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Intervista a Roberto Ritondale, vincitore della sezione “fantasy/fantascienza” della decima edizione del Premio di letteratura Città di Como

 

Può la letteratura, in un tempo come il nostro, ignorare i pericoli che già nel presente si delineano minacciosi per il nostro futuro? Chi pensa che non possa e non debba farlo plaudirà di certo alla scelta del Premio letterario Città di Como di assegnare il giusto riconoscimento ad un romanzo come “La città senza rughe” di Roberto Ritondale (Bookroad, 2020): riconoscimento tanto più meritato in quanto è anche ai giovani che si rivolge l'Autore, immaginando un mondo distopico in cui essi stessi divengono protagonisti positivi di una rivolta salvifica contro una dittatura che pretende di fondare una società perfetta solo sui valori attribuiti alla giovinezza, emarginandone i vecchi.

L'Autore, che ama definirsi “scrittore ambulante” per la sua disponibilità ad offrire le sue storie ovunque lo si inviti, manifesta anche nella vita una certa tendenza al nomadismo, avendo vissuto tra la natia Campania, Roma, Trieste, ed essendosi fermato solo da qualche anno, sia pure un poco riluttante, nelle nostre contrade. Cronista per vocazione, trae la sua ispirazione dalla quotidiana osservazione dell'attualità, che il suo sconfinato amore per la letteratura e la scrittura, insieme alla sua sensibilità umana e sociale, gli permette di reinterpretare e trasferire nella forma del racconto o del romanzo. In verità, ha pubblicato anche raccolte di aforismi poetici, o poesie aforistiche, che lui definisce “afosie”: ama infatti coniare neologismi, e se ne serve, come è tradizone o necessità della narrativa distopica, per definire le peculiari istituzioni di mondi futuri.

 

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La città senza rughe è il più recente dei cinque romanzi da lui pubblicati, ed è il secondo del genere distopico, dopo quel Sotto un cielo di carta (Leone editore, 20015) che immaginava un mondo dal quale fosse bandita la carta, veicolo sospetto di libere comunicazioni tra gli uomini, per sostituirla interamente con mezzi che consentissero il controllo totale della popolazione. In questi due romanzi, Roberto Ritondale sembra manifestare il desiderio, da molti condiviso, di fermare la corsa verso un futuro in cui le caratteristiche del presente giungono alle loro estreme conseguenze.

Su questa frequentazione dell'immaginario distopico ho chiesto all'Autore di illuminarci un po'.

 

Ben due romanzi distopici al tuo attivo. Si direbbe una necessità. È così? E perché?

È una necessità, ma anche un divertimento. La distopia è la chiave che apre le porte di mondi solo apparentemente sconosciuti. In realtà, fingendo di guardare al futuro, la distopia parla del presente e ne denuncia i pericoli e le storture. E poi è un divertimento perché, come disse Ray Bradbury in un’intervista pubblicata nella sua raccolta “Cento racconti”, la fantascienza (di cui la distopia è un sottogenere) “è narrativa di idee”. Io sono un giornalista. Restare troppo legato alla realtà, magari scrivendo un giallo, probabilmente mi annoierebbe. Non a caso amo tutti gli scrittori che “scoppiano” di idee, da Luigi Pirandello ai sudamericani del realismo magico, da Dino Buzzati a Franz Kafka. Del resto, proprio quest’ultimo è annoverato tra i precursori della distopia, in particolare per il romanzo “Il processo” e per il racconto “Nella colonia penale”.

 

L'immaginazione del futuro, che per secoli si è espressa nell'utopia, nel disegno di mondi perfetti e felici, a partire dal Novecento vira decisamente verso la rappresentazione di società da incubo: quale spiegazione ne dai?

Il Novecento è l’epoca del dubbio e dell’uomo moderno in crisi di identità, lo smarrimento di Mattia Pascal e di Zeno Cosini ne è un esempio. Si perdono punti di riferimento che sembravano eterni e consolidati già all’inizio del secolo. E anche le grandi utopie politiche, dal fascismo al comunismo, vengono messe in discussione - ancora prima di crollare - da autori come George Orwell, Evgenij Zamjatin e Corrado Alvaro. Ed è proprio nei momenti di crisi più acuta che gli scrittori fanno ricorso alla distopia, che offre un altro punto di vista, uno sguardo obliquo utile per gridare al mondo che siamo sull’orlo di un precipizio.

 

Anche il genere catastrofico ha come oggetto l'immaginazione del futuro. Quale rapporto c'è tra i due generi?

C’è un saggio interessante, “Scritture della catastrofe” di Francesco Muzzioli, che accosta e spiega i due sottogeneri. Possiamo credere che il genere catastrofico sia stato inventato di recente, o almeno dopo l’invenzione della bomba atomica, e invece già nel 1827 un grande poeta, Giacomo Leopardi, aveva immaginato nelle sue “Operette morali"  un pianeta in cui “gli uomini sono tutti morti, e la razza è perduta”. Dialogando con uno gnomo, un folletto elenca anche le cause della scomparsa del genere umano, dall’ozio alla guerra. Perché l’uomo, inutile negarlo, tende all’autodistruzione, altro che istinto di sopravvivenza. Tra fumo e gioco d’azzardo, droga e abuso di alcol o di cibo, corse in auto e rapporti sessuali pericolosi, non c’è nessuno al mondo che in qualche modo non metta a rischio la propria salute e la propria vita con comportamenti irragionevoli. E lo stesso credo che valga per il genere umano nella sua totalità. Per dirlo alla De Gregori, “il futuro è una palla di cannone accesa e noi la stiamo quasi raggiungendo”. Basti osservare quello che sta accadendo in questi giorni in Ucraina o a Gaza.

 

 20231207 ritondale presentazione

Carmela Tandurella, Roberto Ritondale e Federica Perelli, Ass. alla Cultura di Seregno

 

L'oppressione, la negazione della libertà individuale, realizzata in vari modi e con vari mezzi, è la caratteristica principale del mondo rappresentato sia nei classici del genere che nei tuoi romanzi. Insieme a questa, molti altri valori vengono negati, quasi in una guerra a tutto ciò che è più umano. Tu ne hai scelti alcuni in particolare? Quali? Perché?

Nei miei romanzi sottolineo spesso l’importanza della memoria. Perché è con la perdita della memoria e con la scomparsa degli anziani, i testimoni degli eventi più tragici del XX secolo, che rischiamo di commettere gli stessi errori del passato. Ma ovviamente il bene supremo di ogni essere umano resta la libertà, ed è quindi normale che sia questo il valore al centro di tutti i libri distopici. Un valore che può essere calpestato da un tiranno sanguinario che spesso finge di agire con le migliori intenzioni. Penso a “Noi” che il russo Evgenij Zamjatin ha scritto nel 1922. Nel suo romanzo la figura più terribile ha un nome rassicurante: il Benefattore, il cui volto “è indistinguibile”. Perché il potere non mostra mai il suo volto reale. Ma la libertà può essere soppressa anche dalla dittatura della scienza e della tecnologia. C’è un racconto di Edward Morgan Forster, l’autore di “Passaggio in India” e “Camera con vista”, che già nel 1909 anticipa praticamente tutto: i social e l’intelligenza artificiale, i gruppi whatsapp e le riunioni su zoom, l’alienazione e il dissolvimento della cellula familiare. Una distopia tecnologica, la sua, che è esattamente quella che stiamo vivendo e che anch’io ho denunciato nel mio romanzo “Sotto un cielo di carta”. Il titolo del racconto di Forster è “La macchina si ferma”. Ecco, cosa succederebbe oggi se all’improvviso ci fosse un blackout di tutta la tecnologia a cui ci siamo completamente affidati? Una catastrofe.

 

Nei tuoi mondi distopici hai voluto lasciare spazio alla speranza, affidandone la possibilità alla resistenza di pochi indomabili: che cosa permette loro di sottrarsi all'oppressione totalitaria?

Come sai, i miei romanzi non seguono i canoni classici del genere. I distopici sono quasi sempre cupi e senza speranza, penso al romanzo “L’uomo è forte” di Corrado Alvaro o a “1984” di George Orwell. Nelle mie storie c’è invece uno spiraglio di luce. Concedo sempre all’umanità la possibilità di una redenzione. Non a caso preferisco parlare di futurealismo, una sorta di sottogenere che mi sono inventato per uscire dalla gabbia della distopia dura e pura. Le mie vicende sono raccontate in un futuro prossimo e realistico. C’è un anelito di umanità che non si piega e che combatte gli oppressori e i dittatori. La verità è che sono un pessimista che non ha ancora abdicato del tutto alle ragioni del cuore.

 

È proprio dalle ragioni del cuore, in effetti, che sono mossi i tuoi protagonisti: è l’amore per i libri e la carta, in un caso, o quello per i vecchi e le loro rughe nell'altro, ad animare la resistenza al potere. E il modo in cui rappresenti gli anziani o i ragazzi, col loro linguaggio, la loro fragilità e la loro forza, fa presumere che questi elementi facciano parte intimamente del tuo vissuto. È così?

È necessaria una premessa. Io sono fermamente convinto che, per toccare il cuore di chi legge, sia necessario pescare nel proprio vissuto emozionale. Non necessariamente in vicende autobiografiche, ma almeno in sentimenti realmente provati. I miei genitori, essendo io l’ultimo di quattro figli, li ho quasi sempre “visti” anziani, spesso in difficoltà in questa società che va di fretta e non aspetta mai i più fragili. Sul lavoro, invece, soprattutto quando ho diretto alcune testate giornalistiche, mi sono sempre circondato di ragazzi, cercando di trasmettere loro l’amore per un giornalismo abbinato all’impegno civile. Forse anche per tutto questo anziani e giovani hanno tanto spazio nei miei romanzi.

 

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La collocazione spazio-temporale delle tue distopie è diversa nei tuoi due romanzi: più indistinta nel primo, più definita e perfino dettagliata nel secondo. C'è una ragione per scegliere l'una o l'altra?

Con “Sotto un cielo di carta” coltivavo l’ambizione di scrivere una storia “universale”, che non avesse riferimenti precisi, anche se poi descrivo una “Grande Nazione” che più o meno corrisponde al Nord Europa, dall’Islanda alla Germania. Con “La città senza rughe” sono stato invece più preciso nel riferire il luogo, Como, e le date (siamo nel 2040), perché volevo che emergessero dei riferimenti precisi all’epoca fascista. Alcuni degli eventi che descrivo sono infatti sovrapponibili a quelli del Ventennio, ma esattamente cento anni dopo.

 

Infine, nell'immaginare mondi distopici e additarli alla nostra attenzione sembra si muovano meglio e più spesso gli uomini che le donne. È così? E se sì, perché?

Mi riallaccio alla risposta in cui parlavo di speranza. Forse gli uomini hanno in genere una più ridotta predisposizione ad aprire il cuore alla speranza. Le donne invece “danno alla luce”, e anche se non procreano, sono quasi sempre portatrici di luce. A me sembra che siano capaci di illuminare anche con la loro semplice presenza. E dunque penso che le distopie, con le loro ombre e la loro cupezza, poco si addicano alle anime lucenti e generalmente più gentili dell’universo femminile. Detto questo, capostipite della fantascienza, di cui la distopia è un sottogenere, è proprio una donna: Mary Shelley, l’autrice di Frankenstein. Il primo romanzo in cui l’essere umano ha immaginato di poter essere annientato dalla scienza e da qualcosa che egli stesso ha costruito. Che poi è la paura che abbiamo tutti noi, oggi, pensando ai più nefasti sviluppi dell’Intelligenza artificiale.

 

Gli autori di Vorrei
Carmela Tandurella
Carmela Tandurella

Se scrivere è “scegliere quanto di più caro c'è nel nostro animo”, ecco perchè scrivo prevalentemente di letteratura. Storia, filosofia, psicologia, antropologia, tutte le discipline che dovrebbero farci comprendere qualcosa in più della nostra umanità, mi sono altrettanto care, ma gli studi classici, la laurea in filosofia, anni di insegnamento e una vita di letture appassionate mi hanno convinto che è nelle pagine degli scrittori che essa si riflette meglio. Il bisogno di condividere quello che ho letto e appreso, che prima riversavo nell'insegnamento, mi ha spinto ad impegnarmi prima con ArciLettore, poi, dal 2013, con Vorrei, del cui direttivo faccio parte. Da qualche anno sono impegnata anche nella collaborazione alle pubblicazioni e alle iniziative del Comitato Antifascista di Seregno e del Circolo Culturale Seregn de la memoria, di cui sono attualmente vicepresidente.Qui la scheda personale e l'elenco di tutti gli articoli.