20230711 agenda 2030

E’ indubbio che per realizzare gli obiettivi fondamentali occorre anche favorire l’aumento del prodotto complessivo. Ma di quale prodotto? Quale ricchezza? Non basta la quantità. Occorre la qualità

 

 

Nel mio articolo del 2 gennaio scorso, dal titolo “Degrado ambientale, disuguaglianze: dove trovare i soldi per combatterli?” ho cercato di individuare le risorse su cui è possibile contare per perseguire, nel nostro Paese, i due obiettivi fondamentali dell’umanità: la riduzione delle disuguaglianze e della povertà e la riconciliazione del genere umano con il contesto naturale limitato di cui fa parte.

Il conseguimento di questi obiettivi richiede la disponibilità di enormi risorse da destinare all’istruzione, alla sanità, alla casa, alla giustizia, al risanamento ambientale, alla sopravvivenza e al coinvolgimento degli esclusi.

Ho parlato di lotta contro l’evasione e l’elusione fiscale, di un’alta progressività delle imposte, di imposte sui patrimoni e sulle eredità e donazioni del decile più ricco della popolazione, di revisione della spesa pubblica, di riforma del catasto, di agevolazioni per le imprese che praticano politiche Esg (ambientali, sociali, di buona gestione), di accordi internazionali finalizzati a combattere i monopoli e le competizioni fiscali al ribasso tra i diversi stati per attrarre le attività produttive.

I miei quattro lettori hanno apprezzato. Ma mi ha colpito un’osservazione, piuttosto rilevante, avanzata da uno di loro: hai dimenticato l’aumento del PIL! Tra le politiche volte ad ottenere le risorse da destinare agli obiettivi prioritari, lo stato deve includere l’aumento del prodotto, cioè la dimensione della torta!

Già. Come mai non ci avevo pensato?

La prima spiegazione è che l’idea secondo cui, per distribuire le risorse, occorre prima produrle si è rivelata non vera. Si è dimostrato che se le risorse vengono prodotte in modo iniquo, spesso provocano squilibri difficili da rimontare. Al contrario, si è dimostrato come possibile e necessario perseguire congiuntamente l’aumento del PIL e il miglioramento della sua distribuzione.

Ma il mio è stato anche un lapsus freudiano. E’ indubbio che per realizzare gli obiettivi fondamentali occorre anche favorire l’aumento del prodotto complessivo. Ma di quale prodotto? Quale ricchezza? Non basta la quantità. Occorre la qualità.

Comincerei con una proposta: che quando si pubblicano i dati sulle variazioni del PIL, si comunichi contemporaneamente quanto esso è variato per il 50% della popolazione meno abbiente, quanto per il 40% dei benestanti, e quanto per il 10%, e magari anche il 5%, l’1% e lo 0,1% più ricco. Forse, con i cosiddetti “big data” sempre più grandi, non sarebbe impossibile stimare e comunicare immediatamente questa sommaria disaggregazione del PIL, realizzando in tal modo un “cruscotto” più significativo dell’andamento dell’economia. E trarne indicazioni più precise per la guida del jumbo-jet nazionale, rispetto a quelle fornite dal solo, rozzo e ingannevole dato aggregato del PIL.

Se ho dimenticato l’aumento del PIL complessivo come indicatore del maggior benessere del paese, è perché questa semplificazione maschera l’insensibilità, oltre agli interessi di alcuni,per una distribuzione iniqua dei redditi e delle ricchezze, insensibilità e interessi incistati nel sistema di potere vigente.

Il riferimento al solo PIL complessivo è frutto di una visione del funzionamento dell’economia errata ma ma ben consolidata nell’opinione pubblica: l’idea che siano le persone con redditi e patrimoni particolarmente alti a generare l’aumento del prodotto complessivo. Si confondono gl’imprenditori con i detentori di grandi ricchezze ereditate.  Si dà poi per scontato che, favorendo queste persone, la maggiore ricchezza dei più abbienti si trasmetta, per gocciolamento (thrickle down), a tutti gli altri; e secondo cui l’aumento del PIL complessivo è come l’’aumento del livello del livello dell’acqua: tutte le barche salgono insieme.

Questa visione è stata smentita dai fatti negli ultimi decenni, dominati dal neoliberismo: nonostante si siano rimossi ostacoli e controlli alle attività finanziarie, e la progressività delle imposte sia stata ridotta drasticamente, i tassi di crescita del PIL sono stati molto bassi e comunque inferiori a quelli dei tempi del New Deal e del secondo dopoguerra, caratterizzati da profonde riforme sociali (come la sanità pubblica universale) e da un’alta progressività delle imposte..

La visione neo-liberista è tenuta viva, come un fuoco sacro, da vestali dotate di grandi ricchezze e di potere, con le armi più potenti: le competenze e la comunicazione. Ed è sistematicamente trasmessa a masse di persone anche misere, nutrite di paure e promesse salvifiche. E’ la sostanza del populismo oggi imperante, che richiama alla mente, nemmeno tanto alla lontana, il rapporto esclusivo tra aguzzino e vittima.

Occorre rompere questo circolo vizioso.

 

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 L'industria 4.0

 

1. Come “qualificare” il PIL?

Come combattere questa visione? Abbandonando le politiche di agevolazione indiscriminata di tutte le imprese, e concentrando le risorse su quelle capaci di conciliare il perseguimento del profitto con il miglioramento dell’ambiente, la riduzione delle disuguaglianze, una gestione coerente con queste finalità. Sinteticamente, si può dire che queste attività fanno capo a tutti coloro che traggono il proprio tornaconto e benessere economico dal contribuire a quelli degli altri.

Lo stato, con leggi che agevolino questi operatori, con le strategie delle imprese pubbliche e partecipate, con le sue ingenti risorse (che nel 2022 hanno superato i 1000 miliardi, oltre il 54% del PIL) può dare una potente spinta al perseguimento degli obiettivi fondamentali..

2. Orientare le imprese private.

La legislazione a favore delle attività industriali si è espressa in questi anni con un filone di norme di indiscutibile successo: quello delle leggi contraddistinte dalla definizione “Industria 4.0”. Il termine “4.0” sta ad indicare una quarta rivoluzione industriale, caratterizzata dallo sviluppo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Ict) e da crescenti potenzialità di calcolo che aprono la strada all’intelligenza artificiale. Una rivoluzione che ci coinvolge suscitando  un entusiasmo venato di angoscia.

In Italia i provvedimenti Industria 4.0 si sono tradotti in un “Piano Industria 4.0”, varato nel 2016 dal governo Renzi e aggiornato successivamente in un “Piano Nazionale Transizione 4.0”. Esso agevola, attraverso crediti d’imposta, «investimenti in beni strumentali, materiali e immateriali, le attività di R&S e innovazione tecnologica, anche finalizzate all’economia circolare, al design ed innovazione estetica, e sviluppo delle competenze relative».

Gli interventi sono finalizzati soprattutto a favorire la ricerca e l’innovazione tecnologica in quanto tale. Tuttavia nel quadro delle attività di ricerca la componente finalizzata alla compatibilità ambientale è rilevante. Meno si intravvede un suo contributo alla riduzione delle disuguaglianze.

Più specificamente orientato a fini di equità, soprattutto intergenerazionale, e di compatibilità ambientale è il più recente Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr), declinazione italiana del Next Generation Plan varato dall’Unione Europea.

Mentre le norme 4.0 si basano su agevolazioni fiscali, il Pnrr prevede riforme e investimenti, sia a credito che a fondo perduto. All’Italia sono stati assegnati ben 191 miliardi, con le seguenti destinazioni: 1. Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura; 2. Rivoluzione verde e transizione ecologica; 3. Infrastrutture per una mobilità sostenibile; 4. Istruzione e ricerca; 5. Inclusione e coesione; 6. Salute.
Gl’investimenti sono inoltre sottoposti a un vincolo di “non recare danni significativi”, basato su 6 criteri di valutazione dell’impatto ambientale: 1. Emissioni di gas serra; 2. Impatto sul clima attuale e futuro, su persone, beni, natura; 3. Uso sostenibile e protezione delle risorse idriche e marine. 4. Transizione verso l’economia circolare; 5. Riduzione e riciclo dei rifiuti, e prevenzione e riduzione dell’inquinamento; 6. Protezione e ripristino della biodiversità e della salute degli eco-sistemi.

Si tratta di un programma di portata storica, non solo per il salto di qualità della UE come istituzione, ma per il suo orientamento organico a fronteggiare i problemi della riduzione delle disuguaglianze e della compatibilità ambientale, traducendo in interventi concreti le raccomandazioni dell’Agenda 30 dell’ONU.

Data l’entità delle somme in gioco, è da darne per scontata l’attrattività da parte di tutte le lobby, più o meno chiare ed oscure, che tentano di appropriarsi di risorse pubbliche. L’accesa lotta politica attuale sulle modifiche nel loro impiego può essere giustificata dai cambiamenti dello scenario economico, dominato dall’inflazione, e da problemi operativi, ma è molto esposta al timore di un annacquamento e di sviamenti rispetto agli obiettivi e ai criteri del Next Generation Plan.

Resta il fatto che l’orientamento verso la compatibilità ambientale e la riduzione delle disuguaglianze del New Generation Plan e del Pnrr che ne deriva è indiscutibile. Ed è legittimo credere che il rendiconto finale avrà un consistente segno positivo.

 

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La Cassa Depositi e Prestiti

 

In questo contesto è utile riflettere su un provvedimento di grande rilievo ambientale ed economico: il “superbonus" del 110% delle spese sostenute «per interventi finalizzati all’efficienza energetica e al consolidamento statico o alla riduzione del rischio sismico degli edifici, l’installazione di impianti fotovoltaici e delle infrastrutture per la ricarica di veicoli elettrici negli edifici».
Teoricamente, e anche concretamente, il bonus va nella direzione giusta dal punto di vista ambientale. Ma ha anche un forte effetto negativo sulla riduzione delle disuguaglianze, perché è più facilmente acquisibile da parte di proprietari di abitazioni e complessi residenziali di pregio.
Inoltre, l‘ingente fabbisogno finanziario che il superbonus comporta lo pone in concorrenza con altri interventi urgenti dal punto di vista della riduzione delle disuguaglianze in settori in grave sofferenza, come quelli dell’istruzione, della sanità, della giustizia, della difesa dell'ambiente. Infine, la complessità degli interventi, soprattutto per la parte relativa al rifacimento delle facciate ( il famoso “cappotto”), riveste aspetti di difficile controllabilità che li espone a rilevanti frodi fiscali e infiltrazioni mafiose.
D’altra parte, già prima del superbonus erano e sono in vigore numerosi bonus diretti a promuovere interventi specifici per il miglioramento energetico delle abitazioni (caldaie, infissi, pannelli fotovoltaici) e vincoli per le nuove costruzioni (criteri antisismici, termici, ecc.) molto più controllabili neila loro efficacia, tuttora in essere e sicuramente positivi per la compatibilità ambientale.
E’ forte la sensazione che norme di questo tipo siano anche frutto della pressione delle potenti lobby dei costruttori edili, le stesse che nelle città svolgono una irresistibile pressione nel consumo del suolo libero.
Le lobby in questione cavalcano, anche in questo caso, teorie e realtà economiche arcaiche, per certi versi addirittura riconducibili alle economie dell’Ancient Régime. Teorie errate che purtroppo fanno ancora molta presa, grazie alla “visibilità del mattone” come falsa testimonianza dell’attività produttiva, sull’opinione pubblica. Il luogo comune “Quand le bâtiment va, tout va” è ancora in auge. Ma l’idea che “quando l’edilizia va, tutto va” era vera nel passato, quando la rendita edilizia era una componente rilevante del PIL, in una società caratterizzata da diseguaglianze profonde e ingessate. Oggi il settore dell’edilizia residenziale non supera i 100 miliardi di euro (dati Ance 2022), ovvero circa il 5% del PIL (secondo altre fonti questo 5% è riferibile a tutto il settore delle costruzioni). E per quanto le abitazioni siano realizzate con vincoli sempre più rigorosi dal punto di vista energetico, esse sono causa di un incessante, inutile e deleterio consumo di suolo.
Il settore delle costruzioni dovrebbe subire una profonda trasformazione. Non mancano certo le attività verso cui orientarlo, dai restauri e ristrutturazioni del patrimonio abitativo al campo vastissimo e gravemente carente delle opere pubbliche.

 

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La Consip

 
3. Orientare le aziende e le partecipazioni pubbliche.
Secondo una recente indagine, le società partecipate dai diversi ministeri sono oltre una trentina, quotate o non quotate, e comprendono grandi protagonisti finanziari e produttivi che vanno dalla Cassa Depositi e Prestiti, alle Poste Italiane, all’Eni, Enel, Ferrovie Italiane, Leonardo, Invitalia, STMicroelectronics.

Alcune hanno competenze specifiche, spesso riferite a settori strategici, come le Ferrovie dello Stato, Leonardo (armamenti), Stm (semiconduttori), o a servizi specialistici per la Pubblica Amministrazione, come la Consip (acquisti per la PA).

Quella che più appare come un fondo sovrano nazionale è la Cassa Depositi e Prestiti, alimentata dal risparmio postale gestito dalle Poste Italiane.

E’ di buon auspicio constatare che, secondo l’immagine che la Cdp fornisce su Internet di se stessa, le sfide per il Paese che pone in cima alla sua strategia sono  “Il cambiamento climatico e tutela dell’ecosistema” e la “Crescita inclusiva e sostenibile”.
Un’altra dichiarazione importante sta nell’aver «tradotto le sfide in 10 aree d’intervento allineate agli obiettivi dell’Agenda 2030 dell’ONU per lo Sviluppo Sostenibile (SDGs) e alle missioni del Pnrr, per focalizzare al meglio l’attività di Cdp». Infine, si dichiara che la Cdp «intende agire con un approccio complementare rispetto al mercato, … per fare di Cdp uno standard di riferimento, sia per la qualità dei progetti promossi sia per l’approccio attento ai principi Esg».

Ai principi Esg (environment, social, governance) ho fatto riferimento ripetutamente nei miei articoli precedenti, perché la loro diffusione nelle valutazioni e nelle scelte di investimento degli operatori finanziari è determinante per una crescita virtuosa del PIL.

Per evitare o ridurre il green washing, cioè le dichiarazioni non suffragate dai fatti, è in corso un continuo lavoro di messa a punto di indicatori dei comportamenti effettivi delle imprese, che coinvolge economisti del livello del premio Nobel J.E. Stiglitz.

Un’altra azienda di Stato che può orientare notevoli volumi di spesa pubblica è la Consip, che nasce come «leva di cambiamento nella gestione delle tecnologie ICT della PA», ma progressivamente ha visto «rafforzato il suo ruolo nel nuovo sistema nazionale degli approvvigionamenti pubblici, in attuazione delle norme sulla spending review».

Non mi soffermerò sulle funzioni relative alla digitalizzazione della Pubblica amministrazione, che meriterebbe un articolo a parte. Dirò solo sommessamente che queste funzioni, o i modi con cui esse vengono attuate, contribuiscono a un aumento delle disuguaglianze, richiedendo spesso da parte dell’utente competenze carenti nelle persone meno acculturate. E che il “Purpose” di cui si fregia una società strettamente legata alla Consip, la Sogei, «Semplifichiamo la vita di Noi cittadini», sembra poco corrispondente ai fatti.

Ciò che ha maggior rilievo per il discorso di questo articolo, è l’aspetto del procurement, delle funzioni che la Consip svolge nell’acquisto di beni per la PA. Questa funzione la mette in grado di orientare fortemente le gare e gli appalti pubblici a favore di imprese che rispettano indicatori Esg. Ad esempio, potrebbe fare riferimento ai criteri adottati dalla Banca d’Italia: per quanto riguarda l’ambiente, gli indicatori delle emissioni di CO2 e dei consumi di energia e di acqua; per gli aspetti sociali, la percentuale di donne impiegate sul totale dei dipendenti e nei ruoli manageriali; per la governance, ancora la percentuale di donne nel Consiglio di Amministrazione, la separazione dei ruoli di presidente e di amministratore delegato, la percentuale di membri indipendenti nel CdA, l’adozione di misure anticorruzione.

Occorre rilevare che, secondo uno studio dell’Università Cattolica del 2018 con stime riportate ad oggi, gli acquisti di beni da parte della PA si aggirano sui 100 miliardi, e che la Consip ne gestisce solo il 10%, sia pure in aumento.

Ma prima ancora di orientare le agevolazioni a favore delle imprese che adottano criteri e indicatori Esg, lo Stato dovrebbe imporlo a tutte le proprie imprese, controllate totalmente o partecipate!

 

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Carlo Cottarelli 

4. Orientare la spending review.

Sappiamo come il controllo della spesa pubblica abbia incontrato grandi difficoltà, anche se affidata a economisti di vaglia come Tommaso Padoa Schioppa e Carlo Cottarelli, al punto che oggi sembra sparita dai riflettori. Tuttavia si tratta di una battaglia da combattere senza tregua, come quella contro l’evasione fiscale.

Forse occorrerà convertirla da un approccio che può apparire passivo, di cancellazione di enti e spese bollate con l’aggettivo “inutili” , come l’intoccabile Aci, a un approccio basato sulle priorità che debbono caratterizzare la strategia dello Stato. Aumentare sistematicamente le risorse per scuola, sanità, casa, ambiente, giustizia deve diventare un “must” senza condizioni! POccorre fare delle scelte. E per fare delle scelte, come insegnava il grande esperto di strategie d’impresa Michael Porter, occorre focalizzare l’azione e dire molti “no”.

Per poter disporre delle ingenti risorse necessarie per gli interventi prioritari non bastano le azioni precedentemente illustrate. Nè è possibile aumentare la pressione fiscale complessiva, né aumentare ulteriormente il debito pubblico. E' necessario fare delle scelte e far comprendere agli elettori la convenienza per tutti, salvo per alcuni, di quelle scelte.

Una decisa azione di spending review, adeguatamente comunicata e motivata, contribuirebbe sicuramente a far sì che la distribuzione del del PIL, tra il 50% meno abbiente, il 40% benestante, il 10%, 5, 1% più ricco sarebbe più equa.

Il pensiero ricorre allo slogan del movimento Occupy Wall Street: «Siamo il 99%». Se non il 99%, non dovrebbe essere difficile convincere un’ampia maggioranza (diciamo il paretiano 80%), specie dei giovani, sulla convenienza per tutti, e non solo per i meno abbienti, di un mondo più equo e pulito, anche dal punto di vista della sicurezza. Se i populisti riescono a parlare a tutti, perché non dovrebbero farlo i democratici, superando le concezioni classiste e perdenti del novecento, del parlare solo “al nostro popolo”?

 

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Occupy Wall Street- 99%

 

6. Conclusioni.

Il discorso di questo articolo contiene senza dubbio imprecisioni e aspetti utopici. Come ha spiegato lo storico dell’economia Gary Gerstle, la situazione del mondo è caratterizzata attualmente da un gran disordine politico, dopo 40 anni di ordine neoliberista, oggi agonizzante, e non certo da rimpiangere. Eventi come la pandemia Covid 19 e la guerra in Ucraina hanno reso la situazione ancor più caotica, con il riemergere di razzismi, populismi e nazionalismi aggressivi.

Ma nelle élite scientifico-culturali e nei movimenti giovanili il cambiamento sta mettendo le sue radici. Un nuovo ordine, positivo per l’umanità come fu quello del New Deal rooseveltiano (ma ovviamente diverso) sta maturando e darà i suoi frutti. Ne sono convinto.

 

Ultim’ora.

Senza grande scalpore, dall’inizio di quest’anno è entrata in vigore la “Direttiva europea sul reporting societario di sostenibilità (Csrd)” Questa direttiva obbliga le imprese ad integrare le tradizionali dichiarazioni finanziarie ufficiali con una componente non finanziaria, che misurerà le performance delle imprese rispetto a specifici indicatori Esg (ambientali, sociali, di governance). Le imprese non verranno più valutate e responsabilizzate solo per i loro risultati economico-finanziari, cioè quantitativi, ma anche per i loro comportamenti qualitativi, che ne condizioneranno le prestazioni nei mercati. La direttiva verrà applicata gradualmente, partendo dalle imprese maggiori. Secondo le stime UE, già all’inizio dell’entrata in vigore operativa la direttiva potrà riguardare quasi 50 mila imprese europee, per un fatturato pari al 75% di tutte le imprese. Ma secondo la società di consulenza Kpmg, potrà arrivare progressivamente a riguardare un milione e 200 mila imprese in Europa,  di cui 120 mila in Italia.

Gli autori di Vorrei
Giacomo Correale Santacroce
Giacomo Correale Santacroce

Laureato in Economia all’Università Bocconi con specializzazione in Scienze dell’Amministrazione Pubblica all’Università di Bologna, ha una lunga esperienza in materia di programmazione e gestione strategica acquisita come dirigente e come consulente presso imprese e amministrazioni pubbliche. È autore di saggi e articoli pubblicati su riviste e giornali economici. Ora in pensione, dedica la sua attività pubblicistica a uno zibaldone di economia, politica ed estetica.

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