia del maschilismo in politica da Togliatti a Grillo, fino al nuovissimo libro, scritto insieme a Paolo Volterra, Bisogna saper perdere. Sconfitte, congiure e tradimenti in politica da De Gasperi a Renzi.

 Così recitano titolo e sottotitolo: in realtà la rassegna dei momenti cruciali della storia politica repubblicana in cui i protagonisti sconfitti non si rassegnano a cedere il campo agli avversari inizia fin dalla caduta del governo Parri, ovvero dalla fine delle larghissime intese tra tutti i partiti protagonisti della Resistenza. Allora per la prima volta,  la sconfitta  di una parte viene vissuta come un pericolo per la stabilità del paese e una ferita per la sua reputazione internazionale; nonostante fosse ampiamente prevedibile la rottura di quella provvisoria unità nata dalla lotta antifascista, e nonostante fosse nei patti lo scioglimento dell’esecutivo quando quella unità fosse venuta a mancare, la caduta di quel governo venne definita dallo stesso Parri come “colpo di stato”.

Per quanto possa dispiacerci constatarlo, al di là del fatto che ancora, nel ’45 e negli anni immediatamente successivi,  la temperatura della lotta politica non poteva che essere infuocata, e che certi timori potevano essere comprensibili e perfino giustificati, Battaglia ci costringe coi suoi virgolettati ad ammettere che anche i padri della patria non riuscivano ad accettare fino in fondo le regole del gioco che avevano contribuito ad instaurare.

Quello che ci propone attraverso la sua veloce rassegna di momenti di svolta e di protagonisti decisivi della storia repubblicana è il ritratto di una classe politica che sa vivere il confronto democratico solo come scontro lacerante, e non solo tra opposti partiti o schieramenti, ma anche, e forse ancor più spesso, tra rivali all’interno degli stessi partiti. Nel primo caso, l’obbligatorio paragone con gli Stati Uniti e con il loro uso del concession speech, il discorso del candidato perdente che riconosce la vittoria dell’avversario” risulta tanto più significativo in quanto l’attualità più prossima della campagna presidenziale odierna, col degrado apportatovi dal becero populismo e qualunquismo di un miliardario che inopinatamente si butta in politica pescando  consensi nel fondo più malsano del suo paese, e col suo rifiuto preventivo di questa buona pratica di correttezza, richiama malauguratamente i caratteri di una stagione politica italiana  non ancora del tutto tramontata.

20161027 copertina 1 684x1160Il disconoscimento della vittoria dell’avversario ha origine ovviamente nel disconoscimento della sua legittima aspirazione al potere, nell’accusa di indegnità, di estraneità, di connivenza col nemico: meccanismo che in Italia  agisce fin dalle origini dello stato repubblicano, quando alle ragioni dell’alleanza antifascista si sostituiscono le ragioni di Yalta e della Guerra Fredda.  Filippo Maria Battaglia ricorda come questo scenario trasformi le elezioni del ’48  in “una scelta di campo, senza appelli, tra Bene e Male, che trasforma l’avversario in un nemico, straniero, infido”. Così De Gasperi diventa “Von Gasper”, “pieno di austriaco fiele”, mentre Togliatti e Nenni, alleati nel Fronte Popolare, diventano i trinariciuti agenti di Stalin  che vogliono asservire l’Italia a  Mosca. E’ per altro vero, come drammaticamente la nostra storia ci ha insegnato, che in quel contesto l’Italia era un paese a sovranità limitata, ma quel che interessa qui a Battaglia è ricordare che con premesse propagandistiche di questo stampo, chi perde avrà buon gioco nell’ attribuire la sua sconfitta alla malizia, alla scorrettezza dell’avversario, anziché ai propri errori o limiti. Così accade solo in Italia che nessun leader politico che sia stato anche capo del governo lasci definitivamente la scena dopo le sue sconfitte, come invece  accade normalmente nelle altre democrazie. Le carriere politiche di personaggi come Fanfani, Andreotti, De Mita ne sono un proverbiale esempio, e il nomignolo “Rieccolo” affibbiato al primo sarebbe stato ben appropriato anche per gli altri.

Pervicacia, ambizione, presunzione, continue prove di forza: lo psicodramma politico ripropone quasi motivi shakespeariani  quando i protagonisti antepongono l’affermazione di sé alla leale condivisione di principi, obiettivi, fatiche. Le categorie della rivalità, della fedeltà o del tradimento  caratterizzano le vicende politiche interne ai partiti, e quelle dei socialisti e dei post-comunisti sono al riguardo le più  memorabili. Questo libro ne dà qualche rappresentazione molto efficace. E noi ne soffriamo le conseguenze continuamente, anche se sappiamo che non sempre solo di personalismi si tratta.

Nei momenti, poi,  in cui gli schieramenti interni ed esterni ai partiti si scompongono e ricompongono temporaneamente in due blocchi contrapposti, come accade nel caso dei referendum sulle grandi questioni  istituzionali o civili, lo psicodramma divide la nazione su posizioni che si radicalizzano in un crescendo insopportabile, che rende difficile la ricomposizione dell’elettorato su un esito accettato e condiviso. C’è ancora chi pensa che la monarchia forse non era stata davvero respinta dal referendum istituzionale e chi pensa che la colpa della rovina morale e demografica del nostro paese sia dei no all’abrogazione delle leggi sul divorzio  e sull’aborto. Altro che concession speech!

Ammettiamolo, facciamo davvero fatica ad accettare come legittimi i punti di vista opposti al nostro, a  non accenderci di antipatia, se non di disprezzo, per l’avversario e per chi si schiera al suo fianco. Anche perché di solito la reciprocità in questo campo tende a incancrenire le reazioni. Abbiamo bisogno perfino di suscitarlo, l’avversario odioso,  anche tra i nostri compagni di lotta, tra i quali la competizione è in parte funzionale a quella con la parte contrapposta, in parte, semplicemente, all’affermazione personale.

 L’insistere sui vizi della classe politica italiana potrebbe indurre ad ascrivere i libri  di Battaglia ad una delle tante manifestazioni del qualunquismo antipolitico, ma nulla del rancoroso atteggiamento che  caratterizza questa forma di ribellismo più o meno passivo si trova tra le sue pagine: che sembrano invece proporre la cronaca politica e parlamentare come specchio della italica incapacità di praticare lealmente il confronto, accettandone fino in fondo le regole. E questo ha a che fare più col dar valore all’agire politico che col disconoscerlo e contestarlo: non è drammatizzando gli esiti delle scelte degli elettori o dei parlamentari che si possono trovare soluzioni migliori alle difficoltà e ai dilemmi.

 

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